Maxi-rogo alla Loas di Aprilia: prosegue il processo che vede sul banco degli imputati i vertici dell’azienda di Via della Cooperazione
Una nuova udienza davanti al giudice monocratico del Tribunale di Latina, Elena Sofia Ciccone, per il processo a carico di Antonio Martino e Liberato Ciervo in qualità di soci della Loas Italia srl e dell’allora legale rappresentante Alberto Barnabei. Ai tre imputati, tutti difesi dall’avvocato Fabrizio D’Amico, la Procura di Latina contesta sei capi d’accusa: incendio colposo e vari reati ambientali in ordine alla gestione dei rifiuti e allo smaltimento delle acque reflue. Parti civili la Provincia di Latina e il Comune di Latina, rappresentati dagli avvocati Marco Torelli e Alessandra Muccitelli.
A rappresentare l’accusa il Pubblico Ministero Antonio Priamo, che ha ereditato il fascicolo dall’ex pm, in servizio a Latina, Antonio D’Angeli. Oggi, 13 luglio, è stato esaminato l’allora responsabile del Settore Ambiente della Provincia di Latina, l’ingegner Antonio Nardone.
L’ex funzionario della Provincia di Latina ha spiegato di essere entrato in carica a settembre 2020, circa un mese dopo dal maxi incendio che ha coinvolto l’impianto di Aprilia. Nardone ha seguito l’avvio del procedimento per il rinnovo dell’autorizzazione unica dell’impianto finalizzato al recupero rifiuti così come richiesta dalla Loas srl.
La stessa società aveva fatto richiesta di rinnovo e, nel momento in cui vi è stato l’incendio, ad agosto 2020, era in corso la conferenza dei servizi indetta dalla Provincia di Latina. “Fino a quel momento dell’incendio – ha spiegato l’ex responsabile della Provincia – non sono mai stati acquisiti elementi ostativi da parte degli enti coinvolti”. Né il Comune di Aprilia, né Arpa, Vigili del Fuoco e Asl avevano avanzato pareri negativi al rinnovo dell’autorizzazione. In realtà, non sarebbero arrivati pareri.
Fu l’incendio, come ha detto l’ingegnere Nardone, a bloccare il procedimento in corso. Alla fine, lo stesso procedimento si è concluso con un diniego all’autorizzazione perché l’impianto post evento (l’incendio) non corrispondeva più alle condizioni dell’impianto pre-evento. Dopo l’incendio c’era rimasto solo un capannone e quindi la filiera era stata interrotta: ciò ha comportato la decadenza di ogni atto e parere.
L’ingegnere Nardone, interrogato dal pubblico ministero Priamo, ha ribadito che qualsiasi cosa potesse accadere all’interno dell’impianto era soggetta ad ordinanza sindacale. Secondo l’ex responsabile, era il Comune ad essere competente alle attività di bonifica. Bonifica che, come riportato dal pubblico ministero, non sarebbe stata attuata dalla Loas srl che lo aveva messo per iscritto: in sostanza, non vi era bisogno di bonificare niente, anche a fronte di un incendio inquinante e devastante quale fu l’incendio di sei anni fa.
È l’avvocato della Provincia di Latina a ricordare in aula a ricordare che la Loas fu inserita nella cosiddetta “black list”. L’ingegnere Nardone non ha saputo spiegare però il motivo per cui la società fu inserita nella lista nera, ribadendo che nelle more dell’istruttoria per il rinnovo delle autorizzazioni non aveva contezza che non fossero state rispettate le prescrizioni da parte della Loas.
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Il processo – che è stato rinviato al prossimo 16 novembre quando verrà ascoltato il consulente tecnico della Procura – scaturisce dall’indagine, portata avanti dal Procuratore aggiunto Carlo Lasperanza e dal sostituto procuratore Andrea D’Angeli, che fece emergere una quantità dei rifiuti in surplus presenti all’interno dell’area della Loas in Via della Cooperazione al momento del devastante incendio che ha praticamente carbonizzato due dei tre capannoni dell’azienda. Una tesi che gli imputati avevano respinto già in udienza preliminare, avvalendosi anche dei pareri favorevoli degli Enti preposti a controllare (tra i quali, soprattutto, la Provincia di Latina, il Comune di Aprilia e la Regione Lazio) arrivati anche poco prima che il 9 agosto 2020 scoppiasse uno degli incendi più impattanti degli ultimi anni nella provincia di Latina e non solo.
Al momento, pesa come un macigno sugli imputati ciò che venne scritto nel 2021 dalla Commissione Ecomafie del Parlamento italiano. “Le indagini condotte unitamente all’ausilio dei Carabinieri del Norm di Aprilia, dei Carabinieri Forestali del NIPAAF di Latina e dei Carabinieri NOE di Roma – si leggeva nella relazione approvata il 4 agosto 2021, a un anno dal disastro – hanno consentito di appurare: a) la natura dolosa dell’incendio che si è sviluppato all’interno dell’area, su cui insiste l’impianto di smaltimento e recupero rifiuti speciali non pericolosi gestito dalla LOAS Italia S.r.l.: incendio per cui è stato iscritto autonomo procedimento penale (il n. 2211/21 R.G. notizie di reato mod. 44) nell’ambito del quale è stata formulata richiesta di archiviazione perché le indagini anche di natura tecnica non hanno consentito, allo stato, di individuare l’autore (o gli autori) del gesto criminale; b) una compromissione o comunque un deterioramento significativo e misurabile dell’aria consistito nella accertata presenza di diossine, furani e idrocarburi policiclici aromatici (IPA) in valori superiori a quelli medi individuati dall’OMS (diossine e furani) e a quelli annuali previsti dal d.lgs. n. 155/2010 (gli IPA), anche nelle zone limitrofe all’area interessata dall’incendio appiccato dolosamente da persone rimaste ignote (come riportato nei rapporti di ARPA Lazio – Servizio Qualità dell’aria e monitoraggio degli agenti fisici; c) alcune criticità nella comunicazione e nel raccordo tra enti/autorità competenti in ordine al monitoraggio e/o controllo delle autorizzazioni, delle prescrizioni via via impartite e delle reali condizioni del sito con particolare riferimento allo stoccaggio e alla gestione dei rifiuti, anche al fine dell’adozione dei provvedimenti di sospensione o revoca delle autorizzazioni concesse”.
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