CLAN TRAVALI, PALAIA: “AL PROCESSO RESET HO MENTITO”. LA VERSIONE DEL COLLABORATORE DI GIUSTIZIA

Vincenzo Palaia
Vincenzo Palaia

Clan Travali e malavita, le dichiarazioni del collaboratore di giustizia inserite nel processo “Reset” in Corte d’Appello

Lo scorso 3 luglio, la Direzione Distrettuale Antimafia di Roma ha chiesto alla Corte d’Appello di acquisire, tra gli altri documenti, anche le dichiarazioni rese a verbale dal collaboratore di giustizia Vincenzo Palaia, pregiudicato pontino. Pesce piccolo di certo, anche per sua stessa ammissione, ma in grado, secondo gli inquirenti, di essere molto utile al possibile ribaltamento della sentenza che in primo grado, a Latina, ha visto cadere l’associazione mafiosa per il clan capeggiato dai fratelli Angelo e Salvatore Travali.

Lo scorso 3 luglio, le parti hanno discusso le questioni inerenti al rinnovamento dell’istruttoria dibattimentale richiesto dal pubblico ministero della DDA ricorrente, Francesco Gualtieri. Il magistrato chiede che nel secondo grado di giudizio vengano riascoltati i collaboratori di giustizia Renato Pugliese, Agostino Riccardo e Andrea Pradissitto, oltreché a una serie di vittime di estorsione di alcuni componenti del clan. Il pubblico ministero ha chiesto inoltre di ascoltar i collaboratori di giustizia Johnny Lauretti e Vincenzo Palaia. Una testimonianza quest’ultima considerata dall’Antimafia nevralgica in quanto Palaia, escusso nel processo di primo grado a Latina, aveva smentito le circostanze narrate dall’altro collaboratore di giustizia, Andrea Pradissitto.

Gli avvocati difensori Massimo Frisetti, Oreste Palmieri, Giancarlo Vitelli e Leonardo Palombi, a cui si sono associati tutti i colleghi del collegio difensivo, hanno chiesto il rigetto delle richieste del pubblico ministero e la Corte d’Appello si è riservata, rinviando al 10 settembre per lo scioglimento delle riserva. Calendarizzata anche la data dell’8 ottobre: quel giorno, fosse accolta la richiesta del pm, inizierebbe l’istruttoria con l’escussione dei testimoni; in caso contrario, ci sarebbe solo la requisitoria del procuratore generale.

Come noto, il pubblico ministero della Direzione Distrettuale Antimafia di Roma, Francesco Gualtieri, ha impugnato la sentenza del Tribunale di Latina che, a gennaio 2025, ha assolto 24 imputati su 31 nell’ambito del maxi processo che vedeva alla sbarra componenti del sodalizio di Latina, di cui sarebbe stato parte integrante anche il noto Costantino “Cha Cha” Di Silvio.

Nel frattempo è diventato collaboratore di giustizia anche Ivan Rapone, il ristoratore di Latina, coinvolto in vicende di spaccio e dato per molto vicino al clan Travali. Rapone sta rendendo le dichiarazioni in queste settimane e non è escluso, laddove fosse accolta la richiesta di rinnovare l’istruttoria, che anche le sue parole possano far parte del processo d’Appello di “Reset”.

Ad ogni modo, Palaia è considerato rilevante dalla DDA perché il pregiudicato ammette di aver mentito nel processo “Reset” di primo grado. Lo si evince dai verbali depositati dalla DDA nel processo d’Appello, a Roma. Palaia spiega, ad aprile scorso, peraltro interrogato dal pm Gualtieri, di aver avuto una forte amicizia con Pradissitto. In primo grado, il 45enne di Latina, escusso in aula, aveva invece smentito le circostanze narrate dall’altro collaboratore di giustizia, Andrea Pradissitto.

Palaia ripercorre la sua vita criminale, spiegando di essere stato vicino, ma mai affiliato, sia alla cosiddetta mala non rom di Latina, in riferimento a Maurizio Santucci e Luca Nardone, sia, per determinati periodi di tempo, ai sodalizi zingari, tra cui anche quello dei Ciarelli, di cui è Pradissitto è stato affiliato avendo sposato la figlia di uno dei boss: Ferdinando “Furt” Ciarelli. In uno dei passaggi resi alle autorità giudiziarie, Palaia racconta anche di una rissa nel carcere di Viterbo avvenuto una quindicina di anni fa e di uno scontro a mani nude tra due boss: Ferdinando “Furt” Ciarelli contro Salvatore Fragalà, capo dell’omonimo clan di origine siciliana, di stanza tra Pomezia e il litorale sud capitolino.

Il collaboratore di giustizia, nei verbali pieni anche di omissis, spiega che tra i Palazzoni e Viale Nervi c’erano due piazze di spaccio: quella retta da Angelo Travali e quella controllata da Santucci e Nardone.

Fin qui non molto di nuovo. Non banale il particolare per cui, a seguito di un pestaggio subito nel 2012 dentro uno scantinato di Viale Nervi (Palazzoni), con tanto di coltellata ricevuta al polpaccio, Palaia dice di essersi rivolta all’attuale consigliere comunale della Lista Celentano (ex Partito Democratico), Enzo De Amicis, il quale, in qualità di medico, curò il pentito senza refertarlo: “Andai segretamente nello studio. Non mi ha mai refertato e mi diede delle pasticche, ma dopo 15-20 giorni andai in setticemia”. Il pestaggio sarebbe stato architettato e messo in pratica da Santucci e Nardone più i loro sodali. “All’epoca – spiega Palaia – ebbi sospetti che dietro potessero esserci anche Francesco Viola e Angelo Morelli”. Questi ultimi due processati e condannati nel processo di primo grado “Reset”, senza contare essere l’uno, Viola, il cognato dei Travali, l’altro, Morelli, il cugino.

Ai fini del processo d’Appello di “Reset”, Palaia lo dice a più riprese: “Confermo quanto detto nell’interrogatorio del 31 marzo a proposito del fatto che ho dichiarato il falso quando sono stato sentito nel corso del processo “Reset”. Il latinense, originario della Calabria, racconta altri particolari della malavita pontina come, ad esempio, lo scontro che ci sarebbe stato tra “Cha Cha” Di Silvio e Gianluca Tuma dopo gli arresti dell’operazione “Don’t Touch”. Quest’ultimo avrebbe preteso dai “Cha Cha” la restituzione di una casa in Q4 poiché responsabile di aver frequentato i parenti Angelo e Salvatore Travali. Una frequentazione che Tuma considerava la causa dei loro arresti.

Palaia conferma di aver detto a Pradissitto di sapere dell’ascesa criminale dei Travali, della piazza di spaccio dei Palazzoni, di affiliati armati come Christian Ziroli, e che il loro fornitore di droga sarebbe stato Gianluca Ciprian, anche lui assolto nel processo Reset. Il 45enne ha raccontato di alcune partite di droga e altri affari criminali peraltro già emersi come il debito contratto da Agostino Riccardo e Renato Pugliese con Alessandro Contì il quale li avrebbe cercati per un regolamento di conti insieme ad alcuni albanesi non meglio specificati.

Per Palaia, si sapeva in giro che Angelo Travali era quello che ragionava (“riflessivo”), mentre Salvatore Travali era una testa calda: uno “schizzato”. “Pradissitto mi raccontò che i Travali si erano consegnati alla polizia e si erano fatti arrestare per evasione in quell’anno nel corso della guerra criminale (nda: 2010)”.

Tornando al processo di primo grado “Reset”, Palaia afferma agli inquirenti: “Nel corso del processo del 7 novembre 2024, ricordo di avere subito definito “verme” Pradissitto quando mi fu chiesto se lo conoscevo perché sapevo che, come altri, lui aveva fatto il mio nome nel corso del processo e quindi volevo esprimere il mo disprezzo nei suoi confronti in relazione alla sua decisione di collaborare con al giustizia”. E ancora: “Ho detto il falso nel corso della mia deposizione quandi dissi di averlo incontrato in carcere solo per pochi giorni, perché, in realtà, ho avuto una lunga amicizia con Pradissitto e l’ho incontrato in più periodi di detenzione, anche quando eravamo ai domiciliari. Ho detto il falso quando ho dichiarato che Pradissitto cercava appositamente di reperire informazioni in carcere per rivendersele. In realtà lui in carcere ci sapeva stare, era un “bravo ragazzo” che si sapeva fare la galera”.

Il pentito dice di conoscere molti del clan Travali, come Gianluca Ciprian e Christian Battello, oppure i due collaboratori di giustizia Agostino Riccardo e Renato Pugliese descritti come affiliati dei Travali e, successivamente, dei Di Silvio di Campo Boario: “So che la parola di Angelo Travali contava e conta ancora moltissimo; non posso dire se erano un gruppo mafioso ma di sicuro un gruppo criminale che se ti volevano fare un’azione mafiosa te la facevano”.

Le parole di Palaia possono essere, come succede in questi casi, un fiume di aneddoti criminali, senza sfociare però in accuse granitiche nei confronti di chi cita. Secondo il 45enne, lo stesso Maurizio Santucci, considerato un peso massimo a Latina nel mondo della droga, nel carcere sarebbe stato torturato per diversi mesi da alcuni esponenti dei clan rom di Latina. A Salvatore Travali, Palaia avrebbe anche fatto un tatuaggio: una croce con le mani stampata su di lui stesso, sul medesimo Salvatore Travali e altri due affiliati, Christian Battello e Manuel Ranieri.

La sua decisione di collaborare con la giustizia è dovuta all’ultimo arresto per cui ha ricevuto una condanna a 6 anni di reclusione in abbreviato per aver detenuto un’arma da sparo: “Oltre alle minacce che ha fatto arrivare omissis, mi ero già convito di voler collaborare per cambiare vita e per amore della mia compagna e dei suoi figli. Riflettevo sulla collaborazione, anche perché mi sono sentito “venduto”, non credo sia un caso che sono stato fermato dai Carabinieri quando sono stato arrestato con un’arma modificata, una Glock 7,65″.

Su altro personaggio di peso come Alessandro Zof, processato in Reset e assolto, Palaia spiega: “Non di doveva toccare me lo diceva Pradissitto. So che ultimamente ha lavorato con i fondani e in particolare con Massimiliano Del Vecchio”. Zof e Del Vecchio sono stati coinvolti in una estorsione commessa in concorso nel processo “Scarface”: il primo, per tale vicenda, ha subito una condanna a poco più di due anni passata in giudicato. “Zof era uno che se c’era da sparare ti sparava. Lavorava con la droga e si accompagnava a un rumeno di nome Valerio (nda: Valeriu Cornici processato e assolto in “Reset”)”. Da Zof si sarebbero riforniti anche i due pluripregiudicati di Cisterna, Gennaro Amato e Alessandro Contì.

In tutto, come spiega lui stesso, Palaia ha fatto 25 anni di carcere. Uno degli arresti eccellenti fu quello nell’operazione Lucignolo in cui si contestava l’associazione per delinquere finalizzata alle rapine: “Io ho vissuto di strada, sono stato anche sparato. Anche se l’ho negato durante il processo. Pradissitto lo aveva detto ed era vero”.

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