“PETCOKE-WASHING”, I TENTATIVI DI NORMALIZZARE L’INQUINAMENTO AL PORTO DI GAETA

Le condizioni della banchina del porto commerciale di Gaeta dopo lo scarico del petcoke. Una nuovo denuncia della consigliera comunale di Formia, Paola Villa

“Acquarolo come è l’acqua? È fresca e sana”. Esattamente questo sta avvenendo al Porto Commerciale di Gaeta: un tentativo di normalizzare una situazione assurda e pericolosa per la salute umana e dell’intero territorio, tra movimentazione di sostanze pulverulente come petcoke, clinker e caolino, movimentazione di rifiuti, stoccati in quel bel tendone bianco, quello che doveva essere “temporaneo” ma è diventato “magicamente permanente”, quello che si trova entrando nel porto sulla destra, con la grande scritta multicolor INTERGROUP, affinché il porto diventi “Blue & green”, ma oggi è solo “Black & grey”.

Fino ad oggi, dopo aver divulgato quei video della vergogna, dove dal pontile della nave colava petcoke mischiato ad acqua piovana, che andava direttamente in mare, dopo aver divulgato decine di foto e fatto esposti alle autorità competenti, non è successo niente di niente, addirittura hanno “assoldato” la troupe della Rai per dire che il porto commerciale è un’isola felice, piena di gente che lavora in sicurezza, respira aria sana e movimenta merce non cancerogena.Hanno persino sbagliato il nome della merce che movimentano: non è carbon coke ma è petcoke.

Il materiale che arriva al porto commerciale di Gaeta è un residuo della raffinazione del petrolio, cancerogeno e altamente dannoso se inalato. Nessuno spiega perché né la Capitaneria di Porto né la Dogana non procedano al campionamento del materiale quando arriva in porto e viene movimentato, per appurare se i parametri lo classificano come petcoke o rifiuto e “si fidano” di ciò che dichiarano “gli acquaroli”.

Nessuno dice una parola sulle aree che l’Autorità Portuale vuole dare in concessione alla Intergroup nel prossimo futuro, capannoni di 14mila metri quadrati e silos alti oltre 16 metri, costruzioni tutte concesse senza valutazione di impatto ambientale, con conferenze di servizi che vanno deserte.

Nessuno dice a questi signori che guadagnano svariati milioni di euro l’anno, grazie al petcoke, inquinando banchine, acque di scolo, mare e territorio, che il petcoke va movimentato a circuito chiuso, potrebbe arrivare racchiuso in “big bags” o in contenitori “open-top”… ovviamente tutte alternative che non vengono minimamente considerate per motivi economici, per non rinunciare ai lauti guadagni a discapito di un intero territorio. A questi signori si continua a chiedere “acquarolo com’ è l’acqua?” e loro continuano a rispondere “è fresca, buona e sana!”. Ecco a voi la loro “acqua fresca, buona e sana”, ecco la loro “Blue e green economy”.

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