VOTO DI SCAMBIO POLITICO-MAFIOSO: PROSCIOLTI DEL PRETE E FORZAN, REATO RIQUALIFICATO E PRESCRITTO

Voto di scambio politico-mafioso: concluso il processo che vede alla sbarra Emanuele Forzan e Raffaele Del Prete

Il terzo collegio del Tribunale di Latina, composto dai giudici Mario La Rosa, Francesca Zani e Paolo Romano, ha prosciolto i due imputati Raffaele Del Prete e Emanuele Forzan, in quanto il reato, riqualificato da voto di scambio politico mafioso in corruzione elettorale, è stato dichiarato prescritto. Una pronuncia che fa cadere l’aggravante del metodo mafioso.

Dopo svariate udienze, iniziate con l’incompatibilità del primo collegio a marzo 2022, a distanza di quasi quattro anni dall’inizio del processo, si è concluso il primo processo pontino in cui si è contestato il reato di voto di scambio politico mafioso. Nel mezzo sono cambiati altri tre presidenti di collegio: Francesco Valentina, Francesca Coculo e l’attuale Mario La Rosa, quando il processo è passato dal secondo al terzo collegio. In sostanza il processo avrebbe dovuto svolgersi nel primo, per poi passare al secondo (anche Coculo si dichiarò incompatibile a dicembre 2023 dopo quasi due anni di udienze) e arrivare al definitivo terzo collegio. Una storia processuale tortuosa, per utilizzare un eufemismo.

24 ore dalla seconda inchiesta con arresti contenuta in una indagine pontina, nello specifico a Terracina, si era aperta lo scorso 18 dicembre la penultima udienza del processo di primo grado per voto di scambio politico mafioso con il clan Di Silvio di Latina, a carico degli imputati pontini Raffaele Del Prete e Emanuele Forzan, il primo dei quali noto imprenditore delle aziende dei rifiuti con appalti nella provincia di Latina.

Co-imputato e già condannato a 3 mesi di reclusione il collaboratore di giustizia Agostino Riccardo. A rappresentare l’accusa, il pubblico ministero della Direzione Distrettuale Antimafia di Roma, Francesco Gualtieri. Il collegio difensivo è composto dagli avvocati Michele Scognamiglio, Massimo Frisetti, Pietro Parente e Gaetano Marino.

Il Pubblico ministero Francesco Gualtieri, in una requisitoria fiume durata oltre tre ore, ha ricostruito le vicende che hanno interessato Forzan, Del Prete e Riccardo. Hanno pilotato il voto, hanno gestito l’attacchinaggio dei manifesti tramite Riccardo e non lo hanno mollato perché era prezioso al loro obiettivo di far votare il consigliere comunale di Noi con Salvini, Matteo Adinolfi, alle elezioni amministrative del 2016, a Latina. È questo, in estrema sintesi, quanto specificato dal sostituto procuratore antimafia il quale ha spiegato che “è ampiamente comprovato il reato di voto di scambio politico mafioso”. Ecco perché ha chiesto pene severe: per Del Prete, considerato primo agente dell’azione delittuosa, 8 anni di reclusione; per Forzan, 6 anni.

Nel corso della requisitoria, il pm Gualtieri ha letto le intercettazioni riviste dalla Squadra Mobile di Latina, che erano state oggetto della scorsa udienza. Un aspetto che è stato aspramente criticato dal collegio difensivo. Il sostituto antimafia ha fatto riferimento al caso di Gina Cetrone, condannata in primo grado a 6 anni e 8 mesi, che ha usufruito dell’attacchinaggio dei manifesti da parte di Renato Pugliese e Agostino Riccardo, in cambio di migliaia di euro.

Gli avvocati Scognamiglio, Frisetti e Marino hanno svolto le loro arringhe in circa due ore e mezza. Tutti e tre hanno chiesto l’assoluzione per i loro assistiti in quanto non ci sono gli elementi costitutivi del reato. Secondo l’avvocato Scognamiglio, è “de plano” che le dichiarazioni di Agostino Riccardo sul voto di scambio siano inattendibili, senza contare che il collaboratore di giustizia sbaglierebbe anche a individuare il seggio dove si sarebbe concretizzato il cosiddetto voti truccato con le preferenze comprate. Tutti e tre gli avvocati che all’accusa manca la prova dell’accordo corruttivo, il luogo in cui si sarebbe sancito, peraltro con il lasciapassare di Armando “Lallà” Di Silvio, all’epoca capo dell’affiliato Agostino Riccardo, reo confesso. Ecco, per la difesa, la prova che anche “Lallà” sapesse di un accordo, comunque non dimostrato, non esiste.

Nella giornata odierna, dopo le brevi repliche del pm Gualtieri che ha ribadito le sue accuse, sottolineando che pur mancando come imputati, sono presenti nei fatti il boss Armando “Lallà” Di Silvio, “garante del patto” tra Agostino Riccardo e Raffaele Del Prete e anche l’archiviato Matteo Adinolfi, l’ex europarlamentare della Lega, il quale avrebbe beneficiato dei voti del clan, tramite il pagamento di Del Prete, al fine delle elezioni in consiglio comunale a Latina, nel 2016, in quota “Noi con Salvini”.

Le contro-repliche dei difensori Scognamiglio, Marino e Frisetti hanno invece marcato l’accento sull’inattendibilità delle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Riccardo, richiamando anche diverse sentenze di processo antimafia, come Reset, la cui accusa del 416 bis è caduta. Nessun contatto tra Del Prete e Forzan e la famiglia Di Silvio, questo è stato il concetto espresso dagli avvocati. Si sarebbe trattato di una truffa o di un millantare da parte di Riccardo e non ci sono prove per l’accordo tra l’ex affiliato ai Di Silvio e Del Prete.

In mattinata, prima che il Tribunale si riunisse in camera di consiglio, Emanuele Forzan ha rilasciato, leggendole, dichiarazioni spontanee, intermezzate dalla commozione: “Sono stato arrestato per un reato infamante e ho dovuto intraprendere un percorso di cura psicologica in ragione dello stato di ansia e paura che aveva determinato in me l’indagine a mio carico”. Forzan ha lamentato di non essere stato messo a conoscenza di tutte le carte d’indagine sin dall’inizio: “Non ho mai conosciuto la famiglia Di Silvio. Abito dal Gionchetto sin dal 1974 e non conosco i Di Silvio di Campo Boario. Sono fiero di non conoscerli”. Per quanto Riccardo, Forza ha detto: “Per me era un attacchino, niente di più. Non mi interessava cosa facesse dopo aver attaccato i manifesti”. Forzan ha negato tutte le accuse: se davvero fosse stato a conoscenza di questa mafia – ha spiegato – non avrebbe chiamato le forze dell’ordine dopo il danneggiamento subito dal point elettorale di “Noi Con Salvini” nel 2016. E anche sulla cena a Borgo Carso, dove sarebbero stati presenti Renato Pugliese e Agostino Riccardo, Forzan ha chiesto la conferma ai rappresentati delle forze dell’ordine e anche loro hanno negato: “Le dichiarazioni di Pugliese e Riccardo non sono convergenti. Addirittura Riccardo dice di essere stato seduto a fianco di Matteo Salvini, mentre Pugliese non cita la presenza di Riccardo”. Infine ha concluso: “Non sono mai stato parte di nessun accordo”.

A sentenza emessa, entrambi gli imputati si sono lasciati andare alle lacrime a quattro anni e mezzo dalla misura cautelare che li aveva coinvolti. Un proscioglimento non nel merito, ma che dà ragione all’assunto difensivo per cui non vi era mafia. Rimane una corruzione elettorale che non cancella l’assunto per cui, alle elezioni comunali di Latina, nel 2026, ci sarebbe stato qualcuno che comprava i voti e qualcuno che li vendeva.

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IL PROCESSO – Sul banco degli imputati di questo processo ci sono, come detto, l’imprenditore dei rifiuti Raffaele Del Prete e l’ex collaboratore della Lega in Regione Lazio, nonché responsabile elettorale per la lista “Noi con Salvini” alle elezioni comunali di Latina nel 2016, Emanuele Forzancollaboratore al momento, in Regione, del consigliere regionale di Forza Italia, Angelo Tripodi

I due imputati, Forzan e Del Prete, oggi come sempre presenti in Aula, furono arrestati il 13 luglio 2021 nell’ambito dell’inchiesta che ha portato alla contestazione del voto politico-mafioso riferibile alla campagna elettorale del 2016 a Latina (Comunali). L’imprenditore Raffaele Del Prete è accusato di aver dato soldi ad Agostino Riccardo, ex affiliato al Clan Di Silvio, oggi collaboratore di giustizia, in cambio di voti, attacchinaggio e visualizzazione dei manifesti elettorali in favore di Matteo Adinolfi (della lista “Noi con Salvini”), ex europarlamentare della Lega (fu eletto nel 2019) e, nel 2016, in corsa per diventare consigliere comunale. Carica che, alla fine, raggiunse con 449 voti. La posizione di Adinolfi, però, è stata archiviata definitivamente a ottobre 2022 per decisione della sezione Gip/Gup del Tribunale di Roma, su richiesta della stessa Procura/DDA di Roma.

Per l’accusa, Del Prete avrebbe dato a Riccardo circa 45mila euro. A costituire, secondo inquirenti e investigatori, il ruolo di collettore anche Emanuele Forzan. L’inchiesta fu portata a compimento da Direzione Distrettuale Antimafia di Roma e Squadra Mobile di Latina.

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