Inizia il processo per i Carabinieri accusati dall’ex collaboratore di giustizia di avergli dato la droga in cambio di soffiate
Si è aperto oggi, 9 luglio, il processo a carico dei tre Carabinieri accusati dall’ormai ex collaboratore di giustizia Maurizio Zuppardo di avergli passato sostanza stupefacente in cambio di informazioni riservate.
A maggio 2025, il giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Latina, Laura Morselli, aveva sciolto la sua riserva e disposto il rinvio a giudizio per tre dei Carabinieri coinvolti nell’indagine della Procura di Latina. Sono accusati, a vario titolo, anche di corruzione e spaccio, insieme all’ex pentito Maurizio Zuppardo. In udienza preliminare furono invece prosciolti altri tre militari dell’Arma accusati dal medesimo Zuppardo e dalle contestazioni della Procura di Latina. Il collegio difensivo è composto dagli avvocati Giulio Mastrobattista, Alessandro Mariani e Gianmarco Conca.
L’avvocato Mastrobattista ha sollevato l’eccezione preliminare chiedendo che il decreto di giudizio immediato sia nulla, in quanto non vi è chiarezza dei capi d’imputazioni. Secondo il difensore, a cui si sono associati gli altri due legali, il decreto vede allegato la richiesta di rinvio a giudizio con alcuni capi non oggetto di contestazione agli imputati. Il terzo collegio penale del Tribunale di Latina, composto dai giudici La Rosa-Mongillo-Ciccone, ha rigettato l’eccezione degli avvocati, non ravvisando alcuna lesione del diritto di difesa.
Il pubblico ministero Luigia Spinelli ha chiesto l’ammissione dei testimoni e la nomina di un perito per la trascrizione delle intercettazioni. La difesa ha chiesto anch’essa l’ammissione dei testimoni, il contro-esame dei testimoni della pubblica accusa e l’esame degli imputati.
Il processo, per la nomina del perito che dovrà trascrivere le intercettazioni, riprenderà il 10 settembre.
Un procedimento penale piuttosto movimentato, quello che era terminato a primavera 2025 in udienza preliminare. A giugno 2024, si era svolta una udienza difficile tanto che l’avvocato Alessandro Mariani, che fa parte del collegio difensivo, aveva spiegato di come lo stesso Zuppardo, esibendosi in video social, in particolare su Tik Tok, avesse rivelato più volte anche il luogo protetto nel nord Italia che avrebbe dovuto rimanere segreto per questioni di sicurezza. Un fatto sollevato dal legale per mettere in dubbio l’attendibilità dell’allora pentito.
Inoltre il pubblico ministero Valentina Giammaria aveva chiesto il rinvio a giudizio per tutti i Carabinieri coinvolti nell’udienza preliminare. Dopodiché era stata la volta degli avvocati Alessandro Mariani, Gianmarco Conca, Giulio Mastrobattista e Oreste Palmieri che avevano chiesto per i loro assistiti una sentenza di assoluzione che, da legge Cartabia, può essere emessa anche in fase di udienza preliminare. In altra udienza aveva parlato l’avvocato Renato Archidiacono il quale aveva chiesto come i colleghi l’assoluzione per il proprio assistito.
A ottobre 2024, l’udienza preliminare era stata ancora di più elettrica, in quanto non erano mancate le intemperanze da parte dell’allora collaboratore di giustizia il quale, ascoltato per dichiarazioni spontanee, era stato più volte richiamato dal Gup Morselli poiché aveva interrotto in diverse occasioni gli avvocati che parlavano per conto dei Carabinieri coinvolti. Non solo critiche e batti e ribatti tra il collaboratore e gli avvocati. Zuppardo, infatti, in una interlocuzione molto accesa con l’avvocato Mariani, aveva dapprima accusato il legale di aver minacciato, insieme a uno dei Carabinieri coinvolti, la sorella affinché non testimoniasse e, successivamente, aveva proferito parole, interpretate dalla difesa come minacce neanche troppo velate: “Avvocato, pensi a lei e alla sua famiglia che abitate a Latina”.
Una frase che rimandava alla circostanza per cui era stato l’avvocato Mariani a puntualizzare sulla località protetta in cui viveva in quel momento Zuppardo. Fatto sta che una volta che il collaboratore di giustizia aveva rivolto al legale le succitate parole, il pubblico ministero non aveva ritenuto inviare il contenuto delle stesse in Procura per accertamenti.
Anche in quell’udienza, comunque, c’era stato un rimando a quanto sollevato a giugno 2024 dall’avvocato Mariani: la circostanza per cui ci sarebbe stata una omissione di atti d’ufficio da parte di uno dei Carabinieri di Via In Selci a Roma che eseguiva le indagini sui sei colleghi indagati nel procedimento odierno. Secondo il legale, quando fu ascoltato in una intercettazione un brigadiere indagato, con l’accusa grave di aver occultato un chilo di cocaina in seguito ad un sequestro a Sezze, quest’ultimo non avrebbe detto a un collega: “Nascondi i panini”, riferibili alla droga. In realtà, come poi accertato nel corso delle indagini difensive che avevano recuperato uno scontrino con l’acquisto di pane e bibite, la frase era “A condi’ i panini”, col chiaro riferimento al pranzo che si stava facendo in caserma.
Per quella vicenda, il Carabiniere capitolino che intercettava non riferì al pubblico ministero di Latina che indagava e non fu disposta nessuna perquisizione a Sezze per verificare se si trattasse di droga. Ecco perché, nel corso della udienza preliminare di giugno 2024, il pm Giammaria aveva chiesto che fossero trasmessi gli atti in Procura.
L’INCHIESTA – L’inchiesta, coordinata dall’ex Procuratore capo Giuseppe De Falco e dal sostituto Valentina Giammaria, che si sono avvalsi anche dei Carabinieri del Nucleo Investigativo di Roma, era partita dalle parole riferite a verbale dal collaboratore di giustizia le cui dichiarazioni sono state ritenute attendibili dalla Polizia di Stato in più di una indagine: Movida e Scarface sul Clan di Silvio capeggiato da Giuseppe Di Silvio detto “Romolo” (emesse già diverse condanne) e Reset che vede ad oggi il processo per mafia al clan retto da Costantino “Cha Cha” Di Silvio e dai fratelli Angelo e Salvatore Travali.
Ad essere indagati dalla Procura, sono diversi Carabinieri che nelle circostanze descritte alla Direzione Distrettuale Antimafia di Roma erano in servizio presso la Caserma del Comando Provinciale di Latina “Vittoriamo Cimarrusti”. Secondo Zuppardo, per circa 11 anni, egli stesso avrebbe ricevuto quantitativi di droga in cambio di soffiate rese ai Carabinieri che sequestravano la sostanza stupefacente e procedevano ad arresti. In un caso, descritto da Zuppardo, la sua “paga” sarebbe stata di un chilo di erba per aver permesso ai militari dell’Arma di bloccare un carico di droga proveniente dall’Olanda.
Dapprincipio erano diversi i capi d’imputazione a carico degli indagati che, sospesi da incarichi operativi all’interno dell’Arma, devono rispondere di reati quali corruzione, falso, spaccio e concussione. Le richieste di arresto nei confronti dei Carabinieri indagati sono state, come noto, respinte dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Latina, Giuseppe Cario. Tuttavia la Procura di Latina, che dopo l’emergere della notizia a marzo 2023 ha voluto rilasciare un comunicato per ribadire la sua fiducia nell’Arma, si era opposta ricorrendo al Tribunale del Riesame sulle misure cautelari. Alla fine fu lo stesso Gip Cario, anche dopo una pronuncia della Corte di Cassazione, a ribadire, in riferimento alla posizione di uno dei militari, che Zuppardo non sarebbe stato credibile in quanto ricorrevano motivi di risentimento nei confronti dei Carabinieri.
Secondo il collaboratore, ad ogni modo, i Carabinieri non possono permettersi un’auto costosa o l’acquisto di una casa e per tale ragione non solo avrebbero dato a lui il premio della droga in cambio dei sequestri e delle soffiate, ma a un certo punto avrebbero anche voluto parte dei proventi derivanti dallo spaccio messo in piedi con la droga sequestrata.
Un quadro investigativo che dal Gip di Latina Giuseppe Cario non è stato considerato attendibile e che oggi, tra prescrizioni e ridimensionamenti, è approdato in una udienza preliminare che è diventata piuttosto travaglia e zoppicante. Ad essere contestati solo i fatti più recenti per sei Carabinieri, tra cui due operazioni antidroga per le quali vi sarebbe stato il passaggio di soffiate in cambio di sostanze stupefacenti e il caso dei panini scambiati per panetti. Non è un episodio rivelato da Zuppardo, ma emerso durante le indagini scaturite dalle dichiarazioni di quest’ultimo e captato in una delle intercettazioni: al telefono, con un capitano, comandante dell’epoca che lo stava raggiungendo in caserma, un militare avrebbe parlato dei panini che stava preparando, ma secondo l’accusa avrebbe chiesto all’ufficiale di nascondere panini, da interpretare come panetti. In realtà, come già emerso, si tratterebbe di un grosso equivoco: i panini erano realmente panini.
Un altro aspetto da chiarire, così come risulta marginale la contestazione di porto abusivo d’arma da fuoco, in relazione alle legge sulla caccia, a carico di uno dei Carabinieri. Già il Gip Cario si era pronunciato rispetto a tale contestazione, smontandola.
I RISVOLTI DELLA VICENDA – Nelle more del procedimento, a ottobre 2024, è arrivata la revoca della collaborazione con lo Stato, confermata dal Tar, per Maurizio Zuppardo.
Il Tribunale amministrativo di Roma non ha concesso, infatti, la sospensiva, richiesta tramite ricorso da Maurizio Zuppardo, del provvedimento con il quale il Ministero dell’Interno, lo scorso 25 settembre, ha revocato la protezione di Stato all’ormai ex collaboratore di giustizia, Maurizio Zuppardo. Si andrà, quindi, all’udienza di merito che dovrà stabilire se accogliere o meno il ricorso di Zuppardo per annullare la decisione della Commissione Centrale del Ministero dell’Interno. Nel frattempo, per un primo periodo, con si confà in questi casi, Zuppardo e alcuni parenti stretti sono stati protetti con ordinaria misura di protezione.
La notizia della fine del rapporto tra Zuppardo e lo Stato era emersa nel corso di una udienza del processo “Reset”, che vedeva alla sbarra 30 imputati, quasi tutti facenti parte del clan Travali/Di Silvio.
A comunicare il nuovo scenario fu, in quell’udienza del 18 ottobre 2024, lo stesso Maurizio Zuppardo, il 49enne di Latina, detto “Fagiolo”, il quale si era rifiutato di testimoniare nel processo “Reset”, proprio perché non si era sentito più tutelato dopo che la Commissione Centrale del Ministero dell’Interno aveva deciso che non era più un collaboratore di giustizia.
Nell’udienza di “Reset”, Zuppardo aveva spiegato di non voler rispondere alle domande del pubblico ministero della DDA di Roma, Luigia Spinelli, in quanto non si sentiva più tutelato dallo Stato. Aveva paura, Zuppardo, di riferire sul clan Travali poiché, non essendo più sotto la protezione dello Stato, si sarebbe esposto troppo a eventuali ritorsioni. Una collaborazione molto faticosa quella di Zuppardo (iniziata a ottobre 2019), sin da subito, in quanto egli stesso non si è mai ritirato a vita privata, anzi, ha avuto una intensa vita social tra Facebook e TikTok.
A Zuppardo, già nel luglio 2022, viene contestato di avere avuto comportamenti ostili e sprezzanti nei confronti delle forze dell’ordine che lo hanno scortato quando c’era da rendere qualche testimonianza minacciando azioni violente, oltreché a intrattenere rapporti social compromettenti con altri pregiudicati e attuali collaboratori di giustizia. A febbraio 2023, Zuppardo viene diffidato perché ha rivelato su Facebook e Tik e Tok i suoi profili social.
A luglio 2024, il Servizio centrale di protezione ha comunicato che Zuppardo, sebbene richiamato sul corretto utilizzo dei social, non osservava la pur minima regola di prudenza, postando foto e selfie che lo ritraggono in luoghi facilmente individuabili dagli altri utenti. In precedenza, il 4 giugno 2024, personale del Nucleo Operativo di Protezione ha segnalato che in una live su un social network con vari partecipanti, tra cui un nick-name riconducibile ad un collaboratore di giustizia, è stata captata una conversazione nella quale veniva indicato che Zuppardo fosse stato colpito da un ictus e trasportato in eliambulanza in ospedale. Un fatto che è realmente accaduto il giorno precedente.
Una vita esposta in pubblico, quando invece occorreva riservatezza. Ecco perché la Direzione Nazionale Antimafia, lo scorso 22 luglio, ha espresso parere favorevole alla revoca dello speciale programma di protezione. Le condotte di Zuppardo “evidenziano un’assoluta mancanza di percezione del pericolo esponendo a eventuale pericolo soggetti terzi che si occupano della sua protezione“. La Dna parla di “comportamenti disdicevoli”, così come evidenziati dai difensori degli imputati (in particolare nel procedimento ai Carabinieri accusati da Zuppardo), che compromettono la credibilità del collaboratore di giustizia.
Zuppardo, in prospettiva, può tendere al “mendacio”, ossia al travisamento della verità. Una situazione che ha fatto sì che pure la Direzione Distrettuale Antimafia di Roma, lo scorso 10 settembre, ha espresso parere favorevole alla revoca.
Regole della protezione violate, esposizione al pericolo di terzi soggetti, sovraesposizione sui sociale e comportamenti al limite. In breve, sono queste le ragioni che hanno portato al fallimento della collaborazione con lo Stato di Maurizio Zuppardo. Il 48enne ha così vanificato l’efficacia delle misure di protezione disposte a suo favore. I suoi comportamenti, secondo il Ministero che cita diverse sentenze amministrative, hanno messo in pericolo non solo gli agenti di scorta, anche la popolazione “che potrebbe rimanere coinvolta in attentati criminosi alla vita del collaboratore che si sia incautamente esposto”.
Infine, per le minacce rivolte all’avvocato, Mariani incassò la solidarietà dell’ordine di Latina. Minacce che, però, non sembravano finite. Era spuntato, a febbraio 2025, un video su Tik Tok, social molto utilizzato da Zuppardo, in cui l’ex collaboratore aveva postato all’interno di una serie di immagini che scorrono anche quella dell’avvocato Alessandro Mariani e del suo studio legale in via Fabio Filzi. A far da sfondo la canzone di Irama “Ovunque sarai”. Un messaggio intimidatorio o l’ennesimo video sopra le righe dell’ex collaboratore?
