RIVOLTA NEL CARCERE DI REBIBBIA: CONDANNATO PUSHER DELLE ARLECCHINO

Condannato a 1 anno e 2 mesi di reclusione per la rivolta scoppiata nel carcere di Rebibbia nell’aprile del 2026. È stata questa la sentenza a carico Walid Boulebda, algerino di 39 anni, assistito dall’avvocato Marco Nardecchia.

Il 39enne, che vive a Latina, è noto alle cronache giudiziarie per essere stato coinvolto in più di una vicenda, tra cui anche lo spaccio di droga nell’area delle cosiddette case Arlecchino. Per quanto riguarda il procedimento sula rivolta nel carcere di Rebibbia, Boulebda è stato giudicato con il rito abbreviato. Ad aprile scorso, il 39enne ha rimediato una condanna a 5 anni di reclusione per un furto commesso a Latina, in via San Carlo da Sezze, dovendo rispondere anche di resistenza a pubblico ufficiale e ricettazione perché trovato in possesso di un cellulare rubato. Ad aprile 2022, l’uomo fu arrestato per una rapina ai danni di una donna, per poi essere rintracciato all’ex Svar. A giugno 2025, la condanna a 8 mesi per spaccio di droga come pusher presso le case Arlecchino, capeggiate dai fratelli Mattia e Yuri Spinelli.

La “curiosità” è che anche Mattia Spinelli, “protagonista” della stagione delle bombe a Latina, è a processo per la rivolta scoppiata nel carcere di Latina.

Boulbeda, invece, è stato condannato per la rivolta carceraria, insieme ad altri quattro nordafricani, dal giudice capitolino Roberta Conforti. Secondo il capo d’imputazione, per un fatto accaduto il primo maggio 2026, “in concorso tra loro, all’interno dell’Istituto Penitenziario Rebibbia, dove sono detenuti per altro, partecipavano a d una rivolta a cagione del fatto, mediante una condotta violenta consistita nel legare un lenzuolo al cancello di sbarramento della Reparto G12 Sezione C, mantenendolo forzatamente chiuso e opponendo attiva resistenza al personale di Polizia Penitenziaria impedendo di fatto l’accesso e l’intervento immediato degli operatori. In particolare, appiccavano fuoco a d alcuni materassi presenti all’interno delle stanze detentive, che causava l’emissione di fumo che si propagava fino all’area esterna del Reparto”.

Nello specifico, Boulebda è accusato di aver dato fuoco ad un lenzuolo all’interno della sua cella, con la complicità di un altro detenuto. Secondo il giudice Conforti, “Boulebda, dopo aver inizialmente negato le proprie responsabilità, ha ammesso di aver dato fuoco al lenzuolo, a suo dire spegnendolo subito dopo, e di aver avuto intenzione di incendiare lo sgabello, venendo fermato da un connazionale, dichiarazioni palesemente in contrasto con il contenuto dell’annotazione di
servizio”.

In sentenza, si legge che “deve dunque ritenersi innanzitutto configurabile il contestato reato di danneggiamento seguito da incendio, avendo gli imputati appiccato il fuoco al fine di danneggiare i materassi e le lenzuola, con il pericolo che dal fuoco così acceso potesse derivare un incendio tenuto conto della presenza di altre suppellettili infiammabili”. Un incendio non banale tanto che è stato necessario l’utilizzo degli idranti e l’intervento di numerose guardie carcerarie, poi visitati dal medico di guardia per aver inalato i fumi causati dalle fiamme divampate.

Si configura, inoltre, per il giudice Conforti, il reato specifico di rivolta all’interno di un istituto penitenziario. Il codice spiega che “chiunque, all’interno di un istituto penitenziario, partecipa ad una rivolta mediante atti di violenza o minaccia o di resistenza all’esecuzione degli ordini impartiti per il mantenimento dell’ordine e della sicurezza, commessi da tre o più persone riunite, è punito con la reclusione da uno a cinque anni. Costituiscono atti di resistenza anche le condotte di resistenza passiva che, avuto riguardo al numero delle persone coinvolte e al contesto in cui operano i pubblici ufficiali o gli incaricati di un pubblico servizio, impediscono i l compimento degli atti dell’ufficio o del servizio necessari alla gestione dell’ordine e della sicurezza”.

Nel caso di Boulebda e gli altri, il giudice scrive che “gli imputati compivano atti di violenza, bloccando il cancello di ingresso alla sezione, ostacolando l’ingresso degli operanti e il compimento d a parte d i questi ultimi dei compiti del proprio ufficio, dando altresì fuoco ai materassi e alle lenzuola e cercando di alimentare le fiamme”. Peraltro “l’azione posta in essere dagli imputati rendeva necessaria l’evacuazione della sezione, essendo messa in pericolo l’incolumità del personale e dei detenuti, che potevano rientrare nelle rispettive stanze di detenzione solo dopo la messa in sicurezza e la bonifica degli ambienti”.

La rivolta, originata da una forma di protesta per un suicidio avvenuto in carcere, “non elide affatto la gravità della condotta, prevedendo l’ordinamento penitenziario lecite modalità per inoltrare richieste e reclami all’autorità giudiziaria”.

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