Spari nella serata di mercoledì 16 settembre, a Latina. Ucciso in via XXIV Maggio, vicino alla chiesa dell’Immacolata.
Le indagini sull’omcidio di Ibrahim Dibba, ucciso con tre colpi di pistola in viale XXIV maggio, sono arrivate ad una svolta. Sin dalla mattina, sono in corso perquisizioni nella zona di Campo Boario e del Pantanaccio. La Squadra Mobile ha disposto i primi fermi tra alcuni componenti della nota famiglia Di Silvio, dopodiché anche un mironenne si sarebbe costituito in Questura.
Il più noto tra i fermati è Ferdinando Di Silvio detto Pescio (25 anni), figlio Costantino Di Silvio detto Patatone in carcere per l’omicidio di Fabio Bistecca Buonamano avvenuto nel 2010 nel corso della guerra criminale e a 24 ore dall’omicidio di Massimiliano Moro. “Pescio” non è un nome nuovo alle cronache. Nel febbraio 2020, l’allora 19enne esplose alcuni colpi d’arma da fuoco in via Moncenisio (quartiere Gionchetto), nei pressi di alcune abitazioni in cui vive insieme a molti dei suoi famigliari, tra cui anche la famiglia dello zio Giuseppe detto Romolo in carcere con il padre Patatone per l’omicidio Buonamano risalente al 2010. Attualmente è a giudizio nel processo “Scarface” accusato di estorsione.
Gli altri fermati sono il figlio minorenne di una nipote del boss “Romolo” Di Silvio e un altro personaggio legato al clan Di Silvio. La donna, in questione, è la stessa che risultava come noleggiatrice della Kia Picanto ritrovata dopo l’omicidio presso le Torri di Campo Boario, in via Pionieri della Bonifica.
Tra le ipotesi che si stanno facendo largo, suffragate anche dalla testimonianza della compagna di Ibrahim Dibba detto “Zala”, c’è che il 27enne sarebbe stato attirato verso Via XXIV Maggio da un conoscente, per poi essere ucciso dai Di Silvio. Dibba avrebbe avuto una discussione sul marciapiede con tre personaggi legati al clan Di Silvio, dopodiché uno di loro avrebbe esploso i tre colpi di pistola. Da qui, i soggetti sarebbero saliti in auto e scappati via. Dibba avrebbe discusso con uno di loro nei giorni precedenti all’omicidio, fino ad arrivare a tirare uno schiaffo contro un membro dei Di Silvio i quali avrebbero deciso di fargliela pagare con il sangue. Un omicidio, che se fosse confermato questo come movente, avrebbe i tratti della banalità feroce e, giuridicamente, dei futili motivi.
Le indagini della Squadra Mobile di Latina sono coordinate dal sostituto procuratore di Latina, Marina Marra, con la supervisione del procuratore capo, Gregorio Capasso, per fare luce sull’omicidio accaduto mercoledì 16 settembre sulla circonvallazione di Latina, in Via XXIV Maggio.
LE INDAGINI SINO A OGGI – Da ciò che è emerso sino a oggi, sono due i punti fermi. Da un lato il ritrovamento di un’auto noleggiata: si tratta di una Kia Picanto ritrovata a Campo Boario, in Via Pionieri della Bonifica, nei pressi delle cosiddette Torri. Il luogo dove 24 ore prima dell’omicidio erano stati uditi due colpi pistola: che le due circostanze siano legate?
Si tratta di un’area da sempre controllata dai Di Silvio, tanto che l’auto sarebbe stata presa a noleggio da una giovane donna della nota famiglia rom, da un trentennio al centro di indagini e processi per crimini di ogni tipo, anche mafiosi. L’auto è stata presa a noleggio dalla stessa ditta che, in questi mesi, ha fornito i mezzi a personaggi della malavita per commettere affari illeciti. Il noleggio è stato confermato anche dal titolare della ditta, interrogato la sera stessa dell’omicidio dalla Polizia di Stato. È chiaro che, fosse confermata la riconducibilità dell’auto noleggiata a nome Di Silvio con l’omicidio, i killer avrebbero commesso una passo falso evidente, dal momento che il mezzo è stato trovato in una delle roccaforti della nota famiglia rom.
Secondo punto fermo sono le dichiarazioni rese dalla compagna del 27enne gambiano Ibrahim Dibba, vale a dire la vittima di questa storia che proviene più dalla cronaca casertana che da quella latinense: finora, il quadro che va delineandosi, infatti, è quello di un piccolo spacciatore ucciso come un animale, per strada, per aver litigato con chi, più grosso di lui, gli doveva dei soldi.
Di certo il 27enne, detto “Zala”, senza fissa dimora, che frequentava la Caritas del Villaggio Trieste, ha subito due colpi all’addome. Colpi sparati per uccidere il 27enne originario del Gambia che stava camminando sulla cosiddetta circonvallazione di Latina, all’altezza del distributore di benzina che si trova in via XXIV Maggio, vicino al luogo sacro della Chiesa dell’Immacolata, a due passi dal Tribunale di Latina e dall’Università e, in linea d’aria, non distante dalla Procura di Via Ezio.
La Polizia ha ascoltato due testimoni che avrebbero sentito sparare ben tre colpi dall’auto che si è avvicinata all’uomo, per poi ripartire di corsa. Un altro testimone, amico della vittima, avrebbe riferito di una discussione avvenuta poco prima dell’omicidio tra l’uomo ucciso e altre persone. Gli investigatori hanno acquisito le immagini delle telecamere di videosorveglianza pubbliche e private per ricostruire la fuga e il percorso del veicolo: si tratta degli impianti dell’Università e del distributore di benzina. Immagini che, però, potrebbero non essere state molti utili all’identificazione dei due killer.
Tra le ipotesi che si stanno facendo largo, suffragate anche dalla testimonianza della compagna dell’uomo, c’è che il 27enne sarebbe stato attirato verso Via XXIV Maggio da un conoscente, per poi essere ucciso dall’auto in corsa. Dibba avrebbe avuto una discussione sul marciapiede con tre personaggi legati al clan Di Silvio, dopodiché uno di loro avrebbe esploso i tre colpi di pistola. Da qui, i soggetti sarebbero saliti in auto e scappati via.
“Stavamo insieme da 6 mesi, abitavamo insieme e sono incinta – ha raccontato la compagna pubblicamente e prima ancora agli investigatori della Polizia -. Ieri sera eravamo qui sulle scale al Villaggio Trieste, è venuto un uomo e ha detto vieni con me, dopo un po’ ho sentito 3-4 colpi, sono corsa e l’ho visto a terra. Questo era un suo vecchio amico-nemico, un algerino o marocchino. Avevano litigato qualche mese fa, poi ieri sera a sorpresa è tornato. È stata un trappola”.
“Conosceva gli zingari di Latina – spiega ancora la compagna -, si fidava di loro e l’altra sera era andato proprio da loro per avere dei soldi. Gli zingari avevano un debito con lui, aveva fatto un lavoretto per loro e loro non lo avevano pagato. Hanno litigato, lui voleva i suoi soldi. Non so che tipo di lavoro aveva fatto. Ha litigato con gli zingari e se ne andato. Quando l’ho conosciuto spacciava e poi piano piano si è lasciato tutto indietro. Voleva lasciare questo mondo. Voglio sapere perché è morto. Se volevano mandare un messaggio potevano sparare ad un piede, fare altro. Voglio sapere perchè ha dovuto pagare con la vita”.
Le idee su chi ha ucciso “Zala” sarebbero già molto chiare. I risvolti, se queste convinzioni fossero confermate, sarebbero gravi e inquietanti. La stessa compagna ha confermato che il 27enne “spacciava” e per i cosiddetti “zingari” avrebbe fatto “un lavoretto”. Ecco, le convinzioni vanno sempre più dalla parte di uno scenario da Castelvolturno: il piccolo spacciatore nero che pretende i soldi per il “lavoretto”, alza la voce e gliela si fa pagare con il sangue e la vita. Fatto fuori, peraltro, da un clan che, negli ultimi anni è l’unico ad aver regolato i conti con le morti. Si torna pericolosamente indietro al 2010, solo che stavolta non muoiono i capi, ma muore la manovalanza. Uno scenario, per l’appunto, a cui la malavita pontina non ci aveva ancora abituato.
Dapprincipio, si poteva immaginare che l’omicidio di Via XXIV Maggio fosse una gambizzazione finita male. Il problema, anche dal punto di vista giuridico, una volta che verranno presi i killer, sarà dimostrare un fatto certo: i colpi hanno raggiunto all’addome l’uomo, dunque sono stati sparati ad altezza in grado di colpire punti vitali. Questo significa: omicidio volontario e, fosse confermato la trappola per attirare “Zala”, anche premeditato.
