La diciassettenne Elisa Marafini, trovata morta con il suo fidanzato Patrizio Bovi il 7 marzo 1997.

MONTI LEPINI. IL DELITTO DI CORI CHE INAUGURÒ LA STAGIONE DEI MISTERI E DELLE FAKE NEWS

in Cronaca/Giudiziaria

ROSSO A CORI RICORRENTE

L’omaggio della Statua della Minerva nel 1410 alla città di Roma determinò la concessione a Cori dei colori giallo e rosso e dell’acronimo SPQC. Fu la volta in cui il Comune dei Lepini entrò a far parte dei territori della Chiesa evitando di divenire feudo di qualche nobile famiglia nell’orbita papale. Da allora lo sfondo rosso e il leone rampante giallo sormontato da una corona costituiscono il gonfalone municipale. Rosse le Giunte che si sarebbero succedute alla guida del paese dal 1945 fino al 2000, quando Forza Italia interruppe un monopolio che durava da decenni. Per poi tornare rosse dal 2007 ad oggi.  Rosso rubino è anche il colore del Cori Rosso, quel vino dall’odore gradevole che nasce da vitigni in percentuali variabili di Montepulciano, Nero Buono di Cori e Cesanese. Viti che affondano le proprie radici su roccia calcarea dal colore rossastro. La dolcezza delle vette dei Lepini è intervallata dalle più alte e spigolose cime di Monte Lupone e della Semprevisa. Sarà per quello che associare l’omicidio di una coppia avvenuto più di venti anni fa al celebre best seller di Douglas Preston e Mario Spezi “Dolci colline di sangue”, sulle vicende del Mostro di Firenze, sarebbe stato inopportuno oltre che poco originale. I Lepini non hanno mai trasmesso la stessa sensazione di dolcezza che potrebbero infondere le colline fiorentine. Quella domenica di marzo di ventuno anni fa 185 coltellate su una coppia di giovani fidanzati produssero però in un’unica giornata un lago rosso sangue che tanto ricordava “i delitti dei compagni di merende”.

QUEL DUPLICE OMICIDIO DI 22 ANNI FA

Domenica 9 marzo 1997 nell’appartamento in affitto in Via La Fortuna 41 vennero trovati morti poco prima delle 23 e 30 i due fidanzatini Patrizio Bovi ed Elisa Marafini. A scoprire i due cadaveri sono Angelo Marafini, padre di lei ed ex maresciallo dei carabinieri, il figlio quindicenne e il comune amico della coppia Massimiliano Placidi. Il numero di coltellate inferte ai fidanzatini non aveva precedenti: 51 erano quelle ritrovate sul corpo di Patrizio, di cui almeno una ventina mortali, mentre 124 erano quelle che l’autopsia rilevò su Elisa. “Una mattanza” apparentemente inspiegabile! Lei era nativa del luogo, lui originario della Campania e, dopo aver vissuto a lungo da alcuni parenti a Cisterna, si era trasferito da pochi mesi nell’antica cittadina dei Lepini. In un primo tempo l’attenzione dei Carabinieri fu su “Citozza”, così era soprannominato il Placidi per via della sua somiglianza con la scimmia di Tarzan. Ci fu un ragazzo che rivelava di aver ricevuto offerte di sesso a pagamento dal Placidi, se fosse stato vero il ragazzo di Cori potrebbe esser stato infatuato del Bovi. Una gelosia nei confronti di Elisa avrebbe scatenato il raptus omicida. Venne preventivamente incarcerato Citozza per 24 giorni, a seguito di una confessione poi ritrattata, ma quella che avrebbe dovuto essere la prova utile ad incastrarlo, delle macchie repertate su alcuni oggetti del suo studio, si rivelò il residuo di muffa e ruggine. Successivamente le indagini si concentrarono su un altro amico del Bovi: Marco Canale. Sarebbe stato lui ad esser condannato a 30 anni sia in I grado a Latina, che in appello a Roma e in ultimo dalla Cassazione. Una macchiolina di sangue nei pantaloni costituì la prova regina di tutto il procedimento, tuttavia la sentenza non convinse allora Antonio Pennacchi come non lo convince tuttora.
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lacidi avrà tempo 18 anni dopo per farsi condannare a 4 anni di carcere per via di una denuncia di molestie ai danni di due minorenni, ma questa è un’ altra storia. La sua pulsione sessuale per degli studenti delle medie non ha necessariamente a che fare con un omicidio nei confronti di due amici avvenuto molti anni prima.

Massimiliano Placidi in un’intervista del ’99 alla trasmissione condotta da Carlo Lucarelli “Blu notte”.

I TESTIMONI DELLA DOMENICA

Alle 16.05 di quella “maledetta” domenica Elisa viene vista da un testimone all’interno di un bar a Cori bassa. La ragazza con uno zainetto stile Invicta blu prova a chiamare da un telefono pubblico, senza tuttavia riuscire a parlare con l’interlocutore dall’altra parte della linea. Intorno alle 16.20 la ragazza è già fuori e procede a piedi. Tra le 16.30 e le 16.40 un secondo testimone avvista Elisa e Patrizio assieme seduti su un muretto dei giardinetti di Cori alta, si stanno scambiando le effusioni tipiche degli innamorati e non mostrano alcuna preoccupazione. Tra le 17.30 e le 17.45 un barista li nota che passeggiano a Piazza Signina. La proprietaria di un bar ricorda la coppia tra le 18 e 30 e le 19.00: si stringono per mano e si dirigono verso i videogiochi. Alle 19.00 un orefice rammenta la coppia sempre mano nella mano ancora a Piazza Signina. Poco prima delle 19.35 una donna a 30 metri da casa sua incontra all’incrocio tra Via Cavour e Via della Fortuna i due ragazzi che conosce di vista. Patrizio ha in mano un telefonino e sta cercando di comporre un numero. Secondo cinque testimoni i due tra le 16.30 e le sette e mezza di sera erano ancora in vita.

L’IMPUTATO

Dapprima Canale racconta di aver raggiunto Cori alta nel primo pomeriggio della domenica, intorno alle 15.00. Marco chiarisce che in quell’intervallo di tempo non ha né  incontrato la coppietta in centro né si è recato presso la casa di Via La Fortuna. Marco si fa un giro a Piazza Signina, scambia due chiacchiere con degli amici di passaggio, si reca al chiosco dei gelati. Alle 16.12 il 27enne, mentre scende a piedi dal centro storico verso la parte bassa del paese, prova a chiamare col cellulare il padre, ma nessuno risponde. Alle 16.40 lungo la Via Cori-Cisterna il ragazzo raggiunge il campo di proprietà del nonno e lì sosta per fumare uno spinello. Alle 17.12 richiama il padre e chiede di poter parlare col fratello, ma il fratello ha già lasciato casa. Successivamente il ragazzo rientra sulla strada in direzione Doganella e all’altezza di una pompa di benzina fa autostop. Solo verso le 18.00 il ragazzo ottiene un primo passaggio da uno sconosciuto che lo lascia lungo Via Monti Lepini all’altezza del quartiere di San Valentino. Marco ottiene un secondo passaggio intorno alle 18.20 da una coppia di conoscenti che lo accompagna fino a Corso della Repubblica a Cisterna, da lì a piedi fino alla propria abitazione (18.40). Il secondo passaggio trova esatta conferma proprio dalla coppia che lo ha caricato. Alle 21.00 Canale viene visto al balcone di casa da più di un concittadino.

Via della Fortuna 41, Cori.

LA SECONDA VERSIONE E IL REFERTO DELLA SCIENTIFICA

In seguito Marco Canale subisce una perquisizione in casa da parte dell’Arma dei Carabinieri che sequestra, tra i vari oggetti, un paio di jeans depositati nel piatto doccia che presenta qualche macchiolina. L’indumento viene inviato al Centro Investigazioni Scientifiche. Proprio mentre il CIS è in procinto di confermare la compatibilità tra la macchiolina e il sangue di Elisa e Patrizio, l’operaio cambia versione. Alle 14.00 di quella domenica ha lasciato Cisterna sfruttando il passaggio in automobile di alcuni amici che lo hanno accompagnato fino a Piazza Signina (14.30), dopo una breve sosta lungo il tragitto. Canale si è recato a Via La Fortuna e ha bussato alla porta di Patrizio, ma nessuno risponde. “Starà pranzando a casa di qualcuno!?” – pensa. Passeggia per il centro di Cori e dopo un’ora e mezza/due torna a suonare a casa del Bovi. Ancora non risponde nessuno, la porta non è chiusa a chiave e Canale gira la maniglia entrando in casa. Al piano terra non c’è nessuno, ma quando sale al primo piano trova i due in un bagno di sangue. Il ragazzo scappa senza avvertire né polizia né carabinieri. Conati di vomito che non trovano sfogo e il tentativo di chiamare il fratello tramite il cellulare del padre per chiedere migliori consigli. Nessuno risponde e la lunga corsa fino a valle. Alle 18.20 il passaggio lungo la Via Monti Lepini. Eppure proprio in quell’ora più di una persona ricorda un ragazzo dell’altezza grossomodo di Marco Canale che cercava di infilare un sacco della spazzatura in un cassonetto nei pressi di Via della Fortuna. Del resto a casa di Patrizio il secchio viene trovato senza busta.

La seconda versione di Canale non convince nessuno. Entra in casa del suo amico senza suonare, non chiama la polizia e si chiude la porta alle spalle come se niente fosse! Poi c’è quella macchiolina che parla da sola e la Scientifica non può sbagliare. L’operaio fa inoltre uso di stupefacenti, alcune persone tra Cori e Cisterna dichiarano addirittura sia un piccolo pusher. E quelle 5 testimonianze che collocano il delitto tra le 19.35 e le 23.30?

ANTONIO PENNACCHI E CARLO LUCARELLI

Nel 1998 lo scrittore latinense già si occupò del duplice omicidio in un libro edito da Donzelli: “Una nuvola rossa”. A vent’anni di distanza con una sentenza definitiva in più e un’uscita ormai prossima del condannato Marco Canale, Pennacchi torna sulla vicenda con “Il delitto di Agora”. Agora è un artifizio letterario per indicare Cori, i nomi dei protagonisti vengono cambiati e “il fattaccio” viene retrodatato di un anno e qualche giorno, ma al di là della libera ispirazione i riferimenti sono limpidi. L’anno dopo la pubblicazione di “Una nuvola rossa” è Carlo Lucarelli ad occuparsi della vicenda in una delle puntate della seconda stagione di Blu notte. Ogni Comune ha nella propria storia vicende cruente da annoverare, la novità fu rappresentata in quell’occasione dalla reazione degli abitanti che mutò in relazione alla narrazione dei fatti da parte dei giornali, della radio e della televisione. Quello che sarebbe divenuto un cliché della cronaca nera nella Provincia italiana ebbe un emblematico battistrada nei Lepini. Dapprima la comunità si strinse attorno alla voce unica secondo la quale le vittime erano due bravissimi ragazzi a cui nessuno avrebbe potuto volere del male. Qualche giorno dopo l’inizio del can-can mediatico si alzano le prime voci fuori dal coro secondo le quali i due ragazzi non erano propriamente dei santi e Patrizio era avvezzo all’uso di stupefacenti, forse anche di cocaina. Infine si iniziò ad adombrare il sospetto che all’interno del gruppo di amici non ci fosse solo un comune interesse attorno alle droghe leggere e pesanti, ma intercorressero anche relazioni omosessuali. Massimiliano Placidi sarebbe stato il colpevole di tutto, era innamorato di Patrizio e non accettava la relazione di quest’ultimo con Elisa. No, il pluriomicida è Marco Canale: lui era senz’altro uno spacciatore e Patrizio, ormai tossicodipendente, non era in grado di onorare il debito contratto di duecentomila lire. Insomma in pochi giorni il loro ritratto veniva stravolto da quello di due sani figli della Provincia a quello di persone sessualmente promiscue e viziose, poco inclini ai valori della famiglia e agli obblighi del lavoro e dello studio. Le tentazioni da parte dei media di fornire o un quadro idilliaco della gioventù Cori o di raffigurarla come una novella Sodoma oscillavano come le onde di un elettrocardiogramma. I coresi per buona parte disorientati da tanta attenzione da parte dell’opinione pubblica nazionale, in minima parte malati di protagonismo e in cerca di visibilità, finivano per assecondare i più bassi istinti della TV. Da qui le testimonianze più fantasiose e contraddittorie agli investigatori, questi ultimi lesti a girarle alla stampa, non solo locale, o alle redazioni televisive.

Quando le indagini erano ancora in corso Antonio Pennacchi scrisse “Una nuvola rossa”. Dopo vent’anni ha pubblicato “I delitti di Agora”.

LA LEZIONE DI MARC BLOCH

Eppure lo storico francese degli Annales Marc Bloch aveva già avvertito settant’anni prima di come la produzione di fake news sia una costante della civiltà occidentale. Racconta Bloch in Réflexions d’un historien sur les fausses nouvelles de la guerre come nel ’17 a nord della cittadina di Braisne egli avesse catturato, insieme ai suoi commilitoni della prima linea di fanteria, un soldato tedesco. Il prigioniero da subito raccontò di essere un riservista originario di Brema e che nella vita svolgesse l’attività di commerciante. Dopo qualche giorno le retrovie, che non avevano neppure assistito all’interrogatorio, stravolsero le parole dell’uomo creando il mito di un agente segreto inviato dal Kaiser che, fingendosi un tranquillo commerciante, si era stabilito da anni a Braisne per carpire segreti e strategie del nemico. Fu proprio in quel clima che l’ex danzatrice della belle epoque Mata Hari, che ad oggi potrebbe esser considerata poco più di una escort di alto bordo, fu condannata a morte da un Tribunale militare e giustiziata con l’accusa di spionaggio per conto del Reich. Le false notizie nascono probabilmente da osservazioni individuali inesatte, o da testimonianze imprecise, ma l’errore di un testimone diviene quello di molti uomini solo se lo stato della società è favorevole. Nel caso specifico fu probabilmente confusa la città in cui il tedesco fu catturato (Braisne) con quella di provenienza (Brême in francese). La gente però racconta ciò che le piace immaginare e una volta che la fausse nouvelle ha preso piede è difficile tornare indietro, soprattutto se incontra interlocutori disposti a crederle.

Marc Bloch, storico lionese vissuto tra il 1886 e il 1944. Autore tra i vari saggi di Réflexions d’un historien sur les fausses nouvelles de la guerre (1921).

LE DIVERSE CHIAVI INTERPRETATIVE

Bloch ha ragione, quei cinque testimoni di Cori si erano lasciati condizionare dalle notizie iniziali dei media che collocavano la mattanza tra le 19.35 e le 23.30. A quel punto i test si erano auto-convinti di aver visto la coppia passeggiare per Piazza Signina manco fossero dei fantasmi. Forse sete di protagonismo davanti agli inquirenti e alla stampa nazionale, forse assolutamente in buona fede l’inconscio ha dettato loro di dichiarare ciò che non avevano mai visto. Leggende e fake news circolavano in quei giorni in tutta la provincia.  Alle 16.00/16.30 i due fidanzati erano già morti. A quel punto Canale ha avuto tutto il tempo per cambiare i suoi indumenti, mettere quelli sporchi in una busta dell’immondizia. Successivamente gettare il sacco in un qualsiasi cassonetto della zona. Alle 18.20 Canale era già sulla Via Monti Lepini e alle 21.00 al balcone di casa.

…O forse no? Alle 18.40 Canale stava sì a casa a Cisterna, ma ha fatto a tempo ad essere tra le 19.35 e le 23.30 di nuovo a Cori. Con quale automobile non è dato saperlo, sfruttando quale passaggio non si sa, ma è stato lui! Chi lo ha visto a Cisterna alle 21.00 è vittima della “sindrome di Bloch” o forse semplicemente voleva creare un alibi a un proprio amico, conoscente, concittadino.

O forse la magistratura ha condannato in 3 gradi di giudizio l’uomo sbagliato? Forse sono stati gli inquirenti ad essere condizionati dal principio secondo il quale se qualcuno “tira di cocaina” e magari è dedito anche al piccolo spaccio è sicuramente in grado di infliggere anche 185 coltellate? Un assassino per giunta spacciatore che si muove nella notte facendo l’autostop. Bloch non si riferiva alle false credenze che circolano all’interno di piccoli gruppi di commilitoni o di piccole comunità. Bloch faceva riferimento a fenomeni che possono assumere caratteri nazionali o addirittura universali. Chissà cosa avrà da raccontarci Marco Canale l’anno prossimo da uomo libero dopo 22 anni di carcere (riduzione pena per buona condotta)?

 

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