COMMESSO AGGREDITO DENTRO IL NEGOZIO A FORMIA, LE ASSOCIAZIONI CHIEDONO GIUSTIZIA

Commesso bengalese aggredito al “Vitruvio Multi service”Formia. L’intervento delle associazioni del sud pontino SP CasaMatta – Casa del Popolo del Golfo, ANPI Gaeta, Sud Pontino Per la Palestina, Nonunadimeno Sud Pontino e Funny Hill

“Come enti culturali e associazioni del Sud Pontino, abbiamo incontrato Y. R., 29 anni, di origine bengalese, vittima di una violenta aggressione mentre lavorava in un negozio di generi alimentari a Formia. A distanza di più di un mese non è ancora nelle condizioni di lavorare, a causa delle ferite riportate, ed è in apprensione per la sua famiglia in Bangladesh che ha bisogno del suo supporto economico. Ha scelto di esporsi e raccontare la sua storia in prima persona, dicendo “Non voglio che questo tipo di dolore accada più a nessun altro”.

Cos’è successo il 10 agosto e nei giorni precedenti?

Da circa un mese, quasi ogni giorno, dei ragazzi entravano nel negozio chiedendo “il batarosso” e registrando le mie reazioni. Avrei poi scoperto che si tratta di una “challenge” comica in voga su TikTok che consiste nel fare richieste senza senso al solo scopo di divertirsi e dare fastidio. Lo chiamavano patata rossa dolce e poi, storpiando il nome, batarosso, patarossa, e io, non sapendo cosa fosse, chiamavo il mio capo per chiedere aiuto. Il mio capo diceva di dire che non c’era il batarosso e di farli andare via, ma loro insistevano molto; la situazione non smetteva di ripetersi, disturbando il mio lavoro e lasciandomi sempre più angosciato. La sera del 10 agosto tre ragazzi sono entrati a chiedere il batarosso, tra cui uno, di forse 12 o 14 anni, che era già entrato altre volte a disturbare nello stesso modo. Ho chiesto loro di lasciare cinque euro di acconto perché gliele procurassi; mi hanno dato una banconota da dieci euro e si sono allontanati.

Dopo una ventina di minuti, il ragazzo è tornato in compagnia di altri due, direi tra i 22 e i 26 anni, che mi hanno chiesto cosa fosse successo. Ho provato a spiegare che il ragazzo entrava spesso nel negozio urlando e dando fastidio, e non è stato facile perché non parlo bene l’italiano; quasi immediatamente uno dei più grandi, che indossava un casco, mi ha attaccato, facendomi cadere a terra e colpendomi con pugni e calci in faccia.

Ora come stai?

Non ricordo niente fino al risveglio in ospedale. Ho riportato fratture al naso in quattro punti, un forte trauma cranico e varie contusioni, con una prognosi di inabilità temporanea assoluta al lavoro per un mese e dieci giorni. Il supporto della cooperativa sociale Arteinsieme e dei suoi ospiti è stato fondamentale in queste settimane. Ora, però, ho bisogno di tornare a lavorare per poter sostenere la mia famiglia in Bangladesh: mia figlia E. ha quattro anni, mio padre ha scoperto da poco di avere il diabete, e anche i miei fratelli minori contano su di me. Intanto, mi sono rivolto alle forze dell’ordine mostrando anche i video registrati dalla videocamera del negozio. Sono molto amareggiato per quello che è successo e voglio solo giustizia. Ho paura che passi molto tempo prima che la mia denuncia porti a qualcosa.

Era mai successo a Formia che venissi offeso o ti sentissi discriminato?

Sono in Italia da circa un anno e per la maggior parte del tempo sono stato a Formia. L’Italia è un paese bellissimo e pacifico, che per me ha rappresentato la speranza quando ho dovuto lasciare il Bangladesh. Ci tengo a dire che Formia è abitata da brave persone e che non ho mai ricevuto offese prima che iniziasse la storia del “batarosso”. Sono solo una minoranza, quelli che creano questi problemi, e anche gli altri miei concittadini del Bangladesh che conosco non hanno mai vissuto queste situazioni. I responsabili devono essere individuati, credo nella giustizia italiana e mi aspetto un processo equo. Fino ad allora, però, credo che sia importante che la mia storia venga raccontata: non voglio che questo tipo di dolore accada più a nessun altro.

Attendere i tempi della giustizia potrà riparare solo fino ad un certo punto la ferita che questa vicenda lascia nelle coscienze di noi cittadine e cittadini di Formia e del Sud Pontino tutto. Comportamenti che oggi sono spesso emulatori diverranno domani, se tollerati, la nostra nuova normalità. Dobbiamo opporci fin da subito, farlo con coraggio e senso di comunità.

Questi episodi sono il riflesso di un clima che si sta aggravando su scala nazionale e internazionale, e sono responsabilità diretta di una certa retorica politica che ha interesse a normalizzare razzismo e violenza squadrista.

Paradossalmente, proprio il tema della “sicurezza” viene, infatti, strumentalizzato per delegittimare le lotte sociali e per criminalizzare il disagio e le categorie più vulnerabili, col tentativo di distogliere l’attenzione della popolazione dai veri problemi.Viviamo in un mondo che offre per la maggior parte delle persone un modello di vita insostenibile imposto dall’alto, funzionale agli interessi di pochi, volto a riprodurre ingiustizie e disuguaglianze; dalla mancanza di servizi, di spazi di aggregazione, di prospettive; da ritmi di lavoro irragionevoli, paghe indegne e logiche di sfruttamento. Sappiamo poi bene che la violenza, il razzismo e la marginalità non si fermano ai nostri confini, ma attraversano oggi l’Italia intera. Vogliamo, però, impegnarci e prenderci cura insieme del nostro territorio.

Come cittadine e cittadini chiediamo, pertanto, alle istituzioni – ai Comuni, alla Regione, allo Stato – di assumersi le proprie responsabilità. Chiediamo che si espongano in modo chiaro, che condannino ogni forma di razzismo e violenza, e che investano risorse reali in politiche sociali: sostegno per i programmi di doposcuola, per i centri di aggregazione giovanile, sostegno al lavoro e alla formazione, politiche abitative, servizi per la salute mentale e per chi è in una condizione di fragilità sanitaria, sportelli di ascolto e progetti di recupero per chi è in difficoltà. Chiediamo che le istituzioni supportino gli spazi aggregativi dal basso e le realtà culturali che lavorano ogni giorno per rispondere ai bisogni delle comunità, mondi che invece vengono colpevolmente silenziati o apertamente osteggiati dalla cultura politica dominante.

Dal canto nostro, come cittadine e cittadini, continueremo a resistere con gli sforzi quotidiani con cui ci impegniamo a rendere abitabili i nostri territori, per contrastare anche l’emigrazione che interessa tante e tanti giovani.

Rivendichiamo ogni giorno il diritto ad una vita bella, in relazione profonda con il nostro territorio, consapevoli che l’unica sicurezza è quella che si costruisce giorno dopo giorno, con il lavoro, con la cultura, con la partecipazione. È la sicurezza di potersi muovere libere e liberi per le proprie strade senza paura, di poter mandare le proprie figlie e i propri figli a scuola sapendo che impareranno il rispetto e la convivenza interculturale, e di poter abitare quartieri dove si apprezza chi lavora e offre servizi alla comunità, indipendentemente dalla sua provenienza geografica.

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