Inizia il processo Assedio bis: si tratta dell’operazione che, a luglio 2024, aveva portato agli arresti l’ex sindaco di Aprilia, Lanfranco Principi
È incardinato dinanzi al terzo collegio del Tribunale di Latina, composto dai giudici La Rosa-Mongillo-Ciccone, il processo bis derivante dall’operazione Assedio, l’indagine che ha portato al commissariamento per mafia del Comune di Aprilia, con l’arresto dell’ex sindaco Lanfranco Principi, e, ora, a due processi. Il primo è già iniziato presso il secondo collegio del Tribunale di Latina, mentre il secondo ha visto il suo inizio oggi, 23 aprile.
Oggi, 16 luglio, di fatto si è aperto il dibattimento. Il pubblico ministero della Direzione Distrettuale Antimafia di Roma, Alessandro Picchi, ha chiesto l’ammissione delle prove e dei testimoni di lista, riservandosi su ulteriore produzione documentale. Già calendarizzate altre udienze: 11 settembre e 16 ottobre.
A decidere sul rinvio a giudizio degli imputati odierni era stato il giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Roma, Paola Della Monica, che, lo scorso 22 gennaio, aveva proceduto a definire il procedimento, stabilendo per Giuseppe Carannante e Nabil Salami, che avevano chiesto di essere giudicati col rito abbreviato, rispettivamente una condanna a 3 anni di reclusione e l’assoluzione.
Il pubblico ministero della DDA di Roma, Alessia Natale, aveva chiesto la condanna a 7 anni e 4 mesi per Carannante e l’assoluzione per il genero del bosso Patrizio Forniti, Salami, riportandosi per quest’ultimo alla pronuncia della Cassazione che aveva revocato l’ordinanza di custodia cautelare in carcere per i fatti contestati (il 36enne rimane in carcere perché detenuto in ordine al primo troncone dell’inchiesta Assedio).
In tutto, sono otto gli imputati nel secondo troncone della maxi inchiesta antimafia “Assedio” che, a febbraio 2025, portò all’emissione di nuove misure cautelari, dopo l’operazione del luglio 2024.
Devono affrontare il processo “Assedio bis” alcuni di coloro che sono considerati i sodali principali di Forniti e già a giudizio, a Latina, per il filone principale: Luca De Luca, l’imprenditore Marco Antolini, Luigi Morra e Antonio Morra. Rinviato a giudizio anche Antonio Fusco detto Zì Marcello, arrestato nuovamente lo scorso 25 novembre, per una tentata estorsione al ristorante “Giovannino” di Latina in amministrazione giudiziaria proprio perché sequestrato a febbraio scorso nell’ambito del secondo troncone di “Assedio”. A processo anche Andrea Sulthan Mohamed.
Il collegio difensivo è composto dagli avvocati Francesco Mercadante, Massimo Biffa, Giuseppe Cincioni, Donato Felline, Fabrizio D’Amico, Marco Franco, Pasquale Cardillo Cupo, Oreste Palmieri, Massimo Frisetti, Maurizio Romagna e Andrea Manasse.
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LE ACCUSE – Fusco e Antolini devono rispondere di trasferimento fraudolento di beni aggravato dal medoto mafioso. Tra i sequestri eseguiti da Polizia e Carabinieri lo scorso febbraio, infatti, spiccava il noto ristorante “Giovannino” (il locale gestito ora da un amministratore giudiziario dal Tribunale) che si trova a Foce Verde, lungomare di Latina. L’imprenditore apriliano Marco Antolini, insieme ad Antonio Fusco detto “Zi’ Marcello”, è accusato di aver assunto di fatto la titolarità delle quote della società che gestisce il noto ristorante “Giovannino”, che si trova a Foce Verde sul lungomare di Latina. I due, già nel 2019, avrebbero lasciato solo fittiziamente la proprietà alle due donne che gestivano il ristorante, investendo 200mila euro anche attraverso la società apriliana Plastic srls. Fusco, peraltro, all’epoca dei fatti, che risalgono al 2019, doveva eludere la misura di prevenzione subita con il procedimento penale “Alba Pontina”, in cui era accusato di favoreggiamento al Clan Di Silvio di Latina. “Zì Marcello” avrebbe acquistato dal titolare storico il locale, esprimendo la volontà di nn comparire mai. Dopodiché sarebbe figurato nella qualità di dipendente.
Sempre Antolini e Fusco, in ragione del bisogno di eludere la misura di prevenzione di “Zi’ Marcello”, sono accusati di aver attribuito fittiziamente alle due donne indagate – Temperini e Violato – la titolarità delle quote della società Plastic srls di Aprilia. In questi passaggi ritenuti artificiosi, viene indagata anche la terza donna: Francesca De Monaco che avrebbe ceduto le sue quote a Debora Violato. La società veniva utilizzata per la gestione indiretta di “Giovannino”.
A testimoniare oggi, interrogato dal pm Picchi, l’ex cuoca del noto ristorante “Giovannino al mare” a Foce Verde, il cui suocero è stato il fondatore del locale nel 1936. La cuoca ha spiegato che all’inizio il proprietario era il suocero, dopodiché fu costituita una società a nome collettivo (snc) di cui la stessa anziana cuoca risultava amministratrice. “Sapevo di essere amministratrice, ma stavo sempre in cucina”, ha detto la donna che mai si occupata degli aspetti contabili e amministrativi: “A gestire era mio figlio”. Su sollecitazione del pm, la testimone ricorda di aver riferito ai Carabinieri che il figlio si appoggiava ad una persona di nome Mirella. Il cognome non lo ricorda, ma si tratta di Mirella Salvadori imputata in un processo parallelo, per tentata estorsione allo stesso ristorante, in concorso con Antonio Fusco detto Zi’ Marcello.
Lo stesso Fusco, secondo la testimonianza della ex cuoca, era conosciuto dalla donna come assiduo frequentatore. La donna, ascoltata a sommarie informazioni, disse: “Mio figlio ha dato la gestione della società del ristorante a Antonio Fusco che si è affidato ad una donna: Mirella Salvadori”. La donna, oggi, ha spiegato che il figlio le disse che doveva pensare stare bene e pensare alla salute: “Io stavo male e lui mi disse che a tutto il resto ci avrebbe pensato lui. Mi disse che voleva affittare il ristorante e io gli dissi che se pensava fosse stata la cosa giusta, allora andava bene così”. La donna è stata chiara: “Mirella si occupava delle assunzioni e delle gestione, oltreché degli incassi. Fusco era cliente e veniva solo a mangiare, io non sapevo che risultava cliente. Il ristorante era mio, ma ce l’avevano in gestione Fusco e Mirella. Non corrispondevano nessun canone. Fusco veniva al ristorante con auto importanti”.
Secondo la testimonianza della donna, è emerso che la donna era all’oscuro di tutto rispetto alla gestione affidata al duo Fusco-Salvadori: “Mio figlio mi disse solo di pensare alla mia salute”. Fusco era una sorta di amico di famiglia che, ad un certo punto, è subentrato alla gestione del ristorante in difficoltà.
Ad essere escussa anche la cognata della cuoca, anche lei socia della società snc che gestiva “Giovannino al Mare”. Di fatto, però, non ha mai partecipato alla gestione della società: “Avevo una quota per una questione ereditaria, ma mi sono sempre tirato fuori. All’inizio c’era un socio, di nome Giovanni, che gestiva la società; successivamente subentrarono mia cognata con il figlio. Erano loro ad avere la gestione”. La donna comunque ha escluso che la gestione amministrativa fosse in capo alla cognata che ha sempre occupata l’attività di cuoca. A sommarie informazione, la testimone aveva detto: “Mio nipote affidò la gestione del ristorante a terze persone che non conosco. Escludo che mia cognata abbia mai amministrato”.
La donna si recò da un notaio di Latina insieme alla cognata e al nipote per cedere le quote ad una signora di nome “Cristina”, cognata di Marco Antolini. Oggi, però, in aula, la donna non ricorda chiaramente: “Dovevo uscire dalla società e dovevano entrare altre persone al posto mio”.
La donna ha spiegato che Fusco e Salvadori erano subentrati alla gestione del ristorante, insieme con altre persone con cui davano “grosse feste” nel locale: “Si comportavano come gestori dell’attività”.
LE ALTRE ACCUSE – Ancora Antolini insieme a Carannante sono accusati di aver messo in pratica, nel 2019, un prestito usurario nei confronti di un commerciante di autoveicoli di Aprilia, tra minacce e comportamenti violenti. Gli interessi per un prestito di 30mila euro arrivano, secondo gli inquirenti, a un tasso del 30%: praticamente 9mila euro al mese. “Se entro il mese di febbraio – dice Giuseppe Carannante al titolare dell’azienda, di cui era stato dipendente – non mi saldi Marco (nda: Antolini), ti vengo a sparare io per Marco”.
Di estorsione mafiosa devono rispondere Luca Del Luca, Antonio e Luigi Morra e ancora Marco Antolini. Nelle indagini di “Assedio 2”, gli investigatori si sono concentrati sui due atti intimidatori subiti dalla Nuova Tesei Bus srl di Urbano Tesei, indagato nel primo filone di “Assedio”: una società che, come noto, ha gestito per anni il servizio trasporti pubblici, anche per la scuola, ad Aprilia. L’azienda fu vittima di due attentati: uno, a gennaio del 2020, quando fu trovata una bomba a mano sul cancello d’ingresso; l’altro, a giugno 2020, quando furono lasciati due proiettili nel parcheggio della ditta apriliana. Un episodio, quest’ultimo, che non ebbe eco mediatica tanto che Luigi e Antonio Morra, padre e figlio, legati al clan Forniti, se ne sorprendono: “La mattina sono passate le guardie, niente!”.
Immediata, dopo il primo attentato, fu la ricerca di protezione nel clan da parte di Umberto Tesei – su suggerimento dell’apparente consigliere, l’imprenditore Luigino Benvenuti, in realtà in accordo con il gruppo Forniti – che fu rassicurato. Lo si era appreso nel primo filone d’indagine. Ben presto la cosca Forniti aveva trovato il responsabile (“un deficiente che aveva fatto di testa sua”) e spiegato a Tesei che lui era uomo ben voluto, da loro e dai politici Terra e Principi. L’imprenditore, per riconoscenza, porta una somma a Luca De Luca il quale l’avrebbe messa in conto per il sostentamento in carcere a favore di Patrizio Forniti.
Nelle accuse della Direzione Distrettuale Antimafia, sono invece coloro che avrebbero dovuto proteggere Tesei i veri responsabili degli attentati intimidatori in Via Nettunense, sede dell’azienda: si tratta del boss Patrizio Forniti (che verrà processato una volta estradato) e Luca De Luca, Luigi e Antonio Morra, infine Marco Antolini. Gli attentati sarebbero stati messi in pratica proprio per costringere Urbano Tesei a chiedere protezione (come infatti avvenne) e costringerlo così a consegnare ulteriori somme di denaro al clan e in particolare a Luca De Luca, considerato negli ambienti una sorta di “prefetto” della malavita pontina. In un passaggio dell’ordinanza, viene riportata la valutazione della DDA quando “De Luca impartiva un’altra lezione di “mafia”, riferendo ai suoi interlocutori d aver liquidato bruscamente Tesei: “Gli ho detto “Levati dal cazzo…in modo da fargli capire che l’aiuto ricevuto non era scontato”. Il gruppo Forniti è accusato di avere portato in luogo pubblico, davanti alla sede dell’azienda di Urbani, una bomba risalente alla seconda guerra mondiale: il modello inglese “Mills N-36M”.
Particolarmente violento, invece, un altro contesto per cui Forniti, insieme ad Andrea Sulthan Mohamed (imparentato per parte di moglie con Forniti), sono accusati di estorsione mafiosa. Siamo ad Aprilia, mese di luglio 2021. A rimetterci un giovane che si rifiuta di continuare a custodire una autovettura Range Rover oggetto di furto per conto di Salami (più volte coinvolto in procedimenti penali di riciclaggio d’auto di lusso, ma assolto col rito abbreviato in questo filone di “Assedio”) e Mohamed, e chiede il pagamento di una somma maggiore rispetto a quella che gli era stata data. È così che Forniti e Mohamed si sarebbero presentati armati a casa del giovane “contestatore”. Patrizio Forniti, peraltro, armato di pistola con silenziatore marca Girsan, e Andrea Sulthan Mohamed armato di fucile a canne mozze presso la sua abitazione. Dopo averlo colpito al volto, i due lo inseguono per i campi, per poi costringerlo a custodire per loro conto l’autovettura.
Successivamente Forniti e Luigi Morra (che non deve rispondere di questo reato) convocheranno il giovane presso I’abitazione di Forniti, aggredendolo verbalmente. È Morra che continua a minacciarlo anche fuori dalla casa di Forniti: “A rega’ – gli dice – nun te poi permette più il lusso de fa manca ‘na cazzatella eh!…perché dopo nun ce stanno amici che reggono…guarda che stasera te toccava ‘a zuppa pesante pesante pesante pesante pesante eh!“. Tradotto: è inutile armarsi contro il gruppo Forniti per sfuggire alla spedizione punitiva.
