ANFITEATRO DI SEZZE, SETIAM SCRIVE ALLA REGIONE LAZIO: “RESTITUIRE IL LUOGO ALLA SUA STORIA”

Il Teatro Sacro Italiano di Sezze, l’associazione Setiam: “Non completiamo un’incompiuta, restituiamo un luogo alla sua storia”.

La lettera aperta al Presidente della Regione Lazio da parte di Setiam

“A Sezze esiste un luogo che da oltre settant’anni racconta contemporaneamente una grande visione e, purtroppo, una grande occasione rimasta incompiuta. È il Teatro Sacro Italiano, la Sacra Cavea. La sua storia non può essere separata da quella della Sacra Rappresentazione della Passione di Cristo, una tradizione dalle radici antichissime che nel Novecento, grazie all’opera di Filiberto Gigli, assunse una dimensione culturale e teatrale capace di superare i confini della nostra città.

Nel 1933 Gigli rilanciò la rappresentazione della Passione. Attorno ad essa si sviluppò progressivamente un progetto ancora più ambizioso: fare di Sezze un punto di riferimento per il teatro religioso italiano. Da questa visione nacque l’idea del Teatro Sacro Italiano. Non un teatro qualsiasi e neppure semplicemente uno spazio nel quale trasferire una manifestazione. La Sacra Cavea venne concepita come un grande teatro all’aperto, inserito nel paesaggio e destinato a diventare la sede naturale di rappresentazioni sacre e iniziative culturali.

Negli anni Cinquanta quell’idea cominciò a diventare realtà. La documentazione storica testimonia la realizzazione dell’anfiteatro su progetto dell’architetto Marcello Piacentini, delle opere di completamento e, successivamente, della strada di accesso alla Sacra Cavea. Nel 1954 risultavano già in corso importanti interventi nell’area.

Pochi anni dopo, nel 1957, il Teatro Sacro raggiunse forse il momento di maggiore forza simbolica: rappresentanti diplomatici di numerose nazioni parteciparono all’accensione di lampade votive donate al Teatro. La grande croce che dominava la Cavea, illuminata durante la Settimana Santa e visibile dalla pianura pontina, rappresentava idealmente quella stessa visione: Sezze come Città della Passione.

Era un progetto che guardava lontano, nello spazio e nel tempo. Soprattutto era un progetto che nasceva dal territorio, che si immedesimava nella storia di Sezze e al contempo ne forgiava l’identità. Strutturalmente la Cavea seguiva la conformazione naturale della collina: il paesaggio non costituiva lo sfondo del Teatro, era parte del Teatro stesso. Queste sono le caratteristiche fondamentali per comprendere ciò che oggi abbiamo il dovere di recuperare.

LA PRIMA INCOMPIUTA

Quella grande intuizione, tuttavia, non riuscì a svilupparsi pienamente. Il Teatro Sacro venne realizzato e utilizzato, ma il progetto culturale che avrebbe dovuto trasformarlo in un centro stabile e permanente del teatro sacro italiano non trovò nel tempo la continuità immaginata dai suoi promotori.

La Sacra Rappresentazione continuò a vivere e a crescere soprattutto attraverso le strade, le piazze e gli spazi del centro storico di Sezze. La Cavea, invece, perse progressivamente la propria centralità. Cominciò così la storia della prima incompiuta. Non necessariamente un’opera materialmente mai terminata – perché gli atti dell’epoca testimoniano la realizzazione e il completamento di importanti parti dell’anfiteatro – ma qualcosa forse di ancora più significativo: un progetto culturale rimasto incompiuto.

L’incompiutezza non era soltanto nelle strutture, era nella distanza che progressivamente si creò tra quel luogo e la funzione per la quale era stato immaginato e per l’uso diverso a cui fu destinato, comunque ugualmente fondante per la vita comunitaria della città.

LA SECONDA INCOMPIUTA.

Decenni dopo si tentò di intervenire nuovamente. All’inizio degli anni Duemila prese forma un progetto di recupero dell’area e nel 2005 iniziarono nuovi interventi per oltre due milioni di euro, articolati in più lotti. Ma il recupero della vecchia Sacra Cavea si trasformò in qualcosa di profondamente diverso. All’interno dell’anfiteatro storico venne realizzata una nuova e imponente struttura in cemento, che modificò in maniera sostanziale l’immagine del luogo e soprattutto quel rapporto tra Cavea, collina e paesaggio che aveva caratterizzato il progetto originario.

Questo intervento non solo non riuscì a restituire la mission originaria al Teatro, ma nei fatti lo sottrasse definitivamente alla città, innescando la realizzazione di un Ecomostro. E così, accanto alla prima incompiuta, ne è nata una seconda. La prima è l’incompiutezza di una visione culturale. La seconda è l’incompiutezza di un intervento edilizio che avrebbe dovuto recuperarla. Oggi entrambe convivono nello stesso luogo.

Con la determinazione G07930 della direzione Cultura, Politiche Giovanili e della Famiglia del 10 giugno 2026 è stato revocato il finanziamento di 2 milioni di euro nell’ambito dell’Accordo per la Coesione approvato con delibera Cipess n 21 del 23 aprile 2024. Ed è proprio per questo che il recente definanziamento dell’opera di recupero edilizio deve essere colta come una opportunità. Con i due milioni di euro avremmo terminato solo uno sfregio dell’identità di Sezze. Non basta completare il nuovo intervento. Alla Regione Lazio spetta l’onere di destinare nuove e più ampie risorse al “Completamento del Teatro Sacro Italiano nel Comune di Sezze” recuperandone la valenza culturale originaria.

È questa una scelta importante, fondamentale, che tocca l’identità di Sezze e che non può essere compiuta senza coinvolgere la sua comunità. Proprio la parola “completamento” ci impone una riflessione. Che cosa vogliamo completare? La struttura immaginata negli anni Cinquanta? L’intervento iniziato nel 2005? Oppure il progetto culturale che aveva dato origine al Teatro Sacro?

Sono domande che non possono essere considerate secondarie rispetto agli aspetti tecnici e che non sono avulse dalla “storia identitaria” di ogni setino, donne e uomini, giovani e anziani, oltre ogni appartenenza politica e sociale.

Perché completare non significa necessariamente recuperare. E dopo due incompiute, crediamo che Sezze non abbia bisogno semplicemente di una terza stagione di lavori. Ha bisogno di un progetto.

RICUCIRE

Crediamo che la parola d’ordine dalla quale ripartire debba essere una: ricucire. Ricucire il Teatro con il paesaggio. Ricucire la Cavea con la collina sulla quale era stata immaginata. Ricucire quel luogo con il centro storico. Ricucire il Teatro Sacro con la Sacra Rappresentazione della Passione di Cristo. Ricucire la memoria del progetto degli anni Cinquanta con le esigenze di una struttura culturale contemporanea. E, soprattutto, ricucire il Teatro con i cittadini di Sezze. E questo “ricucire”, attraverso un confronto serio tra architettura, tutela, funzionalità e paesaggio, e la declinazione del sentimento della popolazione setina, deve significare di avere il coraggio di interrogarsi su quali elementi debbano essere conservati, quali reinterpretati e quali eventualmente ripensati, contemplando anche la possibilità di abbattere ciò che è stato costruito successivamente.

Non per cancellare un pezzo della storia recente, ma per evitare che un intervento nato per recuperare la Sacra Cavea finisca per impedirci di recuperare proprio ciò che rendeva quella Cavea unica. Prima del progetto contano la conoscenza, le emozioni di un popolo, l’identità di una comunità. Per questo chiediamo alla Regione Lazio che l’intervento non venga considerato esclusivamente come un’opera pubblica da portare a compimento.

Chiediamo che diventi un progetto culturale e territoriale. Prima di decidere definitivamente come intervenire, sarebbe importante ricostruire l’intera storia progettuale del Teatro Sacro: i disegni originari, gli atti amministrativi, le fotografie, le testimonianze, gli interventi successivi e le ragioni delle trasformazioni avvenute nel tempo. E su questa base aprire un confronto vero tra Regione Lazio, Comune di Sezze, progettisti, studiosi, associazioni culturali, realtà legate alla Sacra Rappresentazione e cittadini. Perché questo luogo appartiene a tutti loro.

UNA TERZA POSSIBILITÀ

Oggi abbiamo di nuovo davanti una possibilità. Non chiediamo soltanto che un definanziamento si trasformi in un nuovo finanziamento. Chiediamo una terza possibilità, in linea finalmente con la vocazione della città. La possibilità di trasformare due incompiute in un unico grande progetto di rigenerazione culturale. Immaginiamo un Teatro Sacro ripristinato sul modello del progetto originario di Piacentini, nuovamente aperto e vissuto, capace di ospitare la Passione e, durante il resto dell’anno, teatro, musica, incontri, cultura e manifestazioni.

Un luogo capace di attrarre persone a Sezze e contemporaneamente di riportare i cittadini di Sezze dentro uno spazio che appartiene alla loro memoria e al loro futuro. Un luogo dal quale guardare nuovamente la pianura e dal quale raccontare al territorio chi siamo. Per farlo non abbiamo bisogno di inventare una nuova identità per il Teatro Sacro. Quell’identità esiste già. È scritta nella sua storia, nel paesaggio nel quale è stato costruito, nella Passione di Cristo, nella visione di chi lo immaginò e nella memoria di generazioni di setini.

il Teatro Sacro Italiano non è semplicemente una struttura da completare. È un pezzo della storia di Sezze che aspetta da troppo tempo di essere ricongiunto al proprio futuro. Dopo oltre settant’anni e dopo due occasioni rimaste incompiute, abbiamo finalmente la possibilità di farlo. Non costruiamo semplicemente ciò che manca. Recuperiamo ciò che rischiamo di perdere. Restituiamo alla Cavea il suo rapporto con il paesaggio. Restituiamo al Teatro la sua funzione culturale. Restituiamo alla Passione uno dei luoghi simbolici della sua storia. E, soprattutto, restituiamo ai cittadini di Sezze il loro Teatro Sacro. Come Presidente della Regione Lazio, Assessori e Consiglieri, rappresentanti della comunità territoriale, vi chiediamo un incontro nei prossimi giorni, secondo le vostre disponibilità, per rappresentarvi tali istanze e chiedervi di contribuire a costruire un percorso amministrativo in questa direzione”.

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