Ucciso in via XXIV Maggio, vicino alla chiesa dell’Immacolata: il delitto di Ibrahim Dibba raccontato dai testimoni chiave e dalle indagini
Saranno interrogati entrambi il prossimo lunedì 28 settembre i due giovani Di Silvio raggiunti dal fermo di indiziato di delitto e accusati dell’omicidio pluriaggravato del 27enne gambiano Ibrahim Dibba, avvenuto a Latina, in via XXIV Maggio, lo scorso 16 settembre. Il sedicenne Di Silvio, difeso dall’avvocato Sandro Marcheselli e accusato di essere l’autore materiale degli spari mortali, sarà interrogato dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale dei Minorenni di Roma, mentre Ferdinando Di Silvio detto “Pescio”, 25 anni, assistito dall’avvocato Luca Melegari, sarà interrogato dal giudice per le indagini preliminari di Latina.

Si profila, invece, un doppio incidente probatorio per i due testimoni chiave dell’accaduto: la compagna di Dibba e l’immigrato algerino che giura di aver visto sparare il sedicenne Di Silvio, avvicinatosi al 27enne gambiano mentre l’auto Picanto lo aspettava sulla circonvallazione. Incidenti probatori che dovranno essere svolti a Roma e Latina e che saranno molto delicati per cristallizzare le testimonianze contro coloro che sono ritenuti responsabili del delitto. Peraltro, l’uomo di origine algerino si trova al momento in una struttura protetta, in considerazione delle dichiarazioni accusatorie rivolte verso i componenti del clan Di Silvio sponda Gionchetto.
Intanto emergono altri dettagli rispetto alla giornata del 16 settembre, l’ultimo giorno di vita di Dibba. Il 27enne, una volta attinto dai colpi d’arma da fuoco, è stato soccorso da una coppia che transitava in via XXIV Maggio la quale ha riferito immediatamente agli investigatori di aver solo udito gli spari. Al contempo, però, oltreché a vedere anche due amici e la compagna di Dibba accorrere e poi andare via dopo aver sentito le sirene della Polizia, scorgono la vettura di colore nero andare via a tutta velocità sulla circonvallazione in direzione Via Giovanni Cena.
Sul luogo del delitto c’è anche un uomo, ossia l’algerino testimone chiave del delitto, che si trova in sella ad una bicicletta. Sulla testa un cappellino. Dopo gli spari, il gesto di disperazione dell’uomo il quale, con le mani sul capo, direbbe: “Cosa è successo”.
Dirimenti ai fini delle indagini le telecamere degli investigatori che si trovano nell’area e che hanno ripreso la Kia Picanto di colore nero. Il lavoro certosino degli investigatori della Squadra Mobile di Latina ha potuto ricostruire tutti i movimenti dell’auto che nel giro di quaranta minuti realizza il tragitto che porterà alla morte di Dibba.
L’auto viene localizzata anche una quarantina di minuti prima a Villaggio Trieste, in via Cicerone, dove, una volta fermatasi, scendono quattro persone, mentre una quinta rimane dentro l’abitacolo o per meglio dire scende e rientra quasi subito nell’auto. È il commando di fuoco che poco dopo avrebbe commesso il delitto.
Qualche minuto prima delle ore 20, l’auto si ripresenta in Via Virgilio, il luogo frequentato da Dibba che era un assuntore di crack così come la compagna. È qui che il gambiano – sono le ore 19.59 – viene visto intrattenersi con coloro che si trovano all’interno della Kia Picanto nero. Si conoscono e parlano, è il gambiano che si avvicina all’auto. Dopodiché arriva anche l’algerino con il cappellino in testa, mentre Dibba va via. Anche il nordafricano si intrattiene con gli occupanti dell’auto, per poi raggiungere in bici Dibba che si sta avviando verso i portici delle case popolari. Al contempo la Picanto riparte in direzione circonvallazione.
Ovviamente non è finita qui. La Picanto viene individuata dalle telecamere poco dopo le ore 20 alle Torri di Campo Boario, in Via Pionieri della Bonifica. Si tratta della piazza di spaccio gestita da “Pescio” e dal cugino di secondo grado sedicenne, F.D.S., ritenuto il killer di Dibba.
Esattamente alle 20.06, la Picanto riparte e arriva alle 20.10 presso Via Virgilio, al Villaggio Trieste. Dopodiché, il mezzo percorre la via in direzione via XXIV Maggio, ossia il luogo del delitto. Secondo gli inquirenti, i vari spostamenti sono serviti a sopralluogo, reperimento dell’arma e uccisione del bersaglio: quel gambiano di 27 anni che aveva osato tirare uno schiaffo al sedicenne Di Silvio il giorno precedente, per di più nell’area roccaforte della famiglia del boss “Romolo”.
Sia Dibba che l’algerino sono ripresi dalle telecamere mentre si avviano a piedi verso Via XXIV Maggio. È alle 20.11 che la Picanto viene rivista in Via Virgilio dove un uomo in monopattino si avvicina al mezzo. È un attimo, sia l’auto che il monopattino si dirigono verso via XXIV Maggio. Manca pochissimo agli spari mortali e alla fuga della Picanto.
L’auto, come già emerso nelle prime fasi di indagini, è stata noleggiata presso il titolare di un’agenzia già menzionata in altre indagini, poiché fornitrice di mezzi a malavitosi di Latina per commettere affari illeciti. La Picanto è stata presa in affitto da una parente dei Di Silvio che, insieme al compagno, E.E. (le sue iniziali) – indagato e sospettato di essere colui che guidava l’auto nella fasi preparatori all’omicidio -, la noleggia nella mattinata del 16 settembre, ossia il giorno del delitto. Come noto, l’auto verrà ritrovata dopo il delitto in Via Milazzo, sempre nel quartiere di Campo Boario.
In quell’auto c’erano E.E. alla guida, il sedicenne Di Silvio, Ferdinando Di Silvio detto Pescio, il 21enne ricercato, sempre legato ai Di Silvio, e probabilmente un altro Di Silvio, classe 2008, appena maggiorenne.
A fornire un impulso decisivo alle indagini è la compagna di Dibba. Si tratta di una 36enne rumena che ha rilasciato le sue dichiarazioni anche alla Rai, peraltro spiegando di aspettare un bambino dal gambiano.

La donna ha spiegato di essere una senza fissa dimora e che con Dibba venivano ospitati ogni tanto da una signora al Villaggio Trieste. In altri giorni la coppia dormiva all’aperto nei pressi del centro commerciale Le Torri. La mattina del 16 settembre, insieme al compagno, la donna ha spiegato agli inquirenti di essersi recati a Campo Boario per acquistare crack, in quanto erano assuntori abituali. La droga veniva acquista nel palazzo vicino a quello dei Vigili del Fuoco: una vera e propria piazza di spaccio, con reperibilità dei pusher h24. A reggere la piazza di spaccio è proprio il sedicenne killer che, in cambio di “lavoretti”, dà la droga a Dibba e alla compagna. Insieme a lui, la donna spiega che ci sono sempre Ferdinando Di Silvio detto “Pescio” e altri due componenti della famiglia rom.
“Due settimane fa – spiega la compagna del gambiano – il sedicenne Di Silvio aveva chiesto a me e Dibba di andare nelle discoteche a rubare le collanine, ma noi ci siamo rifiutati. Dibba accettava di fare lavoretti e loro pagavano con la droga, ma non sempre accadeva così, in quanto molte volte poi si rifiutavano di dare la droga, nonostante Dibba avesse fatto quello che loro gli avevano chiesto di fare. So che Dibba successivamente alla richiesta di rubare le collanine nelle discoteche ha invece accettato l’incarico di dare fuoco a un cavallo vivo, sempre nella zona di Campo Boario. Il fatto risale a circa due settimane fa”.
In quell’occasione, fu il sedicenne a chiedere a Dibba “di dare fuoco a un cavallo vivo per danneggiare una famiglia a loro nemica. Dibba aveva accettato e mi aveva lasciato lì come garanzia nel senso che voleva far capire che sarebbe tornato a lavoro finito”. Una volta ultimato il “lavoretto”, Dibba ha ottenuto il crack. Il giorno del 16 settembre, con 20 euro dati da Dibba, è stata la donna a comprare il crack da Pescio Di Silvio e dal cugino sedicenne, sempre nella solita piazza di spaccio di Campo Boario: “Dibba era rimasto distante perché come mi ha detto non poteva andare in quanto c’erano stati problemi la sera precedente con loro”.
È la donna a raccontare che la sera del 15 settembre, al rifiuto del sedicenne Di Silvio di pagare in soldi o in droga, Dibba aveva reagito schiaffeggiandolo in via Pionieri della Bonifica, nei pressi delle cosiddette Torri. Al che il sedicenne aveva preso una pistola per sparare. Il gambiano, però, era riuscito a fuggire. Al momento del litigio, sarebbe stato presente anche un altro immigrato di colore, amico di Dibba. Un racconto che combacia con il fatto di cronaca emerso il 16 settembre e che racconta di spari uditi alle torri di Campo Boario, di cui la Polizia non trovò riscontri.

Prima dell’omicidio, ad ogni modo, Dibba, la compagna e un altro ragazzo immigrato hanno consumato il crack nei pressi dei palazzi popolari di Via Virgilio. È lì che si è avvicinato il ragazzo algerino in bici, per poi andare via con Dibba. Dopo qualche minuto che la donna non li vedeva arrivare è andata a cercarli, percorrendo la strada dal Villaggio Trieste verso via XXIV Maggio: “Ho visto Dibba in piedi sul marciapiede vicino al benzinaio e subito dopo accasciarsi. In quello stesso momento ho visto allontanarsi la macchina scura e ho riconosciuto Ferdinando alla guida e il sedicenne lato passeggero…la stessa macchina l’avevamo notato poco prima al Villaggio Trieste”.
Poco prima dell’omicidio, la donna racconta anche cosa si sarebbero detto i Di Silvio nell’auto Picanto con Dibba e un altro immigrato. Fermi in Via Virgilio, “sono stati chiamati da Ferdinando e ha chiesto loro di fare dei “lavoretti”. Ho sentito Ferdinando (nda: Pescio) che diceva “venite a lavora’”, ma entrambi hanno detto di no”.
Dopo gli spari e l’omicidio, la donna è certa: “a bordo dell’auto c’erano Ferdinando e il sedicenne, li ho riconosciuti dall’abbigliamento”. Sull’algerino, la donna spiega che “credo abbia indotto Dibba a uscire fuori e seguirlo su ordine di Ferdinando e del sedicenne. Lo dico perché l’algerino non si faceva vedere al Villaggio da due mesi. Ferdinando e il sedicenne penso abbiano pianificato tutto”. Secondo la testimonianza della donna, sarebbe stato “Pescio” a guidare l’auto Picanto al momento degli spari in via XXIV Maggio.
Dalla testimonianza della donna emerge la rivalità tra i Di Silvio di Campo Boario, capeggiati da Armando “Lallà” Di Silvio (boss detenuto e condannato per associazione mafiosa) e i Di Silvio del Gionchetto, ossia quelli del boss “Romolo” (anche lui detenuto per l’omicidio Buonamano), di cui fanno parte “Pescio” e il sedicenne. “Dibba e anche i suoi amici mi hanno detto che se compravano la droga ai palazzoni (vicino ai Vigili del Fuoco, i cosiddetti palazzi gemelli) non potevano comprarla presso la casa di Armando e viceversa, questo perché erano stati i venditori a porre queste condizioni”. Da una parte “ci sono quelli che vendono nella casa dei leoni” (i Di Silvio di “Lallà”) e dall’altra “quelli che vendono ai palazzoni” (i Di Silvio di “Romolo”). Tra di loro, “sono nemici”, tanto che il cavallo bruciato vivo è probabile sia appartenuto alla famiglia rivale dei Di Silvio di Campo Boario, nella zona di Via Coriolano.
Tuttavia le dichiarazioni della compagna di Dibba che aveva spinto la Procura dei Minori a emettere il fermo del sedicenne già il 19 settembre, sono corroborate dalle sommarie informazioni dell’algerino, ossia l’uomo col cappellino che viene visto insieme a Dibba parlare con i Di Silvio al Villaggio Trieste. Ecco perché il fermo del sedicenne slitta di qualche giorno, in quanto ciò che dice l’algerino rafforza le accuse a carico dei killer.
“Quando mi sono avvicinato alla macchina – spiega agli inquirenti l’algerino – c’era il ragazzo che è stato poi ucciso, cioè Zalla (nda: Ibrahim Dibba), che parlava con quelli dentro la macchina e gli ha chiesto anche lui dieci euro di crack. In macchina c’erano due adulti davanti e due bambini sui sedili dietro. La persona che guidava era di carnagione scura, aveva un codino e con un po’ di barba”. Accanto a lui un ragazzo di corporatura robusta, più giovane…ricorda che il ragazzo sul sedile anteriore ha risposto alla richiesta di crack di Zalla dicendo “Tu non mi dai 10 euro, tu non hai i soldi, pezzo di merda”. Zalla lo ha mandato affanculo. Ho capito che stavano litigando”. Dopodiché Zalla e l’algerino si sono avviati insieme verso Via XXIV Maggio. “Ci siamo avviati in direzione Poste. Io mi sono portato al seguito la mia bicicletta che spingevo a mano. Stavamo camminando fianco a fianco ma poco dopo, superato il benzinaio (nda: in via XXIV Maggio), mi sono fermato a rispondere ad una telefonata della mia fidanzata, mentre Zalla ha continuato a camminare avanti a me mentre io lo guardavo. Ad un certo punto mi sono accorto che più avanti, ferma a bordo strada, c’era l’auto nera di piccole dimensioni che avevo visto in precedenza e all’esterno di essa dal lato passeggero c’era la persona corpulenta che avevo già indicato. Ho visto questo ragazzo grasso dirigersi nella direzione di Zalla, ho sentito esplodere due o tre colpi di pistola, ma credevo che fossero stati sparati in aria, poi però ho visto Zalla cadere e il ragazzo che gli aveva sparato camminare verso la macchina e risalirvi e ho capito che Zalla era stato colpito. Ho immediatamente realizzato quello che era successo, anche perché ho visto la macchina ripartire velocemente”.
Sul posto, prima degli spari, l’algerino ricorda di aver visto “l’auto ferma con le luci accese e il ragazzo che poi ha sparato era già fuori dall’auto e camminava in direzione Zalla e anche nella mia direzione. La macchina nera è ripartita velocemente nello stesso senso di marcia, andando dritto, non ha fatto inversione, è andata avanti fino al primo incrocio e ha girato a destra all’angolo dell’Università…Non ho dubbi che a sparare sia stato il ragazzo robusto con la maglia nera, ne sono convinto al cento per cento. Ha sparato a 4 o 5 metri da Zalla”.

L’algerino, dopo queste dichiarazioni, spiega ai poliziotti della Squadra Mobile: “Ho paura che quelle persona ammazzano anche a me perché sono sicuro che l’autore dell’omicidio mi ha visto. Non mi sono rivolto alla Polizia perché dopo i fatti sono rimasto terrorizzato completamente, quasi paralizzato”. Secondo gli investigatori il delitto è avvenuto esattamente alle ore 20.12 del 16 settembre 2026.
LE ACCUSE – Un delitto per un futile motivo, aggravato dalla premeditazione. Gli inquirenti – Procura di Latina e Procura di Minori di Roma – contestano al sedicenne Di Silvio l’omicidio volontario. Si tratta dell’adolescente che, nella serata del 16 settembre, un minuto dopo passate le otto e un quarto, ha ucciso come fosse meno di un cane il 27enne del Gambia, Ibrahim Dibba. Ad accompagnarlo, il cugino di secondo grado, Ferdinando “Pescio” Di Silvio (25enne, figlio di “Patatone” Di Silvio e già noto alle cronache giudiziarie) e altre due o tre persone. A tutti è contestato l’omicidio in concorso.
Il ragazzo gambiano aveva precedenti per spaccio di droga, frequentava il Villaggio Trieste e la Caritas e, spesso, essendo tossicodipendente, non era molto lucido. Credeva di esserlo quando, martedì 15 settembre, si è recato presso via Pionieri della Bonifica, proprio nelle vicinanze delle cosiddette Torri di Campo Boario, dove ha reclamato soldi che il giovane appartenente al clan/famiglia Di Silvio gli dovevano.
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È questo di cui sono convinti gli inquirenti sulla scorta delle dichiarazioni della compagna di Dibba (anche lei immigrata), rilasciate per di più agli organi d’informazione. La donna, peraltro incinta di Dibba, ha parlato da sempre di un “lavoretto” che il gambiano aveva fatto per conto dei Di Silvio, o come li chiama lei “gli zingari”. Probabilmente qualcosa nell’ambito dello spaccio, dal momento che il 27enne era solito comprare droga per spacciarla oppure per farne uso. I venditori erano i Di Silvio del Gionchetto, il ramo da sempre più violento della galassia rom di Latina, peraltro inviso anche alle altre famiglie/clan di origine zingara. Si tratta del gruppo capeggiato da Giuseppe Di Silvio detto “Romolo” e Costantino Di Silvio detto “Patatone”, entrambi in carcere per l’omicidio di Fabio Buonamano detto Bistecca avvenuto nel 2010, all’inizio della cosiddetta guerra criminale. Una guerra fatta affinché i clan rom sancissero ad libitum il loro potere criminale nelle strade di Latina. In quel caso, contro “Bistecca”, fu un omicidio di un pezzo grosso della malavita pontina, non certo un immigrato che frequentava la Caritas del Villaggio Trieste. Uno che non contava niente nell’ambito della malavita pontina. Un uomo ai margini della città, la cui vita è stata stroncata per niente.
Secondo quanto raccontato dalla donna di Dibba, il movente dell’omicidio è stato l’affronto del medesimo compagno. Recatosi a Campo Boario per riscuotere il dovuto relativamente al “lavoretto”, Dibba si sarebbe visto negare la somma di denaro dal sedicenne, “committente” del “lavoretto”. Al che Dibba avrebbe detto: “O mi pagate o mi date il crack”. Ne sarebbe nato un alterco con F.D.S. (le sue iniziali), il sedicenne (classe 2010) che gli avrebbe risposto per le rime e avrebbe causato la reazione del gambiano, il quale gli avrebbe tirato uno schiaffo assestato in faccia.
Il sedicenne Di Silvio, nipote dei boss “Romolo” e Carmine Di Silvio detto “Zio Sale” o “Porcellino”, in quanto figlio di una sorella dei due, avrebbe fatto fuoco per spaventare Dibba o per ucciderlo. Non è dato sapere e difficilmente mai si saprà quali fossero le sue intenzioni. Ciò che è certo è che qualcuno, quel martedì 15 settembre, ha udito i colpi di pistola, chiamando il 112 e generando l’intervento dei poliziotti che, una volta sul posto, non hanno trovato bossoli o altri riscontri. Eppure, gli spari ci sono stati. Se, poi, a sparare sia stato il sedicenne o meno, non è confermato, sebbene gli sia contestato dagli inquirenti.
Ad attirare Dibba verso via XXIV e quindi allontanarsi dal Villaggio Trieste, dove si trovava in Via Virgilio, sarebbe stato l’algerino quarantenne di cui parla anche la compagna della vittima. L’algerino è stato ascoltato dagli investigatori della Squadra Mobile e ha riferito che quel pomeriggio inoltrato del 16 settembre lui e Dibba si sono avviati verso il distributore di benzina. Non è chiaro il motivo: l’algerino spiega che avrebbe dovuto vendergli del crack. Ad ogni modo, lo stesso nordafricano ha detto agli investigatori di aver visto ad un certo punto arrivare l’auto Picanto nera, mentre lui si era fermato all’altezza del distributore e Dibba aveva proseguito. L’algerino indica nel sedicenne Di Silvio, alto e in sovrappeso, sporgersi dall’auto, uscire dalla vettura e sparare tre colpi. All’inizio, l’algerino ha pensato fossero stati sparati in aria, poi ha visto il 27enne gambiano cadere e ha capito quanto fosse successo.
L’affronto dello schiaffo, nella logica dei Di Silvio, andava lavato col sangue. Non una semplice spedizione punitiva con pestaggio, come probabilmente avrebbe fatto il padre di “Pescio” negli anni Novanta. L’omicidio, secondo la Procura dei minori, è aggravato perciò da futili motivi, collegati al diverbio del giorno precedente, e premeditazione, desunta dalla predisposizione dei mezzi, dai sopralluoghi effettuati nella zona frequentata dalla vittima, dall’impiego dell’utilitaria per raggiungere il luogo dell’aggressione e fuggire, nonché dal reperimento dell’arma.
L’auto, ossia la Kia Picanto, presa a noleggio da un’altra Di Silvio, parente del sedicenne, sarebbe stata vista girare per il Villaggio Trieste un’ora prima dell’agguato. Girava piano (proprio come fosse un sopralluogo) e all’interno erano in cinque: il sedicenne F.D.S., Ferdinando “Pescio” Di Silvio (25 anni), il giovane classe 2005 tuttora ricercato e destinatario del provvedimento di fermo e un’altra persona non identificata. Alla guida, invece, E.E. (le sue iniziali), il trentenne di origine campana, compagno della donna (Di Silvio anche lei) che aveva preso a noleggio la Kia Picanto, poi ritrovato in Via Pionieri della Bonifica dagli investigatori della Squadra Mobile di Latina.
Il guidatore, E.E., è stato interrogato nella giornata di ieri, 24 settembre, in Questura, ma è stato rilasciato dal momento che non ci sono prove certe che, a guidare alle 20.16 di martedì 16 settembre, c’era lui. Ci sono prove che c’era lui alla guida nell’ora precedente, non prima. Prove che sono fornite – e vale per tutta l’indagine – dalle telecamere disseminate sulle strade della città di Latina e sulle strade percorse dalla Picanto.
Un vero e proprio commando pronto a sparare – se per gambizzare o uccidere è solo un dettaglio. Giuridicamente parlando, gli inquirenti contestano l’omicidio volontario e la decisione su che tipo di reato sia stato consumato l’hanno già presa.
L’auto è andata da Villaggio Trieste ed è tornata più volte in quella serata. Poi, quando Dibba viene localizzato fuori dal quartiere, secondo l’accusa, viene attinto dai colpi d’arma da fuoco esplosi dal sedicenne che si trovava in auto. Due colpi finiscono contro l’addome e Dibba muore poco dopo le ore 21. Sarà l’autopsia che non è stata ancora disposta a chiarire meglio.
Emessi i decreti di fermo dalla Procura di Latina e dalla Procura dei Minori di Roma, “Pescio” e il sedicenne si sono consegnati in Questura, mentre il 21enne, sempre legato al clan/famiglia Di Silvio, è ancora ricercato.
Un delitto che lascia atterriti perché avvenuto all’interno della circonvallazione cittadina, in teoria già centro di Latina, a due passi dal Tribunale, dalla Chiesa dell’Immacolata e dall’Università. A compierlo un ragazzo di sedici anni che, già l’anno scorso, era stato destinatario di un provvedimento di avviso orale. L’adolescente, all’età di quindici anni, si era recato nel noto locale su Corso della Repubblica, denominato “Amor di Patata”, e aveva compiuto una rapina. L’allora 15enne si era avvicinato alla cassa e aveva minacciato l’addetto del negozio millantando il possesso di una pistola, lo aveva spaventato tanto da farlo allontanare ed ottenere campo libero per prendere il registratore di cassa con l’incasso della serata.
Il Questore di Latina, ritenendolo soggetto socialmente pericoloso grazie alla novità introdotta dal Decreto Legge n. 123 del settembre 2023 (cosiddetto decreto Caivano), che ha introdotto “misure urgenti per il contrasto al disagio giovanile, alla povertà educativa e criminalità minorile”, aveva emesso la misura dell’avviso orale, prima applicabile solo ai maggiorenni ed estesa anche al minorenne che ha compiuto il 14esimo anni di età proprio per dare una spinta alla prevenzione della violenza giovanile.
Prevenzione troppo blanda prevista dalla legge voluta fortemente dal Governo Meloni, tanto che dopo poco più di un anno, il sedicenne si trova indagato per un omicidio che ha creato disagio e sconcerto a Latina.
Oltreché all’omicidio, il sedicenne, insieme a “Pescio”, deve rispondere anche del reato di minacce relativamente ai colpi d’arma da fuoco esplosi martedì 15 settembre a Campo Boario e del reato di detenzione di armi da fuoco, peraltro maneggiate sin da giovane anche dallo stesso Pescio (condannato sei anni fa per aver sparato al Gionchetto).
I due Di Silvio – il sedicenne e “Pescio” – sono accusati anche di spaccio di droga perché avrebbero venduto, lo scorso 16 settembre, un quantitativo di crack per circa 20 euro alla compagna di Dibba.
