SATNAM BIS, IL PIANTO DI SONI SONI: “LOVATO NON HA FATTO NIENTE, DOVE STA MIO MARITO?”

Satnam Singh
Satnam Singh

Braccianti sfruttati, processo bis per Antonello Lovato e il padre Renzo Lovato accusati di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro

È ripreso il processo bis del caso Satnam Singh che, come noto, vede alla sbarra Antonello Lovato, in carcere e Renzo Lovato, difesi dagli avvocati Mario Antinucci, Stefano Perotti e Valerio Righi. I due imputati devono rispondere dell’uso di manodopera costituita da braccianti agricoli in condizioni di irregolarità sul territorio nazionale, sottoponendoli a condizioni di sfruttamento ed approfittando del loro stato di bisogno.

Si è svolta così una nuova udienza del processo parallelo a quello per l’omicidio del bracciante indiano Satnam Singh, per cui Antonello Lovato è stato condannato a 16 anni di reclusione

Oggi, 24 maggio, è stato esaminato un altro testimone dell’accusa piuttosto esemplificativo. Si tratta di Soni Soni, la compagna di Satnam Singh, che ha vissuto tutte le fasi più drammatiche del ferimento mortale del compagno. La giovane è stata esaminata dal pubblico ministero Luigia Spinelli.

Parti civili nel processo il Comune di Latina e Cisterna assistiti rispettivamente dagli avvocati Cinzia Mentullo e Maria Belli, i sindacati Flai Cgil e Cgil Frosinone Latina, difesi dagli avvocati Andrea Ronchi e Massimo Di Celmo, oltreché a quattro vittime dei Lovato, tra cui la moglie di Satnam, Soni Soni, e i famigliari del defunto 31enne bracciante indiano, rispettivamente assistiti dagli avvocati Roberto Maiorana e Giuseppe Versaci. A costituirsi parte civile anche la Regione del Lazio, tramite gli avvocati Carlo D’Amata e Lisa Angarano.

Soni Soni ha ricostruito tutti i passaggi del suo arrivo in Italia con Satnam Singh. La giovane ha spiegato che, dopo essere passati per la Croazia, a piedi sono arrivati a Trieste per arrivare a Milano. “A Milano ci siamo fermati due giorni e poi siamo andati a Napoli dove abbiamo contattato un nipote di Satnam. Lì abbiamo iniziato a lavorare in una stalla per 7-8 mesi”. Latina fu l’ultima tappa, arrivarono ad agosto 2022: “Trovammo lavoro nel campo, parlando con Antonello Lovato. Lui non ci disse niente, né orari di lavoro né altro. Noi avevamo bisogno di lavorare e abbiamo iniziato nella sua azienda a Borgo Santa Maria”. La coppia, come noto, andò a vivere a Castelverde, in via Genova 13, nel Comune di Cisterna, dove Satnam fu lasciato da Lovato con un braccio amputato dentro una cassetta della frutta.

Per andare a lavorare, Soni Soni ha riferito che si recacano da Castelverde a Borgo Santa Maria in bicicletta: “Impiegavamo circa 30-40 minuti. Andavamo tutti i giorni a lavorare: raccoglievamo zucchine meloni, insalata. Arrivavamo in azienda di mattina, partendo da casa alle 5 del mattino. Lavoravamo otto-nove ore al giorno e certe volte anche di più. Antonello Lovato ci pagava 5,50 euro all’ora mentre, dal 2024, la paga aumentò fino a 6 euro all’ora”. Soni Soni e Satnam Singh venivano pagati in contanti ogni 10 del mese: “Era Antonello Lovato a darci i soldi. Era lui ad annotare le ore dei braccianti in modo che, poi, ci pagava: c’erano dei fogli e anche noi annotavamo le ore di lavoro”.

Nel periodo estivo c’erano più ore, mentre d’inverno si lavorava di meno. “Facevamo la pausa pranzo, intorno alle ore 13: durava 30 minuti. Il cibo ce lo portavamo noi da casa e mangiavamo dentro il magazzino. C’era anche una pausa di 15 minuti alla mattina”. Soni Soni e gli altri braccianti andavano a mangiare nel magazzino, anche se distava molto dal campo di lavoro. in questo passaggio della testimonianza Soni Soni ha detto più volte di non ricordare molto: “Il magazzino dove mangiavamo distava 15 minuti dal campo di lavoro”.

“Quando c’era da lavorare di più, lavoravamo anche la domenica. A dirci che dovevamo lavorare di più era Antonello oppure Renzo. Nessuno ci ha dato scarpe o vestiti per lavorare”. In alcuni periodi, a seconda del lavoro che c’era da fare, i braccianti si spostavano dalla terra di Antonello Lovato a quella di Renzo Lovato: “Avevano gli stessi mezzi, lo stesso terreno e un unico magazzino. Anche Renzo ci dava 5,50 all’ora”.

Dopo circa mezz’ora dall’inizio della testimonianza, Soni Soni palesa difficoltà parlare. Ecco perché il Tribunale ha disposto una pausa di circa un quarto d’ora. Nel nuovo inizio Soni Soni sembra ricordare: “Mangiavamo dove potevamo, anche sui campi. Se non lavoravamo, non venivamo pagati, e non avevamo giorni di ferie”.

Per quanto riguarda i servizi igienici, Soni spiega: “I bagni erano lontani dai campi in cui lavoravamo: si trovavano all’interno del magazzino ed erano di plastica. Se dovevamo andare al bagno, poteva succedere che facevamo i nostri bisogni anche nei campi”. La sorveglianza sanitaria era assente: “Nessun medico ci ha mai visitato. C’erano mezzi agricoli nell’azienda e venivano usati da Satnam e da Antonello Lovato. L’avvolgitelo, però, quel giorno dell’incidente, fu la prima volta che Satnam lo utilizzava”.

Sul luogo di lavoro non c’erano cassette del pronto soccorso, né i lavoratori hanno mai fatto corsi di formazione: “Non ho fatto niente”. Le indicazioni per operare sul lavoro erano date dai braccianti da Antonello Lovato o da una donna di nome Sandra, dipendente dell’azienda.

Soni Soni viene chiamata a ricordare anche il giorno dell’incidente mortale di Satnam Singh, il suo compagno. Era il 17 giugno 2024: “Lavoravamo insieme e lui andò a maneggiare l’avvolgitelo. Quel giorno avevo la febbre e avrei dovuto dare ritorno a casa un’ora prima. Poco prima di andarmene, stava tagliando la plastica che si trovava sui terreni. Erano lunghi teli di plastica. La plastica, in un secondo momento, veniva presa dal macchinario”.

Il giorno dell’incidente, Soni Soni non era ancora salita sul furgone (che l’avrebbe riportata a casa), nel momento in cui Satnam fu ferito dalla macchina avvolgitelo. “Ho visto mio marito terra e ho pregato Gora di chiamare il 118. Nessuno mi ha ascoltata. Quando Satnam era a terra, Antonello diceva che era morto. Io però insistevo nel chiamare i soccorsi: né lui, né Gora, né Sandra hanno chiamato”. Al momento dell’incidente, “Antonello Lovato era seduto sul trattore dietro il quale era agganciato l’avvolgiteli su cui lavorava Satnam”. Una volta che Satnam era a terra: “Antonello all’inizio non è sceso dal trattore e ha iniziato a urlare. Poi è sceso e ha preso in braccio mio marito e l’ha caricato sul furgone. Dentro il furgone era tutto buio e Satnam era steso. Io lo tenevo tra le braccia. Antonello Lovato non ha fatto niente, se avesse fatto qualcosa non sarei qui”. Un passaggio molto emotivo per Soni Soni che lo ribadisce piangendo al pubblico ministero Spinelli e lo fa in italiano (pur avendo a fianco l’interprete): “Dove sta Satnam? Antonello Lovato non ha fatto niente, perché?”.

Una volta tornati a Castelverde: “Antonello ha preso Satnam e l’ha lasciato per terra, davanti casa. Lì c’erano altre persone, ma io era sotto choc. In quel momento, i padroni di casa hanno chiamato i soccorsi”. Dal giorno dell’incidente Soni Soni non ha più lavorato nell’azienda di Lovato: “Non voglio più vederlo in faccia”.

Dopo l’esame del pm Spinelli, sono arrivate le domande degli avvocati di parte civile. “In Italia non avevo il permesso di soggiorno – spiega Soni Soni, ripresasi dopo il pianto drammatico ricordando Satnam -. Per venire in Italia, io e Satnam abbiamo pagato 12mila euro a un nostro connazionale per andare dall’India all’Italia”.

Il processo riprende il prossimo 3 febbraio con l’escussione di Gora, il bracciante indiano presente anche lui il giorno dell’incidente mortale di Satnam Singh.

SATNAM BIS, PARLA UNO DEI BRACCIANTI: “NON AVEVAMO BAGNI, ANDAVAMO NEI CAMPI”

DI COSA DI PARLA – Si tratta del secondo filone di indagine derivante da quella per la tragedia di Satnam Singh che, dopo aver perso il braccio, fu scaricato da Antonello Lovato davanti casa come un pacco, per poi morire due giorni dopo al San Camillo di Roma. Per questa vicenda, come noto, Lovato è a processo per omicidio doloso. Invece, a gennaio scorso, arrivò un’altra ordinanza di custodia cautelare in carcere per Antonello Lovato e il padre Renzo, poi alleviata solo per quest’ultimo dal Riesame in arresti domiciliari. L’accusa era quella di sfruttamento del lavoro emerso negli approfondimenti dei Carabinieri che, indagando sulla morte di Satnam, misero in luce, coordinati dal sostituto procuratore Marina Marra, un quadro ritenuto illecito.

Secondo l’accusa, facevano lavorare in nero gli immigrati, Antonello e Renzo Lovato, che nell’azienda del primo – una ditta individuale, gestita di fatto dal padre – impiegavano almeno sette braccianti in nero, tra cui la moglie di Satnam Singh, Soni Soni. È questa, in estrema sintesi, il perno centrale delle accuse che avevano portato al secondo arresto di Antonello Lovato (39 anni), da luglio 2024 in carcere e imputato nel processo per l’omicidio doloso di Satnam Singh (riprenderà il prossimo dicembre), e del padre Renzo Lovato (64 anni), già indagato nella maxi indagine per caporalato denominata “Jamuna”.

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Padre e figlio, in base all’inchiesta del pubblico ministero Marina Marra, sono ritenuti, in concorso tra loro, presunti responsabili di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro pluriaggravata, per avere utilizzato manodopera costituita dai braccianti agricoli in condizioni di irregolarità sul territorio nazionale, ossia privi di permesso di soggiorno, tra cui il predetto Satnam Singh, a condizioni di sfruttamento ed approfittando del loro stato di bisogno. Renzo Lovato era stato prelevato in Strada del Passo, dove vive, e portato nel carcere di Via Aspromonte.

L’attività investigativa è stata condotta dai Carabinieri del Nucleo Radiomobile di Latina, guidati dal tenente Massimo Ienco, in collaborazione con i militari del locale Nucleo Ispettorato del Lavoro Carabinieri e delle Stazioni di Borgo Podgora e Borgo Sabotino, a partire dal 17 giugno 2024, giorno del grave infortunio occorso a Satnam Singh, poi deceduto.

L’indagine è stata portata avanti anche mediante un’accurata analisi delle utenze telefoniche e dei social in uso ai lavoratori irregolari trovati sui campi al momento del predetto infortunio, nonché grazie al contributo dichiarativo offerto da quattro lavoratori irregolari, che su richiesta del Comando Compagnia Carabinieri di Latina, hanno ottenuto il permesso di soggiorno per “casi speciali”.

Le testimonianze, su cui si fonda l’inchiesta, hanno consentito di delineare il grave quadro indiziario nei confronti degli indagati.

La prima ad essere ascoltata dagli inquirenti in merito allo sfruttamento lavorativo è stata Soni Soni, la compagna di Satnam, parte civile nel processo per omicidio doloso. La donna aveva raccontato di come erano arrivati in Italia con Satnam, passando per Croazia, tra carta Visa e permessi provvisori.

Prima di arrivare a Latina, la coppia era arrivata nel nord Italia, tra Trieste e Milano, per poi arrivare a Cancello Arnone (Caserta) dietro il pagamento di 800 euro a un indiano. Nel casertano, Satnam lavorava in un’azienda agricola con allevamento bufale dalle ore 2,30 alle 12,30, per poi riattaccare alle 15 e finire alle ore 20. 800 euro al mese, mentre per Soni Soni i soldi ammontavano a 700 euro pur lavorando le stesse ore. È a luglio 2022 che i due decisero di spostarsi a Latina: “Lavoro meno fatico e retribuzione più alta”. Dopo un mese, entrambi iniziarono a lavorare per i Lovato.

Le mansioni erano quelle dei contadini: taglio dell’insalata in inverno e raccolta di meloni e cocomeri, più zucchine, in primavera, senza contare il taglio ortaggi e frutta. E la paga? La paga era di 5 euro e 50 centesimi l’ora, successivamente nel 2024 6 euro all’ora per 8/9 ore al giorno d’estate e a primavera, compresa la domenica fino a mezzogiorno. La paga in nero, appuntata in un quaderno tenuto da Lovato junior su un quaderno.

Le testimonianze di chi lavorava dai Lovato sono state tutte dello stesso tenore e confermavano il quadro delineato dagli inquirenti. Uno dei lavoratori indiani spiegava: “Da quando è successo l’incidente di Satnam non vado più a lavorare per paura che possa accadere anche a me. Il giorno dell’incidente ero presente a lavoro un azienda e ho sentito le urla di dolore di Singh mentre accadeva il fatto. Non ho assistito all’incidente ma mi è stato riferito da altri connazionali che lavoravano con me quel giorno”.

Tutti i lavoratori ascoltati dai Carabinieri avevano confermato l’assenza di misure di sicurezza, senza contare che nessuno di loro, dopo la morte di Satnam, aveva operato più presso l’azienda di Antonello e Renzo Lovato che veniva chiamato “Capo”. Nessuno di loro aveva documenti regolari per il permesso di soggiorno e le condizioni igieniche erano oltre i limiti sul luogo di lavoro. Uno dei testimoni aveva spiegato agli inquirenti: “Nei campi non vi erano servizi igienici e, in caso di bisogno, ci portavamo nei pressi di qualche albero, mentre all’ingresso dell’azienda trovavamo quelli come una cabina in plastica. L’acqua da bere la portavo io da casa, mentre sul posto vi era quella non da bere che usavamo per sciacquarci le mani“. E la salute: “Mai visto un medico di azienda”.

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