Coinvolti nell’operazione anti-droga del novembre 2024 contro il gruppo Del Vecchio, due imputati giudicati col rito ordinario
Si è concluso oggi, 25 giugno, il processo costola dell’operazione “Risiko”, dopo che il pubblico ministero Martina Taglione, al termine della sua requisitoria in cui ha ricostruito l’inchiesta, ha chiesto le condanne per entrambi gli imputati: 4 anni e 6 mesi per Salvatore Di Manno (35 anni), 3 anni e 6 mesi per Paolo Manna (40 anni), entrambi di Fondi. Per Di Manno chiesta l’assoluzione per un capo d’imputazione, così come Manna rispetto ad un ulteriore capo d’imputazione.
Il secondo collegio penale del Tribunale di Latina, composto dai giudici La Rosa-Mongillo-Ciccone, al termine della camera di consiglio, ha condannato entrambi, assolvendoli dai capi d’imputazione richiesti dal pubblico ministero. Entrambi sono stati condannati a 3 anni e 4 mesi ciascuno.
il collegio difensivo, composto dagli avvocati Maurizio Forte, Benedetta Orticelli e Mattia Aprea, dopo aver svolto le arringhe difensive, aveva chiesto l’assoluzione per entrambi.
Molti degli indagati coinvolti nella maxi indagine di DDA Carabinieri e Polizia, denominata “Risiko”, hanno, invece, scelto il rito abbreviato e sono stati condannati pesantemente. Si tratta della imponente operazione che, a novembre 2024, portò a numerosi arresti e alla conseguente latitanza di colui che è considerato il leader del sodalizio criminale fondano, Massimiliano Del Vecchio. Altra conseguenza di quell’ordinanza fu anche la scelta di collaborare con lo Stato da parte di Johnny Lauretti, considerato sodale di peso dei gemelli Del Vecchio e pluripregiudicato noto alle cronache giudiziarie.
Salvatore Di Manno è tuttora detenuto in carcere, mentre Paolo Manna è ai domiciliari. Il processo era iniziato a giugno 2025. I due dovevano rispondere di estorsione in concorso con il pentito Johnny Lauretti perché avrebbero costretto, tramite minaccia, un uomo del luogo, G.F., a versare l’importo di migliaia di euro per il pagamento di una pregressa fornitura di eroina, sequestrata il 4 novembre 2023, cercando di imporgli anche di cedere l’autovettura Mini Cooper della compagna.
Le minacce sarebbero state messe in atto da Di Manno, Manna e Lauretti (giudicato separatamente), i quali avrebbero ripetutamente contattato al telefono la vittima e la compagna, minacciando il primo di morte. Lauretti, peraltro, avrebbe mimato anche il gesto dell’esplosione di colpi di arma da fuoco o l’esplosione di una bomba.
Secondo l’accusa, i tre avrebbero costretto la vittima a vendere un furgone Fiat Doblo Maxi al prezzo di 8.500 euro, di cui 6.000 euro sarebbero stati consegnati a Manna. A giugno 2025, il Tribunale aveva escluso la costituenda parte civile della vittima poiché presentata fuori tempo massimo e non passata per l’udienza preliminare che si era tenuta a Roma.
Di Manno, esaminato nella scorsa udienza, aveva detto che i suoi rapporti con Johnny Lauretti erano esclusivamente per la compravendita di autovetture: “Gli vendevo le auto a Lauretti e lui le vendeva a me”. L’imputato aveva escluso qualsiasi coinvolgimento nell’estorsione contestata. Anche Manna aveva escluso qualsiasi responsabilità nell’estorsione: “Non ho venduto la droga, non c’entro niente con questa storia”. La presunta vittima gli avrebbe solo chiesto di aiutarlo a vendere il furgone.
A testimoniare, chiamato dalla difesa, anche colui che acquistò il furgone Doblò dalla persona offesa. L’uomo aveva confermato la compravendita del mezzo, tramite acconto.
Nelle scorse udienze, ad essere ascoltato come testimone la persona offesa, e non parte civile, G.F., condannato con sentenza irrevocabile per il carico di eroina da circa 400 grammi. L’uomo aveva spiegato che, nell’autunno 2023, era stato minacciato da Johnny Lauretti che gli intimava di dover pagare la fornitura di droga: “Era Lauretti che mi chiamava con decine di telefonate. Solo una volta mi chiamò Di Manno che mi parlò alla presenza di Lauretti”. Le chiamate audio e video arrivavano anche al numero della compagna.
A marzo 2024, l’uomo querelò Lauretti e Di Manno, poco dopo che, in precedenza, Lauretti venne sotto casa e malmenò, tirandogli un pugno in faccia e spaccandogli il naso, il testimone odierno il quale, nella sua escussione, ha sottolineato che da Paolo Manna, il terzo imputato, non aveva mai ricevuto minacce: “Anzi, chiesi a lui per aiutarmi perché non venisse più Lauretti a darmi fastidio”. Peraltro, il testimone aveva dichiarato che il borsone ritrovato dentro il suo furgone e che aveva portato alla sua condanna non sapeva che fosse carico di eroina: “Lauretti voleva i soldi, circa 12.500 euro, ma io non sapevo neanche dell’esistenza dell’eroina che fu sequestrata dai Carabinieri”.
Il giorno che Lauretti malmenò l’uomo si recò con altri personaggi sotto casa dell’uomo e gli disse di scendere da casa: “Io gli dissi che ero ristretto ai domiciliari per il carico di eroina e Lauretti mi rispose: “Meglio che esci te, sennò entro io e ci va di mezzo la tua compagna”. In una delle telefonate, Lauretti lo minacciò di farlo saltare in aria, mimando il gesto della pistola: “Mi minacciò dicendomi che per pagare la droga, gli avrei dovuto dare le chiavi della macchina della mia compagna. È così che mi dissi alla mia compagna di chiamare i Carabinieri”. La furia di Lauretti era stata raccontata in aula: “Mi diceva che se non avevo i soldi della droga, avrei dovuto vendermi il furgone e l’auto della mia compagna”
Dopodiché, sotto casa, a distanza di poche ore, arrivò Di Manno per prendere l’auto della mia compagna: “A quel punto, intervennero i Carabinieri che arrestarono lui e un altro ragazzo di cui non so il nome”. Nel corso della testimonianza emergeva che il testimone aveva acquistato da Lauretti un’auto e anche un cavallo, che il criminale pretese indietro. La vittima, dopo essere stato picchiato da Lauretti (che fu assunto nella sua ditta di trasporti così da fargli evitare il carcere), dovette ricorrere alle cure dell’ospedale, avendo riportato lesioni all’occhio e al naso.
