LIBERE ANCHE QUI, AL VIA LA CAMPAGNA SU CONSENSO DIGITALE E CONTRO LA VIOLENZA DI GENERE ONLINE

Presentati oggi al Senato della Repubblica il Manifesto della campagna, l’Atlante del consenso digitale e una mozione tipo per i Comuni italiani

Dalla diffusione non consensuale di immagini ai deepfake sessuali, dall’hate speech al cyberstalking: la violenza digitale di genere è un fenomeno sempre più diffuso e ancora troppo sottovalutato. Nasce da questa consapevolezza “Libere anche qui”, la campagna nazionale sul consenso digitale e sul contrasto alla violenza di genere online, presentata oggi al Senato della Repubblica.

«I recenti casi emersi attorno a piattaforme come Mia Moglie e Phica.eu hanno acceso i riflettori su una realtà che molte donne conoscono da tempo, ma sarebbe un errore pensare che il problema nasca online. La violenza digitale non crea dal nulla sessismo, controllo, prevaricazione e cultura del possesso: li rende più veloci, più visibili e più difficili da contrastare. Per questo non basta chiudere un sito o indignarsi di fronte all’ultimo caso. È dalla rabbia e l’indignazione verso la società patriarcale nella quale viviamo che nasce  “Libere anche qui”.Serve affrontare le radici culturali di questa violenza, promuovere una cultura del consenso e costruire strumenti capaci di garantire libertà e rispetto anche negli spazi digitali».  

A dichiararlo sono le promotrici della campagna: Valeria Campagna, Anna Frattini, Lucrezia Iurlaro, Giulia Pelucchi e Laura Sparavigna.

La campagna può contare sul supporto della rete di amministratrici e amministratori di TiCandido e dell’associazione Tocca a Noi. 

 “La nostra adesione a “Libere anche qui” nasce dalla condivisione di un progetto concreto e di lungo termine, che va oltre la denuncia del singolo caso. Come Tocca a Noi, sentiamo la responsabilità di essere parte attiva di questo percorso, a partire dall’Atlante del consenso digitale. Supporteremo il lavoro dal basso per calarlo nel quotidiano – nelle scuole, nello sport, nei luoghi di lavoro e nelle famiglie – mobilitando i territori e costruendo nuove alleanze“, dichiara l’Associazione Tocca a Noi. 

Come rete di giovani amministratrici, amministratori, attiviste e attivisti, non possiamo che sostenere questa campagna. Chi fa politica e partecipazione sa bene che la rete è ormai parte integrante della nostra democrazia. Troppo spesso, però, anche a causa di algoritmi che premiano lo scontro, gli spazi digitali diventano terreno di odio e violenza. Eppure la rete può essere anche uno straordinario strumento di dialogo, collaborazione e costruzione di comunità. Per questo crediamo sia urgente fermare questa deriva e costruire insieme una cultura digitale fondata sul rispetto e sulla responsabilità“, aggiunge la rete Ti Candido.

L’iniziativa si avvale inoltre del contributo di D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza, Casa Internazionale delle Donne, Differenza Donna e di Giulia Blasi, Martina Carone, Ilaria Maria Dondi, Barbara Leda Kenny, Azzurra Rinaldi, Vanessa Roghi e Silvia Semenzin.

La Casa Internazionale delle donne nacque da una forte volontà di autodeterminazione delle donne, che rivendicavano uno spazio che, come “stanza tutta per sé”, le facesse essere davvero libere. È con la stessa attenzione e la stessa pratica femminista che proteggiamo e abitiamo questo spazio oggi, impegnandoci in diversi ambiti, facendo crescere i saperi delle donne e restando anche in ascolto delle nuove istanze. Tra queste, vi è di certo la violenza digitale nei confronti delle donne – e in particolare di quelle che scelgono di esporsi. Per questo abbiamo scelto di essere alleate nella campagna, “Libere anche qui”, perché ogni posto, offline e online dovrebbe essere sicuro“, così Barbara Leda Kenny commenta l’adesione alla campagna da parte della Casa internazionale delle donne.

Credo sia davvero significativo aver iniziato a stigmatizzare i comportamenti digitali lesivi e violenti. La nostra esperienza di accoglienza e supporto alle donne ci mostra una sempre maggiore presenza di violenza online. È ormai consuetudine che gli hate speech siano per lo più rivolti alle donne, con minacce e insulti a sfondo sessuale. Speriamo di poter contribuire fattivamente alla sensibilizzazione e al cambiamento necessari per affermare la cultura del consenso anche in rete, creando le condizioni per fermare questa pericolosa deriva“, afferma la presidente Cristina Carelli, portando la voce di D.i.Re (Donne in Rete contro la violenza) a sostegno dell’iniziativa. 

“Libere anche qui” nasce da esperienze dirette di violenza digitale vissute dalle promotrici: fotografie pubblicate senza consenso, attacchi sessisti sui social, contenuti offensivi, molestie, denunce rimaste senza risposta e forme di delegittimazione online legate all’impegno politico, istituzionale e civile. Esperienze personali che diventano l’occasione per un impegno collettivo e una proposta politica concreta.

La campagna si articola su due assi complementari. Il primo è culturale e prende forma nell’Atlante del consenso digitale, un documento in 15 punti pensato come strumento pratico e accessibile per promuovere una cultura del consenso e della reciprocità negli spazi online. L’Atlante affronta temi che vanno dalla diffusione non consensuale di immagini all’hate speech, dai deepfake alla responsabilità delle piattaforme, fino al ruolo dell’intelligenza artificiale come possibile strumento di violenza.

Il secondo asse è politico e istituzionale. La campagna mette infatti a disposizione delle amministratrici e degli amministratori locali uno schema di mozione pronto per essere presentato nei Consigli comunali, con impegni concreti che spaziano dall’educazione al consenso e alla cittadinanza digitale nelle scuole alla promozione di percorsi di alfabetizzazione digitale e di prevenzione della violenza online. Ma dal locale, passeremo al nazionale. L’attuale quadro normativo italiano, in particolare gli articoli 612-ter e 612-quater del Codice Penale, non copre infatti in modo adeguato la pluralità delle forme di violenza digitale emerse negli ultimi anni. Sul piano normativo, il lavoro della Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio ha avuto il merito di portare il tema nelle istituzioni, ma a nostro avviso il risultato non è ancora sufficiente. Chiudere un sito o trattare la tecnologia come una semplice aggravante non risolve il problema; serve una legge che riconosca la violenza digitale nella sua specificità, insieme a obblighi reali per le piattaforme e a investimenti veri su educazione e prevenzione. Per questo apriremo un tavolo che lavori dal basso, insieme ai Centri antiviolenza, in vista del recepimento della Direttiva UE 2024/1385.

La campagna nasce in un contesto in cui la violenza digitale di genere rappresenta un fenomeno sempre più diffuso e normalizzato. Secondo i dati della Polizia Postale, nel 2024 sono stati registrati in Italia quasi 2.000 casi di reati online a danno di donne, con il cyberstalking in crescita dell’8%. Il 96% dei contenuti deepfake presenti in rete ha natura sessuale. Amnesty International segnala che la violenza digitale in Italia è triplicata tra il 2023 e il 2024, mentre la Mappa dell’Intolleranza (Vox, 2025) rileva che il 44,59% dei contenuti riferiti alle donne online ha carattere misogino.

Di fronte a questa realtà, “Libere anche qui” intende contribuire a portare il tema della violenza digitale di genere al centro del dibattito pubblico e dell’agenda politica, costruendo strumenti concreti per prevenire e contrastare questo fenomeno, perché il digitale è reale.

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