EX CARCERE DI SANTO STEFANO: CONCLUSA MESSA IN SICUREZZA, RESTITUITO IL PANOPTICON

Carcere di Santo Stefano
Carcere di Santo Stefano

Con il completamento dei collaudi effettuati dai tecnici di Invitalia, si apre una nuova fase per l’ex carcere borbonico sull’isola di Santo Stefano: quella della restituzione del Panopticon, messo in sicurezza e fruibile, alla comunità di Ventotene. 

La conclusione del collaudo tecnico – si legge in una nota pubblicata da AgenziaCult – ha preceduto la visita istituzionale a Santo Stefano il 28 maggio 2026 del commissario straordinario di governo Giuseppe Marinello, con le amministrazioni che hanno sottoscritto il CIS Ventotene e i rappresentanti delle forze dell’ordine.

Parte ora la terza e ultima fase del programma di interventi previsti dal CIS Ventotene, che consentirà la piena fruizione del complesso carcerario.

L’ex Carcere Borbonico dell’isola di Santo Stefano, edificato nel 1795 e tristemente noto come luogo di detenzione per motivi politici durante il ventennio fascista, è rimasto abbandonato dal 1965, vittima di un progressivo e grave degrado strutturale. Recuperare questo luogo simbolo della memoria europea – nel cuore del Mediterraneo, di fronte all’isola di Ventotene – significa restituire alla collettività un patrimonio unico, capace di coniugare storia, cultura e valori fondanti dell’identità europea.

Invitalia, soggetto attuatore del CIS, oltre ad aver curato lo studio di fattibilità, si occupa delle fasi di progettazione e realizzazione degli interventi, svolge le attività di centrale di committenza con funzione di stazione appaltante e fornisce supporto tecnico specialistico alle Amministrazioni che hanno sottoscritto il CIS.

“State vedendo con i vostri occhi che è stato fatto un lavoro immane, un lavoro più che soddisfacente”, ha dichiarato il Commissario Giuseppe Marinello parlando con i giornalisti. A raccontare la portata dell’intervento è stato Letterio Sonnessa, direttore dei lavori per Invitalia, che ha ricostruito i quattro anni di attività del cantiere: “È una prima fase molto importante del progetto di recupero e rifunzionalizzazione del carcere. Il cantiere è partito nel febbraio 2022 e si conclude adesso, nel maggio 2026. Sono stati quattro anni di lavoro molto importante e faticoso, soprattutto da un punto di vista logistico”. Le difficoltà principali sono state legate proprio all’isolamento di Santo Stefano e alle condizioni meteomarine spesso proibitive. “Molto spesso bastava un’altezza d’onda di 40 o 50 centimetri perché l’accesso non fosse consentito”, ha spiegato Sonnessa. “Questo ha comportato continue interruzioni, settimane di fermo e una complessità enorme nell’organizzazione del cantiere”. Dal 1965 al 2015 il carcere era rimasto completamente abbandonato. Sessant’anni di degrado avevano compromesso coperture, murature, ballatoi, sistemi di drenaggio e strutture portanti. Il lavoro svolto non è stato quindi un restauro estetico, ma un intervento conservativo finalizzato ad arrestare il degrado e mettere in sicurezza il complesso storico. “Abbiamo lavorato per conservare la valenza storica del bene”, ha spiegato Sonnessa. “Sono stati realizzati interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria, intervenendo anche sulle strutture portanti”.

I lavori hanno riguardato innanzitutto la regimentazione delle acque meteoriche, uno dei principali fattori di deterioramento del complesso. Sono state ripristinate coperture, canaline e cisterne storiche; sono stati installati nuovi pluviali e liberate le superfici dalla vegetazione infestante che negli anni aveva compromesso pareti e murature. Interventi particolarmente delicati hanno interessato il Panopticon e l’avancorpo di guardia, dove si è proceduto con saldature delle lesioni murarie, integrazioni delle parti mancanti e consolidamenti localizzati.

Tra le opere più complesse, il recupero delle due torrette esagonali interne, gravemente compromesse nella parte fondale. “C’era un concreto rischio di crollo”, ha spiegato Sonnessa. “Siamo intervenuti ricostruendo le murature e consolidando le strutture con fasce in fibra aramidica”. Fondamentale anche la demolizione della pensilina in cemento armato aggiunta nel Novecento, ritenuta una delle principali cause di dissesto statico del ballatoio centrale del Panopticon. Complessivamente, ha spiegato Sonnessa, dal cantiere sono state rimosse circa 1.300 tonnellate di materiali e macerie.

Parallelamente al progetto dell’approdo partiranno anche i lavori di consolidamento della falesia, già affidati all’impresa esecutrice. “Stiamo valutando con Invitalia e con la ditta un sistema di messa in sicurezza che consenta comunque l’accesso all’isola durante il cantiere”, ha spiegato Marinello. Si tratta di un intervento considerato indispensabile per garantire la sicurezza del percorso di collegamento tra il punto di sbarco e il carcere. Tuttavia, durante le lavorazioni saranno inevitabili limitazioni e contingentamenti degli accessi. Il Commissario ha chiarito che la priorità resterà comunque quella di mantenere, laddove possibile, una fruizione controllata del sito.

La giornata del 28 maggio è stata anche l’occasione per presentare la mostra permanente allestita negli spazi già messi in sicurezza del Panopticon, primo nucleo del futuro museo di Santo Stefano. A illustrarne il senso è stata Sabina Minutillo Turtur, responsabile della comunicazione e curatrice del percorso espositivo. “Questa mostra è nata nel 2024 quando ci siamo resi conto che qualunque cosa facevamo qui nessuno la capiva”, ha raccontato. “Ci dicevano: non succede niente, non si vede nulla. Così abbiamo deciso di aprire il primo stralcio del museo”. La mostra è stata concepita come un racconto immersivo della storia del carcere e del progetto di recupero. “Abbiamo voluto dare voce al carcere”, ha spiegato Minutillo Turtur. “Altrimenti sarebbe rimasto soltanto un edificio sempre più bello e restaurato, ma senza la possibilità di far parlare questi muri”.

Il percorso si sviluppa in cinque sezioni: la storia della detenzione, l’abbandono dell’isola, il recupero in corso, il rapporto tra memoria e natura e infine una “sala del domani”, dedicata al futuro del progetto e al contributo dei visitatori. L’allestimento è completamente site specific: pannelli, installazioni multimediali, ologrammi, tavoli interattivi e videoproiezioni dialogano con gli ambienti autentici del carcere senza alterarne l’identità. Particolarmente significativa la sezione dedicata al Panopticon, che mette in relazione Santo Stefano con altri modelli carcerari nel mondo. “Abbiamo raccontato come l’idea del controllo totale attraversi storie e geografie diverse, dal Sud America alla Russia, fino agli Stati Uniti”.

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