“Diritti, clemenza e umanità nelle carceri italiane”, il convegno si è tenuto ieri, 14 luglio, presso la Sala Cambellotti, nella sede della Provincia a Latina.
A intervenire il vescovo della Diocesi pontina, Mariano Crociata. L’evento è stato organizzato dalla Caritas diocesana di Latina che in questo modo ha aderito alla giornata nazionale di mobilitazione sulla condizione dei detenuti in Italia, promossa dall’Alleanza per l’articolo 27 della Costituzione (una rete nata a Roma che unisce diverse realtà storiche che in Italia operano nel mondo carcerario).
“Le notizie peggiori sulla condizione di chi è detenuto nelle carceri hanno non da ora una frequenza così insistente nelle cronache locali e nazionali da ottenere spesso l’effetto di rendere assuefatti, come purtroppo avviene per tanti tragici fatti che finiscono con il saturare la sensibilità collettiva e la capacità di averne adeguata cognizione. Anche perché spesso noi stessi siamo indotti da sentimenti tutt’altro che benevoli verso chi ha commesso reati più o meno gravi contro la collettività, e a volte anche tentati di un giustizialismo capace di trasformarsi nel desiderio di veder soffrire chi ha provocato sofferenza, pensando erroneamente che ciò possa ristabilire una qualche giustizia ormai infranta da ciò che è stato.
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Posso immaginare che vi aspettiate da me un invito ad essere buoni, benevoli, disposti al perdono e cose simili. Invece non è di questo che voglio parlare, non perché sia un invito sbagliato, ma perché adesso non coglierebbe nel segno. E non coglierei nel segno nemmeno se assecondassi chi si aspettasse da me una specie di omelia, peraltro più che motivata da uno spunto evangelico inequivocabile che ha dato pure il nome a una associazione promossa dalla Caritas diocesana per il volontariato carcerario, che, appunto, ha preso come designazione proprio il versetto del vangelo di Matteo che fa dire a Gesù: ero in carcere e siete venuti (o: non siete venuti) a visitarmi. E davvero non c’è nulla di più importante sul nostro tema del fatto che Gesù si sia identificato con i carcerati: anche in loro lui si fa incontrare e vuole essere riconosciuto. Semplicemente impressionante! Ma non è il momento di continuare su questo registro.
Piuttosto il rimando alla Costituzione mi fa pensare ai principi e ai valori a cui essa è ispirata, che in ultimo si riconducono alla dignità di ogni essere umano, di ogni persona, al di là di tutto, perfino del male compiuto. La grande sfida di ogni incontro e relazione sociale è che nessun essere umano finisce mai di essere persona. Il nostro senso di umanità è determinato essenzialmente dal fatto che io non dimentichi mai di trovarmi di fronte a una persona, chiunque essa sia e dovunque la incontri.
Questo senso autentico di umanità apre anche a un senso più largo e più vero di giustizia. Il male e la sofferenza inflitti a un colpevole non ripagano mai di niente, non soddisfano nessuna esigenza di equità, non alleviano alcuna sofferenza e non riparano alcun danno subito. Con una frase ad effetto si dovrebbe dire che il miglior modo di ripagare il male ricevuto è eliminarlo in chi l’ha compiuto o causato. La vittoria della giustizia è il bene, non altro male.
Mi colpisce la constatazione rassegnata, ripresa anche nella comunicazione pubblica, che il carcere produce una percentuale molto alta di recidivi. È il segno che la sua struttura attuale è ben lontana dall’essere idonea a raggiungere quegli obiettivi di rieducazione e di nuova socializzazione che la Costituzione gli assegna. Su questo la nostra collettività tutta dovrebbe interrogarsi. E quando a prevalere è la voglia di rivalsa o il desiderio di vendetta, allora il colpevole di un delitto avrà, per così dire, vinto due volte: prima per il male commesso e poi per il male di cui è riuscito a riempire il cuore e la mente di chi ne ha già subito il danno. In tal caso al danno si aggiunge la beffa di diventare interiormente come chi lo ha procurato, quel danno. Chi ricambia il male con il male non è migliore di chi lo ha fatto per primo, ma diventa come lui.
C’è un altro aspetto che deve far riflettere e che sottopongo alla vostra attenzione con tutta la considerazione che merita il corpo di polizia penitenziaria, e con esso tutti coloro che operano nelle carceri; il fatto cioè che spesso sono quelli che stanno dentro a plasmare il mondo interiore e relazionale di chi ha a che fare con loro, così che la negatività che dentro viene in tanti modi continuamente generata e alimentata si espande e contagia, molto di più di quanto il senso di libertà e il senso di vita di chi vive fuori riesca a trasmettersi e a rendere migliore chi sta ristretto dentro un carcere.
Per questo vorrei chiudere dicendo che il problema è al fondo mentale, e quindi culturale e morale. Sono per lo più le menti ad essere prigioniere. Non temo perciò di dire che parlando dei detenuti parliamo di noi tutti, della società in cui viviamo, perché le nostre vite e i nostri pensieri e i nostri mondi interiori sono intrecciati molto di più di quanto immaginiamo. Occuparsi delle condizioni di vita dei carcerati non è solo un atto di umanità e di solidarietà, ma assume un valore oserei dire terapeutico, poiché ci costringe a riflettere, a ripensare al modo in cui viviamo e ci poniamo in relazione gli uni gli altri. Abbiamo bisogno di metterci davvero alla ricerca di una vita più autentica, di un volto e di una condizione migliori di noi stessi, non più dominati da fantasmi, paure, odi e risentimenti, ma disponibili a costruire insieme un modo più umano e positivo di stare in società e di fare comunità”.
