TENTATA ESTORSIONE MAFIOSA PER LA CASA, LE MINACCE ALLA VITTIMA: “GIANNI DI SILVIO MI DICEVA CHE QUELLA ERA ZONA SUA”

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Tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso: ascoltato la vittima nel processo in cui è imputato, tra gli altri, il fratello del boss Armando “Lallà” Di Silvio

“Se avessi saputo che c’era Gianni Di Silvio, non avrei partecipato all’asta giudiziaria per la casa”. È questo il passaggio più significativo della testimonianza resa dalla vittima della tentata estorsione contestata agli imputati degli imputati Ferdinando Di Silvio detto Gianni o Zagaglia, Ignazio Gagliardo, Lucia e Patrizia Balestrieri. Il processo si tiene dinanzi al primo collegio del Tribunale di Latina, composto dai giudici Sinigallia-Brenda-Naldi. A rappresentare l’accusa il pubblico ministero del Direzione Distrettuale Antimafia di Roma, Francesco Gualtieri.

Lo scorso dicembre, il primo collegio del Tribunale di Latina ha disposto il difetto di competenza e trasmesso gli atti del processo a Roma per i capi 2,3,4 e 5. A Latina, dinanzi al suddetto collegio, si celebra il processo per il capo 1 a carico degli altri imputati succitati che devono rispondere di tentata estorsione col metodo mafioso in riferimento a una casa nel quartiere di Campo Boario, in Via Attilio Regolo, a Latina, che divenne oggetto di una indagine della Squadra Mobile di Latina, sfociata, a luglio 2024, in quattro arresti e un divieto di dimora, su richiesta dei sostituti procuratori della Direzione Distrettuale Antimafia di Roma, Luigia Spinelli e Francesco Gualtieri. Originariamente, sarebbero stati sette gli imputati a Latina. L’ordinanza era stata firmata dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Roma, Gabriele Tomei.

Hanno scelto il rito ordinario e sono stati rinviati a giudizio Ferdinando Di Silvio detto Gianni, Ignazio e Antony Gagliardo, Lucia e Patrizia Balestrieri, Maria Antonietta Gallo e Marco Gasbarra. Quest’ultimo e Antony Gagliardo non sono accusati del reato di tentata estorsione. Maria Antonietta Gallo, Marco Gasbarra, Antony Gagliardo e il padre Ignazio saranno processati a Roma per i capi 2, 3, 4 e 5. Saranno giudicati, a Roma, col rito abbreviato, anche Angelo Mascali e Paolo Vecchietti.

Il collegio difensivo è composto dagli avvocati Gianni Luparo, Oreste Palmieri, Dino Lucchetti, Antonio Iona, Alfonso Ruocco e Manfedo Fiorrmonti. Parti civili due persone offese, assistite dall’avvocato Eugenio Rogliani.

Le difese, nell’udienza odierna, hanno eccepito sulla testimonianza dei penti Agostino Riccardo e Renato Pugluese, richiesta dal pm Gualtieri. Il Tribunale ha ammesso le due testimonianze.

Uno spaccato crudo quello raccontato dall’uomo di 57 anni, banconista al mercato, che ha raccontato la vicenda di cui è stato suo malgrado protagonista tra il luglio e il novembre 2023. Più volte, Paolo Vecchietti, Ignazio Gagliardo e “Gianni” Di Silvio vennero anche a casa della vittima dopo che l’uomo aveva vinto all’asta la casa per 62.550 euro: “Mia moglie si spaventò, scoppiò a piangere anche oggi ci sono ripercussioni perché ha perso fiducia”. Vecchietti e Gagliardo entrarono dentro casa, minacciando sempre per le stesse cose: l’uomo aveva acquistato una casa che non doveva acquistare.

“Vennero a casa mia minacciandomi – ha spiegato l’uomo – venne un certo Paolo, presentatosi come consulente”. Paolo, ossia Vecchietti, gli parlò di pregiudicati. Dopodiché ci furono diversi incontri, lo chiamavano per andare allo stesso bar alla Galleria Pennacchi per fare pressioni su di lui: doveva vendere la casa che aveva preso all’asta giudiziaria, in alternativa avrebbe dovuto dare una buonuscita al gruppo.

Pressanti erano le visite di Paolo Vecchietti, Gianni Di Silvio e Ignazio Gagliardo. Si vedevano sempre al bar dove l’uomo veniva convocato. “Volevano un acconto subito, avevano stabilito loro i soldi. all’inizio 12mila euro, poi chiedevano un acconto da 3mila euro da dare a Gianni Di Silvio e, a seguire, altre tranche da migliaia di euro”.

L’uomo, che ha registrato tutti gli incontri per poi fornirle alla Polizia, ha spiegato che Gianni gli diceva sempre che “hai acquistato una casa in zona mia”. Ecco perché la vittima ha detto candidamente in Tribunale: “Se lo avessi saputo, non avrei mai partecipato all’asta”.. E ancora: “Gianni in una occasione si era alterato, mi diceva che dovevo comportarmi in una certa maniera perché era zona sua quella di Campo Boario”. Vecchietti, Di Silvio e Gagliardo dicevano che di mezzo a quell’immobile c’erano altre persone di Napoli e spiegarono all’uomo: “Stai attento che ti sparano”.

L’uomo è stato molto chiaro a riferire ciò che ribadiva al gruppo: “Non avevo soldi e gli dicevo che dovevano aspettare che rivendessi l’immobile per dare i soldi che mi chiedevano. Loro volevano sempre vedere se ero riuscito a trovare il modo di vendere la casa. Loro ad un certo punto mi imposero il prezzo con cui dovevo rivendere la casa: 95mila euro”. L’appartamento era occupato da Patrizia Balestrieri e dai suoi famigliari e, secondo le valutazioni fatte fare dall’uomo, avrebbe avuto un valore di circa 160mila euro. Il processo riprende il prossimo 27 maggio con il contro-esame della vittima e l’escussione di un poliziotto della Squadra Mobile.

L’INCHIESTA – Le indagini, condotte dai poliziotti della Squadra Mobile, hanno avuto origine dalla denuncia sporta nell’ottobre del 2023 da un cittadino di Latina, un commerciante cinquantenne. Un onesto lavoratore che, ad un certo punto, si è trovato nella stretta di personaggi già noti alle cronache giudiziarie. 

È proprio il commerciante che riferisce ai detective della Squadra Mobile di aver subito pressioni tanto da essere costretto a vendere l’appartamento in Via Attilio Regolo aggiudicato nell’ambito di un’asta giudiziaria. Il problema è che in quell’appartamento hanno risieduto fino allo svolgimento dell’asta una donna ed il compagno, ritenuto vicino a clan camorristici della città di Napoli. Si tratta di Salvatore Ciotola (estraneo alle indagini), ristretto ai domiciliari dall’autunno 2023 a Latina, per via della condanna a 22 anni di reclusione passata in giudicato, in riferimento all’omicidio di camorra di Gaetano Marino detto Moncherino McKay. Erano i tempi della faida interna agli scissionisti di Secondigliano.

Ciotola era l’uomo che fungeva da basista/specchiettista a Terracina, insieme a Carmine Rovai, per il commando che fece fuori il boss di camorra sul lungomare terracinese il 23 agosto 2012. Gaetano Marino, detto Moncherino McKay (il boss, in vita, aveva perso le mani a causa di uno scoppio di un ordigno che stava piazzando lui stesso), fu ammazzato a colpi di pistola davanti ai bagnanti nella canicola estiva di 12 anni fa.

I 4 presunti autori del delitto Marino. Da sinistra verso destra: Arcangelo Abbinante, Giuseppe Montanera, Salvatore Ciotola e Carmine Rovai
I 4 autori del delitto Marino. Da sinistra verso destra: Arcangelo Abbinante, Giuseppe Montanera, Salvatore Ciotola e Carmine Rovai

Il giorno dopo il delitto, l’auto dei basisti fu ritrovata a Terracina nei pressi dell’abitazione di Carmine Rovai. Si arrivò così anche a Salvatore Ciotola. I due sono originari di Monterosa e in contatto con i clan di Secondigliano. Quando furono convocati come testimoni nel commissariato di Terracina non si accorsero di essere intercettati e si scambiarono commenti sui dettagli e le risposte da dare. Le indagini, quasi da subito, si arricchirono delle dichiarazioni di due collaboratori di giustiziaGiuseppe Ambra che ha svelato la strategia scelta dai boss per scegliere le vittime da colpire, e Pasquale Riccio che ha spiegato l’organizzazione del delitto. “Gaetano Marino era in vacanza a Terracina. Venne incaricato (ndr: un loro uomo) di affittare una casa come appoggio per il gruppo di fuoco. La casa era proprio in centro, c’erano tute le immagini di santi e papi”. Arcangelo Abbinante, ritenuto l’esecutore materiale del delitto e Giuseppe Montanera, presunto componente del commando, sono stati condannati al carcere a vita.

Insomma, un personaggio non proprio dal passato tranquillo, Ciotola. Il 62enne viveva a Latina insieme alla moglie Lucia Balestrieri, destinataria del divieto di dimora da Latina. Tuttavia la mandante dell’estorsione sarebbe la sorella della donna, Patrizia Balestrieri, di Scampia, ex proprietaria dell’appartamento in Via Attilio Regolo a Campo Boario. Gli approfondimenti svolti dalla Squadra Mobile di Latina, successivamente, hanno consentito di acquisire gravi indizi di colpevolezza in ordine alla commissione di una serie di atti intimidatori realizzati, a partire dal luglio dello scorso anno, ad opera di tre soggetti coinvolti da Patrizia Balestrieri per spaventare l’acquirente. Uno dei soggetti è stato ritenuto in passato organico a Cosa Nostra agrigentina. Si tratta di Ignazio Gagliardo, ristretto anche lui in carcere insieme al romano Paolo Vecchietti. Gagliardo, arrestato a Roma dalla Mobile, non è proprio un personaggio che passa inosservato. In passato, l’uomo è stato in rapporti con un imprenditore, poi destinatario di un sequestro da 120 milioni di euro. Tra i suoi precedenti anche l’omicidio e il traffico d’armi.

Ad ogni modo, dopo l’asta giudiziaria, comincia l’incubo per il commerciante pontino. Nel corso di alcuni incontri, alla vittima sarebbe stato consigliato di vendere l’immobile ad un prezzo inferiore a quello di mercato ai precedenti proprietari, presentati come persone poco raccomandabili originarie di Napoli, con l’avvertimento che rifiutare tale proposta lo avrebbe esposto a non meglio specificate ritorsioni. In occasione di alcuni incontri vi sarebbe stata l’opera di mediazione svolta da un esponente di una famiglia di etnia rom stanziale nella città di Latina: Ferdinando Di Silvio detto “Gianni” o “Zagaglia” (49 anni).

“Gianni”, fratello del boss di Campo Boario Armando Di Silvio detto “Lallà”, condannato per associazione mafiosa definitivamente nel processo “Alba Pontina”, dovrà affrontare il prossimo 1 luglio l’udienza preliminare per il caso della “sposa bambina”. La casa di “Gianni” si trova proprio nel quadrante dove si è ubicata Via Attilio Regolo, nel cuore del quartiere di Campo Boario. Di Silvio, secondo l’accusa, si sarebbe presentato dal commerciante e sin da subito avrebbe fatto sentire il peso criminale del suo nome: “Sai chi sono io, non c’è bisogno che ti spieghi niente”.

Successivamente, al commerciante sarebbe stato comunicato che i precedenti proprietari non erano più interessati a rientrare in possesso dell’abitazione, ma pretendevano 12.000 euro per considerare chiusa la questione. Ai suoi tentennamenti, l’esponente della famiglia di etnia rom avrebbe dunque affermato di non poter fare più nulla per aiutarlo, lamentandosi altresì per la mancanza di rispetto subita e pretendendo, per ciò solo, il pagamento immediato di 2.000 euro.

Un quadro indiziario rilevante quello delineato dall’attività di indagine svolta, che ha portato all’esecuzione di quattro misure di custodia in carcere – Ignazio Gagliardo, Ferdinando Di Silvio detto “Gianni” o “Zagaglia”, Patrizia Balestrieri e Paolo Vecchietti – di un divieto di dimora – Lucia Balestrieri -, eseguite tra le città di Latina, Roma e Napoli. Contestualmente, sono stati eseguiti decreti di perquisizione personale e locale nei confronti di tutti gli indagati e presso la sede legale e le unità locali di una società riconducibile a Gagliardo. Accertamenti che potrebbero rivelare altre dinamiche attorno all’ex boss di Cosa Nostra agrigentina trapiantato a Roma.

Qualche mese più tardi, la Polizia di Stato ha infatti proceduto al sequestro di due società, entrambe riconducibili a Gagliardo, che operano nel campo dell’edilizia, ossia la “Professionals at work s.r.l.” (sede a Roma) e la “Edil Gallo s.r.l.s.” (sede a Venosa, in provincia di Potenza).

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