“TRITONE”, UN ALTRO APPELLO PER LA ‘NDRANGHETA TRA ANZIO E NETTUNO: CASSAZIONE RIMETTE TUTTO IN DISCUSSIONE

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Tritone, l’Appello bis aveva rimesso in discussione la sentenza per coloro che avevano scelto il rito abbreviato. Oggi la Cassazione

La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della Procura generale di Roma contro la sentenza dell’Appello bis, datata marzo 2025, che aveva fatto cadere l’accusa di mafia.

In ragione di questa pronuncia, ci sarà un appello ter nell’ambito del procedimento svoltosi col rito abbreviato derivante dalla maxi-indagine “Tritone”, coordinata dai pm Giovanni Musarò e Alessandra Fini sulle infiltrazioni della ’ndrangheta ad Anzio e Nettuno. La Cassazione ha, infatti, annullato con rinvio la sentenza d’appello bis che aveva fatto cadere l’accusa di associazione mafiosa.

Sentenza inaspettata e clamorosa era stata quella del marzo 2025. La nuova sezione di Corte d’Appello di Roma, a cui la Cassazione aveva rinviato la decisione su diversi imputati del processo “Tritone” – il procedimento che rivelò una locale di ‘ndrangheta tra Anzio e Nettuno e che portò allo scioglimento dei due Comuni -, aveva annullato l’associazione mafiosa e fatto cadere le aggravanti del 416 bis e dell’associazione armata.

Per 24 coinvolti nell’operazione anti-n’drangheta tra Anzio e Nettuno, denominata “Tritone”, dove finirono in manette più di 60 persone, la sentenza di condanna per l’accusa di associazione mafiosa era stata annullata con rinvio.

La quinta sezione penale della Corte di Cassazione aveva rimandato gli atti al secondo grado disponendo un processo d’Appello bis a Roma. Annullamento della condanna per associazione mafiosa, con rinvio in Appello anche per Bruno Gallace, considerato come uno dei capi promotori dell’organizzazione. Gli imputati sono difesi, tra gli altri, dagli avvocati Alessia Vita, Vincenzo Garruba, Vincenzo Cicino, Valerio Spigarelli, Francesco Lojacono, Michele Monaco, Cesare Placanica e Gianluca Tognozzi.

La Cassazione, nel suo suo dispositivo, aveva annullato la sentenza impugnata nei confronti di Bruno Gallace, Vincenzo Italiano, Francesco Samà, Cosimo Tedesco, Fabrizio Lorenzo, Gregorio Spanò, in relazione all’associazione mafiosa delitto con rinvio per nuovo giudizio ad altra sezione della corte di appello di Roma.

Invece, per, Bartolomei, Mezinaj, Leoni, Scognamiglio, Alessandri, De Gilio, Menichetti, Gallace, Italiano Paduano, Forte, Tedesco, annullava la medesima sentenza, limitatamente alla ritenuta circostanza aggravante dell’associazione finalizzata al narcotraffico.

A marzo di un anno fa, la Corte d’Appello aveva fatto cadere tutte le contestazioni più gravi, rideterminando le pene che erano diminuite per tutti. Ora, la Cassazione ha ordinato un nuovo processo d’Appello, il terzo.

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A febbraio 2023, invece, il Giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Roma, Roberto Saulino, aveva pronunciato una sentenza che confermava in pieno l’impianto accusatorio avanzato dalla Procura/Direzione Distrettuale Antimafia di Roma in merito al processo scaturito dalla maxi operazione anti ‘ndrangheta che, a febbraio 2022, era culminata in decine di arresti tra Anzio e Nettuno. A tutti e 25 gli imputati che avevano optato per il rito abbreviato erano stati inflitti complessivamente 260 anni di carcere. Una condanna confermata anche in Corte d’Appello e ribaltata a gennaio scorso dalla Cassazione, per poi cadere definitivamente oggi, 24 luglio 2025.

Diversi i reati contestati a vario titolo: associazione mafiosa, associazione finalizzata at traffico internazionale di sostanze stupefacenti aggravata dal metodo mafioso, cessione e detenzione ai fini di spaccio, estorsione aggravata e detenzione illegale di arma da fuoco, fittizia intestazione di beni e attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti aggravato dal metodo mafioso.

Ai vertici di ben due sodalizi legati alla ‘ndrangheta di Santa Cristina d’Aspromonte in provincia di Reggio Calabria e di Guardavalle in provincia di Catanzaro, secondo l’ipotesi della magistratura, sono Giacomo Madaffari, Bruno Gallace e Davide Perronace.

Gli scopi della locale tra Anzio e Nettuno erano molteplici: acquisire la gestione e/o il controllo di attività economiche nei più svariati settori (ad esempio ittico, della panificazione, della gestione e smaltimento dei rifiuti, del movimento terra); commettere delitti contro il patrimonio, contro la vita e l’incolumità individuatecontro la pubblica amministrazione e in materia di armi e stupefacenti; affermare il controllo egemonico sul territorio, realizzato anche attraverso accordi con organizzazioni criminose omologhe e mediante infiltrazioni nelle amministrazioni comunali; infine, di procurarsi ingiuste utilità e controllare la politica alle elezioni 2018 e 2019: tra gli esponenti menzionati anche l’ex Sindaco Candido De Angelis che ha ammesso di conoscere la famiglia del boss Davide Perronace.

A dicembre 2024, invece, il Tribunale di Velletri aveva condannato tutti coloro che invece avevano optato per il rito ordinario. Dopo sei giorni di camera di consiglio, il collegio del Tribunale di Velletri, presieduto dal giudice Silvia Artuso, a latere i colleghi Eleonora Panzironi e Fabrizio Basei, aveva letto il dispositivo nei confronti dei 22 imputati, condannandolo a pene severe, tra cui quella a 28 anni per uno di coloro ritenuto un capo: Giacomo Madaffari. Per quanto riguarda il processo ordinario, si è ancora nella fase dell’Appello.

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