Grande festa per Benito Mastracci, Graziella Nunziata e Luigi Cucchiaro, che rappresentano la seconda ondata migratoria nel borgo agricolo fondato negli anni ’30. Prima la colonizzazione veneta e friulana poi l’arrivo degli agricoltori campani, i ricordi di Cucchiaro scanditi dalle coltivazioni: tabacco, noccioline e zucchine
Una cifra tonda. 90 anni di vita e 90 anni del borgo. È una storia di Palude se vogliamo o di Agro Redento quella che unisce tre novantenni alla storia di Borgo Montenero, nel cuore delle ex Paludi Pontine, l’ultimo borgo di fondazione voluto dal regime fascista negli anni ’30. Infatti, se Borgo Montenero, che ancora oggi ha un nucleo centrale perfettamente conservato nello stile dell’architettura (e della vita sociale) del ‘900, anche quelli che sono stati soprannominati “i leoni dell’Agro Pontino” mantengono la loro verve, andando di pari passo con la storia di una piccola grande comunità, quella agricola alle porte di San Felice Circeo, formata prima da veneti e friulani e poi da una forte immigrazione campana.
Ma andiamo con ordine. Benito Mastracci, Graziella Nunziata e Luigi Cucchiaro rappresentano la storia di questo borgo, oggi comunità estremamente produttiva di ortaggi, soprattutto di zucchine, che di recente ha ottenuto anche la certificazione del marchio europeo, testimoniando la qualità dei prodotti della zona. È stato un momento di grande festa quello che ha visto riunirsi le famiglie Cucchiaro e Lamberti, più altre famiglie, per celebrare i 90 anni dei “leoni” e del Borgo, con massicce presenze di parenti e amici venuti appositamente da Potenza, Cava de’ Tirreni e Pompei oltre che dai vicini comuni pontini. Insomma, una vita scandita dalle stagioni della campagna.
Particolarmente interessante la storia di Luigi Cucchiaro, figura simbolo e anima produttiva dell’Agro Redento. “La vita? È un’avventura. Cosa, altrimenti? Sì, forse anche una scommessa, ma l’esistenza va abbracciata come se fosse un’avventura”.
Luigi Cucchiaro riavvolge il passato come se lo vedesse davanti a sé. Classe 36, nativo di Scafati, appartiene a quella generazione di agricoltori campani che tentò la fortuna, “l’avventura” come ripete spesso, negli anni ‘50 in terra pontina, scegliendo Borgo Montenero come una sorta di terra promessa. Del resto, la scelta era pressoché obbligata, a Scafati si sopravviveva appena, con la nonna che vendeva le caldarroste. Una famiglia modesta, certo, che usciva dalle cicatrici mai bianche della guerra, ma piena d’energia, fiduciosa verso il domani. Così uno zio tenta la carta dell’Agro Pontino, siamo nel 1954, c’è terra, c’è lavoro, c’è pane. “Se avete voglia di lavorare, venite qui” manda come messaggio d’apertura. La famiglia Cucchiaro non aspettava altro, prende la terra in affitto, pascola le vacche “perché la terra è sì sabbiosa ma l’erba cresce velocemente” ricorda Luigi.
Certo, il campo da coltivare è sufficientemente piccolo, la casa – e Luigi al ricordo storce la bocca in una smorfia indecifrabile – lo è ancora di più ma per le esigenze iniziali va bene. “Appena arrivato qui gli occhi si sono riempiti di un mare di terra, una mare di terra da lavorare. Era una specie di Far West” racconta. Il lavoro in campagna è duro, la terra è sabbia, siamo a La Cona, si zappa e si irriga per far crescere noccioline americane e cavoli. La vita è solo lavoro. Lo svago non si sa nemmeno cosa sia, anche perché il rapporto con i sanfeliciani è nullo e con i veneti è pressoché inesistente, ma il lavoro nei campi continua, Luigi e il padre sono sempre mezzadri, coltivano sempre bagigi, ma c’è necessità di una sterzata imprenditoriale, così Luigi, pur scontrandosi con la riottosità del padre, decide di acquistare un motore e duecento metri di tubi per intensificare e distribuire meglio l’irrigazione lungo i campi. Già, il mercato si sta espandendo, non si produce più per un commercio al minuto, Fondi insegna ai coltivatori che si può creare un benessere diffuso col comparto agricolo. “Ma mio padre non era d’accordo.
Finché c’era lui, le decisioni non potevano spettare ad altri” dice. Luigi cozza contro lo scoglio del padre ma anche del suocero, non proprio convinto di acquistare un terreno e allargare i confini delle coltivazioni, ferme al tabacco, magari da convertire in quei cocomeri che negli anni ‘60 dominano i mercati. Ma alla fine questo terreno viene acquistato, il suocero lo compra, anche se poi deve salvaguardarlo a una serie di cavilli che odorano tanto di truffa: sono 11 ettari piantati a ortaggi.
“È un momento fortunato. Ovviamente abbraccio l’avventura e mi sposto fino ai mercati di Roma per piazzare i nostri prodotti. E va bene” sorride Luigi. È l’esplosione del mercato del cocomero, i campani stavolta seducono gli agricoltori veneti a coltivare anche loro lo stesso prodotto. Luigi fa il salto di qualità, riscatta una porzione di terreno, lo acquista, è sulla Migliara 58, finalmente è tutto suo, è il 1970: capisce le potenzialità delle serre, pianta dapprima il tabacco, poi i garofani e infine le zucchine. E al pascolo ci sono sempre le vacche. Ma la vita di Luigi è stata scossa anche da Anna Lamberti, che sposa felicemente finché nasce Francesco, nel 1965, e poi Carlo, oggi soci di una innovativa azienda che fornisce supporto hi-tech a imprese, ovviamente, del comparto agricolo, più Patrizia. “Ah, e la vita? Un’avventura, una fantastica avventura da vivere coltivando la terra” ribadisce Luigi con fierezza.
