Tribunale di Roma
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SEQUESTRO DELL’AVVOCATO: PANTUSA RIMANE IN CARCERE MA PER IL RIESAME NON È MAFIA

in Giudiziaria

Ernesto Pantusa, l’uomo accusato di aver sequestrato ed estorto un avvocato, resta

Pantusa Ernesto
Ernesto Pantusa, pluripregiudicato. Nel 2014, fu coinvolto insieme a un complice in una truffa ai danni di un rivenditore di computer di Campobasso.
La truffa sarebbe consistita sul fatto di dare una garanzia di pagamento al commerciante tramite assegno circolare risultato, però, a seguito di un controllo, rubato il 20 gennaio 2014 presso la filiale bancaria BNL di Napoli insieme ad altri cento assegni in bianco

in carcere ma per il Riesame non si tratta di mafia

Il Tribunale della Libertà di Roma ha escluso l’ipotesi formulata da Procura di Roma e Latina coordinate dalla DDA capitolina: Pantusa rimane ristretto in carcere insieme al co-accusato Salvatore Carleo per sequestro ed estorsione dell’avvocato di Santa Maria Capua Vetere, ma non c’è, secondo i giudici, l’aggravante mafiosa

Il 6 febbraio i militari del Comando Provinciale di Latina, supportati da quelli delle Compagnie Carabinieri di Castel Gandolfo e Tivoli, diedero esecuzione a un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal Gip del Tribunale di Roma, Clementina Forleo, su richiesta della Procura Distrettuale Antimafia di Roma (pm Francesco Minisci) nei confronti di 4 persone, ritenute responsabili, a vario titolo, dei reati di sequestro di persona a scopo di estorsione, in concorso, aggravato dal metodo mafioso, rapina aggravata e lesione personale aggravata. Gli arrestati furono, oltre che a Ernesto Pantusa di Latina e Salvatore Carleo di Roma, Fabrizio Fava, 62enne di Tivoli e Debora Fiorucci 51enne di Sermoneta.

L’aggravante mafiosa derivava dal fatto che i 4, in particolare Fiorucci, avrebbero detto al settantenne avvocato di Santa Maria Capua Vetere che se non avesse firmato le cambiali e le scritture private per un ammontare di circa 110mila euro in loro favore, avrebbero fatto intervenire un esponente della criminalità organizzata di Caserta.

Secondo il giudice Forleo, che ha firmato l’ordinanza di arresto, l’aggravante mafiosa si incardinava in ragione di una sentenza della Cassazione che spiega come sia “sufficiente un richiamo anche implicito per suscitare timore dell’esercizio di note forme di violenza, la cui diffusa conoscenza fonda il potere di intimidazione e di controllo delle organizzazioni criminali e quindi non è necessaria la prova dell’esistenza dell’effettiva appartenenza ad una associazione. Ecco perché l’aver soltanto intimidito l’avvocato casertano prospettandogli l’intervento di un boss di camorra sarebbe stato, secondo il giudice, il motivo dell’aggravamento del metodo mafioso. Tesi non accolta dal collegio del Riesame di Roma.

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