Braccianti sfruttati, processo bis per Antonello Lovato e il padre Renzo Lovato accusati di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro
È ripreso il processo bis che, come noto, vede alla sbarra Antonello Lovato, in carcere e Renzo Lovato, ai domiciliari, difesi dagli avvocati Mario Antinucci, Stefano Perotti e Valerio Righi. I due imputati devono rispondere dell’uso di manodopera costituita da braccianti agricoli in condizioni di irregolarità sul territorio nazionale, sottoponendoli a condizioni di sfruttamento ed approfittando del loro stato di bisogno.
A dicembre scorso, il giudice monocratico del Tribunale di Latina, Clara Trapuzzano Molinaro, ha accolto tutte le parti civili che avevano fatto richiesta nella scorsa udienza del 19 novembre. Accolti gli enti pubblici e accolti i famigliari, i lavoratori e la compagna Soni Soni perché, a parere del giudice, diversamente da quanto sollevato dalla difesa, possono comprendere la lingua italiana. Non sono fondate neanche le eccezioni mosse dalla difesa rispetto a un presunto “ne bis in idem” dovuto alla compresenza delle stesse parti civili nell’altro processo che vede alla sbarra Antonello Lovato per omicidio doloso.
Parti civili: Comune di Latina e Cisterna assistiti rispettivamente dagli avvocati Cinzia Mentullo e Maria Belli, i sindacati Flai Cgil e Cgil Frosinone Latina, difesi dagli avvocati Andrea Ronchi e Massimo Di Celmo, oltreché a quattro vittime dei Lovato, tra cui la moglie di Satnam, Soni Soni, e i famigliari del defunto 31enne bracciante indiano, rispettivamente assistiti dagli avvocati Roberto Maiorana e Giuseppe Versaci. A costituirsi parte civile anche la Regione del Lazio, tramite gli avvocati Carlo D’Amata e Lisa Angarano.
Lo scorso gennaio, il pubblico ministero Marina Marra ha esaminato i Carabinieri che hanno svolto gli approfondimenti sull’azienda di Lovato in seguito al decesso di Satnam Singh avvenuto a giugno 2024. Come noto, Antonello Lovato è tuttora a giudizio nel processo principale in cui deve rispondere dell’omicidio doloso del 31enne bracciante indiano, Satnam Singh.
Oggi, 11 marzo, in una udienza fiume durata quattro ore e mezza, è stato ascoltato, con l’auto dell’interprete Kumar Ramesh, uno degli indiani sfruttati nell’azienda Lovato e tra i testimoni chiamati dalla pubblica accusa. A esaminarlo i pubblici ministeri Luigia Spinelli e Marina Marra. Il bracciante ha spiegato di essere venuto in Italia nel 2023, tramite un suo amico che aveva presentato la richiesta con il decreto flussi.
Il 20e giugno 2024, l’uomo fu ascoltato dai Carabinieri a seguito della morte di Satnam Singh. Il 17 giugno di quell’anno – il giorno del ferimento mortale di Satnam Singh – l’uomo si trovava sui campi a lavorare raccogliendo zucchine, dopodiché si sono spostati in un’altra azienda. L’uomo ha dichiarato che le mansioni sul luogo di lavoro le forniva Renzo Lovato. Il bracciante lavorava a Borgo Sabotino insieme a Satnam, la moglie e altri immigrati e anche in un altro luogo dove ci voleva un quarto d’ora per arrivarci tramite bicicletta. Si tratta di Strada del Passo, a Borgo Santa Maria, il luogo dove si è ferito Satnam, sebbene l’uomo non ricordi il nome della via.
La mattina di quel 17 giugno 2024, l’uomo si svegliò alle ore 5 per andare a lavorare e si recò sul luogo di lavoro insieme a Satnam Singh, Soni Soni e un altro connazionale. Ad accoglierli c’era Renzo che, come detto, diceva ai braccianti cosa dovevano fare sui campi: furono divisi in due gruppi di lavoro di cui facevano parte due ragazzi rumeni. I braccianti dalle ore 6 alle ore 11,30 raccolsero zucchine e fiori di zucca, dopodiché si spostarono nell’altro campo di lavoro per raccogliere i cocomeri.
“Quando io e il gruppo di lavoro ci spostavamo sul campo per raccogliere i cocomeri, trovavamo un’altra persona anziana, che penso essere il fratello di Renzo”, ha riferito il testimone. Il giorno del 17 giugno, come sempre, pranzarono tutti insieme, compreso Satnam Singh: “Per mangiare non c’erano sedie e tavoli. Dipendeva da dove lavoravano e in base a quello decidevano a mangiare se dentro i capannoni o nei campi”. L’autorizzazione per dove mangiare era data dallo stesso Satnam Singh, considerato il mediatore tra i lavoratori e i datori di lavoro: “Non lo so se Satnam chiedeva il permesso ai proprietari”. La pausa pranzo durava generalmente un’ora.
Il 17 giugno, il testimone ricorda di essere stato contattato da uno dei connazionali che gli disse del ferimento di Satnam Singh: “Mentre tornava a casa – spiegava il testimone nel verbale reso ai Carabinieri – vidi un furgone che stava andando a folle velocità”. Oggi, 11 marzo, il testimone però “non ricordo se fosse Antonello Lovato a guidare”. Anzi, in realtà, il testimone non ricorda di preciso se ci fosse un uomo di nome Antonello nell’azienda: “Erano Renzo Lovato e Satnam Singh i nostri punti di riferimento, poi c’erano gli altri famigliari di cui non ricordo il nome. Forse c’era anche un uomo che era il figlio di Renzo”.
L’uomo è stato interrogato anche sulla circostanza del ferimento di Satnam quando il bracciante si trovava casa dove era ospitato, in Via Genova a Castelverde (Cisterna): “Lo vidi senza che fosse cosciente e respirava a fatica. Il suo braccio era staccato e si trovava in una cassetta di plastica fuori dal cancello di casa”.
Dopo una prima parte d’esame concentrata sulle fasi di quel giorno, il 17 giugno, il testimone ha risposto alle domande sul lavoro all’interno dell’azienda dei Lovato. Il tramite per lavorare sui campi dei Lovato era stato Satnam: “Non avevo contratto di lavoro e non avevo permesso di soggiorno”. Fu proprio Satnam a portarlo in azienda, dopodiché ci fu un colloquio di lavoro. “Parlavamo sempre tramite Satnam e ci disse che ci avrebbero dato 5,50 euro all’ora per lavorare sui campi”.
Il lavoro iniziava alle ore 5,30/6 del mattino, per poi staccare alle ore 16-17 del pomeriggio: “Seminavamo piante oppure raccoglievamo gli ortaggi. Prima lavoravamo in un’azienda e poi in quell’altra”. Vicino ai terreno dove lavoravano, era ubicata anche l’abitazione dei titolari. Se i braccianti avevano bisogno di andare al bagno, non vi erano strutture: “Andavamo in mezzo ai campi e non avevamo a disposizione neanche la carta igienica”. Per quanto riguarda cibo e acqua: “Ci portavamo noi sul luogo di lavoro tutto quello che era necessario”.
I braccianti, come conferma il testimone, lavoravano sei giorni su sette. Quando si lavorava di domenica, la paga era sempre di 5,50 euro all’ora. “Per lavorare, i titolare non ci consegnavano nessun abbigliamento idoneo per i campi. Mai nessun addetto alla sicurezza ci è stato presentato. Fu Renzo a pagarmi 200 euro, ma c’erano ancora dei soldi che doveva darmi. Era Satnam a prendere nota di chi lavorava, per poi rendere noto ai datori”. Il testimone, come da denuncia presentata ai Carabinieri, lavorò 68 ore tra il 6 e il 17 giugno ed era Satnam Singh a scrivere le ore lavorate dei vari colleghi.
Nel corso del controesame, svolto dagli avvocati difensori, è stato toccato più volte il tema della “paura” che il testimone avrebbe avuto. Paura derivante da possibili ritorsioni per via delle dichiarazioni di denuncia fatte in relazione ai Lovato e al caporalato nei campi pontini. Il testimone fu ascoltato a giugno e agosto 2024. Dopo diverse sollecitazioni da parte del Tribunale, alla fine il testimone ammette: “Sì in quell’estate, dopo la morte di Satnam, avevo paura”.
Ad ogni modo, la difesa ha chiesto la trasmissione degli atti in Procura di Latina in quanto il testimone avrebbe offerto dichiarazioni difformi nella prima testimonianza di giugno 2024 e nella seconda testimonianza di agosto. La tesi è che il bracciante abbia commesso il reato di falsa testimonianza.
Il processo riprende il prossimo 25 marzo e il prossimo 8 aprile con l’escussione degli altri braccianti indiani, in qualità di testimoni.
DI COSA DI PARLA – Si tratta del secondo filone di indagine derivante da quella per la tragedia di Satnam Singh che, dopo aver perso il braccio, fu scaricato da Antonello Lovato davanti casa come un pacco, per poi morire due giorni dopo al San Camillo di Roma. Per questa vicenda, come noto, Lovato è a processo per omicidio doloso. Invece, a gennaio scorso, arrivò un’altra ordinanza di custodia cautelare in carcere per Antonello Lovato e il padre Renzo, poi alleviata solo per quest’ultimo dal Riesame in arresti domiciliari. L’accusa era quella di sfruttamento del lavoro emerso negli approfondimenti dei Carabinieri che, indagando sulla morte di Satnam, misero in luce, coordinati dal sostituto procuratore Marina Marra, un quadro ritenuto illecito.
Secondo l’accusa, facevano lavorare in nero gli immigrati, Antonello e Renzo Lovato, che nell’azienda del primo – una ditta individuale, gestita di fatto dal padre – impiegavano almeno sette braccianti in nero, tra cui la moglie di Satnam Singh, Soni Soni. È questa, in estrema sintesi, il perno centrale delle accuse che avevano portato al secondo arresto di Antonello Lovato (39 anni), da luglio 2024 in carcere e imputato nel processo per l’omicidio doloso di Satnam Singh (riprenderà il prossimo dicembre), e del padre Renzo Lovato (64 anni), già indagato nella maxi indagine per caporalato denominata “Jamuna”.
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Padre e figlio, in base all’inchiesta del pubblico ministero Marina Marra, sono ritenuti, in concorso tra loro, presunti responsabili di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro pluriaggravata, per avere utilizzato manodopera costituita dai braccianti agricoli in condizioni di irregolarità sul territorio nazionale, ossia privi di permesso di soggiorno, tra cui il predetto Satnam Singh, a condizioni di sfruttamento ed approfittando del loro stato di bisogno. Renzo Lovato era stato prelevato in Strada del Passo, dove vive, e portato nel carcere di Via Aspromonte.
L’attività investigativa è stata condotta dai Carabinieri del Nucleo Radiomobile di Latina, guidati dal tenente Massimo Ienco, in collaborazione con i militari del locale Nucleo Ispettorato del Lavoro Carabinieri e delle Stazioni di Borgo Podgora e Borgo Sabotino, a partire dal 17 giugno 2024, giorno del grave infortunio occorso a Satnam Singh, poi deceduto.
L’indagine è stata portata avanti anche mediante un’accurata analisi delle utenze telefoniche e dei social in uso ai lavoratori irregolari trovati sui campi al momento del predetto infortunio, nonché grazie al contributo dichiarativo offerto da quattro lavoratori irregolari, che su richiesta del Comando Compagnia Carabinieri di Latina, hanno ottenuto il permesso di soggiorno per “casi speciali”.
Le testimonianze, su cui si fonda l’inchiesta, hanno consentito di delineare il grave quadro indiziario nei confronti degli indagati.
La prima ad essere ascoltata dagli inquirenti in merito allo sfruttamento lavorativo è stata Soni Soni, la compagna di Satnam, parte civile nel processo per omicidio doloso. La donna aveva raccontato di come erano arrivati in Italia con Satnam, passando per Croazia, tra carta Visa e permessi provvisori.
Prima di arrivare a Latina, la coppia era arrivata nel nord Italia, tra Trieste e Milano, per poi arrivare a Cancello Arnone (Caserta) dietro il pagamento di 800 euro a un indiano. Nel casertano, Satnam lavorava in un’azienda agricola con allevamento bufale dalle ore 2,30 alle 12,30, per poi riattaccare alle 15 e finire alle ore 20. 800 euro al mese, mentre per Soni Soni i soldi ammontavano a 700 euro pur lavorando le stesse ore. È a luglio 2022 che i due decisero di spostarsi a Latina: “Lavoro meno fatico e retribuzione più alta”. Dopo un mese, entrambi iniziarono a lavorare per i Lovato.
Le mansioni erano quelle dei contadini: taglio dell’insalata in inverno e raccolta di meloni e cocomeri, più zucchine, in primavera, senza contare il taglio ortaggi e frutta. E la paga? La paga era di 5 euro e 50 centesimi l’ora, successivamente nel 2024 6 euro all’ora per 8/9 ore al giorno d’estate e a primavera, compresa la domenica fino a mezzogiorno. La paga in nero, appuntata in un quaderno tenuto da Lovato junior su un quaderno.
Le testimonianze di chi lavorava dai Lovato sono state tutte dello stesso tenore e confermavano il quadro delineato dagli inquirenti. Uno dei lavoratori indiani spiegava: “Da quando è successo l’incidente di Satnam non vado più a lavorare per paura che possa accadere anche a me. Il giorno dell’incidente ero presente a lavoro un azienda e ho sentito le urla di dolore di Singh mentre accadeva il fatto. Non ho assistito all’incidente ma mi è stato riferito da altri connazionali che lavoravano con me quel giorno”.
Tutti i lavoratori ascoltati dai Carabinieri avevano confermato l’assenza di misure di sicurezza, senza contare che nessuno di loro, dopo la morte di Satnam, aveva operato più presso l’azienda di Antonello e Renzo Lovato che veniva chiamato “Capo”. Nessuno di loro aveva documenti regolari per il permesso di soggiorno e le condizioni igieniche erano oltre i limiti sul luogo di lavoro. Uno dei testimoni aveva spiegato agli inquirenti: “Nei campi non vi erano servizi igienici e, in caso di bisogno, ci portavamo nei pressi di qualche albero, mentre all’ingresso dell’azienda trovavamo quelli come una cabina in plastica. L’acqua da bere la portavo io da casa, mentre sul posto vi era quella non da bere che usavamo per sciacquarci le mani“. E la salute: “Mai visto un medico di azienda”.
