Ristoro nucleare: primo passaggio in favore del Comune di Latina in sede di Corte d’Appello dove il Ministero ha impugnato la sentenza di primo grado
È dell’ottobre 2023 la sentenza del Tribunale civile di Roma che ha dato ragione al Comune di Latina sull’annosa questione del ristoro dovuto al capoluogo per via della maxi-servitù della centrale nucleare di Borgo Sabotino. Il Tribunale ha riconosciuto il risarcimento e il danno al Comune di Latina, calcolandolo in ben 27 milioni di euro per tredici anni, dal 2005 al 2008.
Dall’amministrazione comunale di centrodestra è sempre fltrata molta cautela in quanto ben si sapeva, non senza un certo imbarazzo, che il Governo Meloni, tramite, l’avvocatura di Stato, avrebbe impugnato la sentenza in Corte d’Appello. Evento che poi si è puntualmente verificato, con tanto di critiche da parte dell’opposizione locale e le risposte della maggioranza.
Un pronunciamento opposto a quello del primo grado civile farebbe ripiombare la situazione a dove Latina è stata tuttora, praticamente a bocca quasi asciutta, nel quadro di una storia molto complessa. Sono stati la presidenza del Consiglio dei Ministri, il Ministero delle Finanze e il Cipees (Comitato interministeriale programmazione economica e sviluppo sostenibile) a impugnare, assistiti dall’avvocatura di Stato, a ricorrere in Appello e chiedere la sospensione del provvedimento e la ragione nel merito. L’obiettivo è quello di annullare ciò che il Tribunale capitolino ha stabilito in riferimento alla centrale di Borgo Sabotino: “Pagamento in solido in favore del Comune della complessiva somma di euro 27.363 oltre interessi legali dalle singole scadenze al saldo, per il periodo dal 2005 al 2018, nonché per le annualità maturate nelle more del presente giudizio fino alla data della presente sentenza”.
“Va evidenziato che le somme al cui pagamento sono state condannate le amministrazioni appellanti – specifica nel ricorso l’Avvocatura di Stato – hanno un valore complessivo superiore ai 27 milioni di euro oltre agli interessi correnti delle singole annualità. Si tratta di un esborso di denaro proveniente dalle casse pubbliche indubbiamente ingente comportante un’esosa ed esorbitante spesa a carico dell’intera collettività a danno della quale dall’esecuzione della sentenza può derivare un concreto pregiudizio grave e irreparabile anche in relazione alla rilevante possibilità di insolvenza del Comune in caso di riforma della sentenza con conseguente obbligo di restituzione di quanto in ipotesi fosse erogato”.
La prima udienza davanti alla Corte di appello di Roma c’è stata lo scorso 10 settembre. In ballo la sospensione dell’erogazione dei 27 milioni di euro. Una sospensione non accordata, il che certifica un primo round a favore del Comune di Latina. Il problema è che ci vorranno un paio di anni prima che la Corte d’Appello si esprima nel merito nel ricorso.
La storia del ricorso è molto articolata. A novembre 2020, è stata una delibera approvata dalla Giunta Coletta a promuovere l’azione giudiziale nei confronti della Presidenza del Consiglio dei Ministri, del Ministero dell’Economia e delle Finanza e del CIPE, al fine di ottenere i cosiddetti ristori, in ragione del pluricitato Decreto Legge “Scanzano” n. 314 del 2003 poi convertito nella legge n. 368 dello stesso anno, ossia la legge che che prevede il risarcimento economico per i Comuni che hanno ospitato sul proprio territorio una centrale nucleare (ad oggi in dismissione).
Il contributo è finalizzato alla riduzione del carico ambientale che, per anni, Latina, e non solo, ha sopportato con la Centrale di Borgo Sabotino, gestita ad oggi dalla Sogin Spa. Il Comune ha affidato l’azione giudiziaria all’Avvocato Francesco Cavalcanti dell’avvocatura comunale a tutela degli interessi della collettività.
Già nell’ottobre 2016, per la Centrale nucleare in dismissione o deposito di rifiuti radioattivi, che dir si voglia, – sebbene si sia, a distanza di anni, in attesa dell’ancora fantomatico deposito nazionale – l’allora Sindaco Coletta rivolse formale intimazione, diffida e messa in mora nei confronti di Presidenza del Consiglio, Mef e Cipe affinché fosse assegnata al Comune di Latina la corresponsione compensativa – in concreto: i soldi – a partire dal primo gennaio 2005.
Una diffida che si è rivelata una scelta errata dal momento che non si è avuto alcun riscontro, mentre gli altri Comuni, gravati di servitù nucleare, come Minturno, Piacenza e gli altri ottenevano giustizia nelle aule di Tribunale.
Un contributo importante che, inizialmente previsto nella misura del 100% a favore degli enti locali, fu ridotto a decorrere dal 2005 al solo 30%. E, infine, tramite ulteriore sentenza del 2016, ripristinato al 100%. Latina, come noto, fu esclusa da quella battaglia perché nel 2007, anno in cui fu avviata la causa tutte le amministrazioni politiche e commissariali non intesero partecipare e, pertanto, la pronuncia di I grado del luglio 2016 non vide il Comune pontino attore.
Lo Stato, infatti, avrebbe dovuto versare al Comune svariati milioni di euro per via della ex centrale nucleare di Borgo Sabotino. Delle somme previste, come noto, dal 2005 in poi era arrivato solo il 30% in ragione del taglio succitato deciso dall’allora Governo di centrodestra.
A giugno 2020, inoltre, la Corte d’Appello di Roma confermò la sentenza di I grado del 2016, dando ragione agli 8 Comuni che avevano portato in Tribunale la Presidenza del Consiglio dei Ministri. Per il 2017, ultimo anno per il quale il Cipe ha deliberato gli importi, lo stanziamento per la Centrale di Borgo Sabotino è stato di poco più di un milione e 744mila euro. Una cifra che se fosse calcolata così come per gli altri Comuni che hanno vinto le cause sarebbe molto più cospicua: oltre 5 milioni e 815mila da dividere tra Latina, Cisterna e Nettuno, comuni su cui è gravato il carico del nucleare, più la Provincia di Latina.
In un comunicato, l’amministrazione Coletta aveva ribadito che la scelta di aspettare il secondo grado di giudizio era stata un’attesa calcolata.
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Successivamente, con la delibera con cui il Comune ha tentato la carta della causa, mettendo da parte la via stragiudiziale – quella intentata con l’inutile diffida del 2016 – per avere ciò che spetta ai cittadini i quali, oltre a una centrale nucleare, hanno dovuto sopportare per quasi 50 anni un’altra immensa servitù: Borgo Montello, la quarta discarica d’Italia, non lontano dal complesso nucleare.
Nell’ottobre di due anni fa, la vittoria in primo grado: 27 milioni di euro che fanno comodo, di cui, però, il Comune, al momento, non ha ancora visto un centesimo.