QUEL CHE RIMANE DI DON CESARE BOSCHIN, TRA “CHI L’HA VISTO” E UNA GIUSTIZIA IMPOSSIBILE

Nel breve video che pubblichiamo, facente parte il documentario di Patrizia Santangeli, vi sono alcuni frammenti della vicenda di Don Cesare Boschin, barbaramente ucciso il 29 marzo 1995.
Solo un paio di mesi fa, il 2 aprile, a Borgo Montello è venuta anche una troupe di Chi l’ha visto, il celebre programma televisivo in onda su RaiTre. Un servizio video che ancora non è andato in onda

La morte del parroco rappresenta il cold case (delitto irrisolto) più conosciuto dell’Agro Pontino, sopratutto in ragione del fatto che ad addensarsi da sempre sull’omicidio c’è l’ombra della camorra e dei suoi interessi che, all’epoca, aveva sugli invasi della Discarica di Borgo Montello.

La relazione della Commissione Ecomafie rilasciata dal Parlamento a dicembre del 2017 ripercorse le prime fasi delle indagini che susseguirono la morte di Don Cesare. Di seguito il breve stralcio che costituisce un documento preciso su ciò che fu il dramma e i conseguenti punti interrogativi cui, a distanza di 24 anni, non è stata data risposta.

Omicidio di Don Cesare Boschin
Il corpo di Don Cesare Boschin

Don Cesare Boschin venne ritrovato cadavere verso le ore 9 del 30 marzo 1995 da Franca Rosato, sua assistente. Era sdraiato sul suo letto con le mani legate da nastro adesivo, un giro di nastro adesivo lento attorno al collo (probabilmente sceso dalla bocca) e un asciugamano annodato attorno ad un gamba. In sede di ricognizione del cadavere venne ritrovata la dentiera tra la gola e l’esofago, facendo ipotizzare la morte per asfissia.

L’allora procuratore della Repubblica di Latina delegò per le indagini il pubblico ministero Barbara Callari. Il 21 ottobre 1995, dopo alcuni mesi di indagini il pubblico ministero chiese l’archiviazione; il fascicolo risulta archiviato dal Gip il 22 dicembre 1995.

Due mesi dopo, il 20 febbraio 1996, viene segnalata al pubblico ministero l’opportunità di chiedere la riapertura indagini con informativa a firma del comandante del NORM Carabinieri di Latina. Un’ulteriore informativa della Squadra mobile di Latina, del 22 febbraio 1996, è inviata alla procura con analoga richiesta di apertura delle indagini.

Il 1° marzo 1996 il pubblico ministero chiede al Gip la riapertura della indagini. Il 2 maggio 1996 vengono iscritti nel registro degli indagati un sacerdote di nazionalità colombiana e un cittadino polacco. L’8 luglio 1996 il procuratore Francesco Lazzaro assegna il fascicolo al pubblio ministero Pietro Allotta, che il 2 novembre 1999 chiede l’archiviazione del procedimento, accolta il 9 gennaio 2001 dal giudice per le indagini preliminari. Nessun ulteriore elemento a carico dei due indagati era stato acquisito.

Nella prima fase delle indagini (30 marzo 1995 – 21 ottobre 1995) i Carabinieri seguirono esclusivamente la pista del delitto derivato da un tentativo di rapina o da contrasti economici (era stata individuata l’ipotesi di prestiti effettuati dal parroco). Vennero ascoltati a sommarie informazioni diversi abitanti della zona, alcuni soggetti tossicodipendenti o conosciuti per reati minori. Non venne iscritto nessuno nel registro degli indagati. Particolarmente attivo in questa fase era il maresciallo della stazione carabinieri di Borgo Pogdora, Antonio Menchella.

Don Boschin
Don Boschin

Nella seconda fase d’indagini (dal febbraio 1996) l’attenzione investigativa si concentrò su un cittadino polacco senza fissa dimora, che aveva abbandonato la zona di Latina il 30 marzo 1995, nelle prime ore della mattina e su un sacerdote colombiano, legato a don Boschin da stretti rapporti, pare anche di natura economica (avrebbe ricevuto un prestito dall’anziano parroco), ritenuto inizialmente legato ad una famiglia di narcotrafficanti di Medellin (ipotesi poi caduta a seguito di specifica ricerca informativa, che diede risultato negativo). Anche queste due ipotesi si rivelarono inconsistenti e non supportate da indizi.

Per quanto riguarda il movente è da notare che nulla di valore venne sottratto al parroco: al polso aveva un orologio, nel portafogli circa 600 mila lire e altri oggetti (anche preziosi) nella canonica. L’ipotesi, dunque, di un omicidio come conseguenza di una rapina sembra non avere nessun fondamento negli elementi oggettivi desumibili dagli atti delle indagini; dai quali non emergono particolari approfondimenti rispetto ad altre ipotesi investigative.

Rispetto al possibile legame dell’omicidio Boschin con la discarica di Borgo Montello nel fascicolo sono reperibili pochi elementi. Il principale riguarda la deposizione di un agricoltore residente nella zona, ex seminarista, vicino a don Cesare Boschin, Claudio Gatto, che dichiarò agli investigatori: “Ricordo infatti che una volta, circa sei-sette anni fa, don Cesare, nel narrarmi di persone dirigenti della discarica che si erano resi disponibili alla riparazione del tetto della chiesa, probabilmente per accattivarsi la sua simpatia in considerazione che la discarica non era e non è ben vista dagli abitanti del luogo e da don Cesare in particolare, questi rispose che ‘con i soldi miei la chiesa posso rifarla dalla prima pietra’”. Lo stesso Gatto il 29 aprile 1995 dichiara al pubblico ministero:

Borgo Montello - discarica vista dall'alto
Borgo Montello – discarica vista dall’alto

“ADR: Confermo quanto dichiarato ai CC; voglio precisare che la figura di don Cesare – che negli ultimi due anni effettivamente si era ritirato quasi completamente a vita privata – conservava comunque una grande importanza nel borgo; ciò in quanto da una parte costituiva la memoria vivente della popolazione del borgo e dall’altra negli anni passati aveva di fatto partecipato alla vita del luogo; intendo riferirmi in particolare alle vicende che hanno riguardato la discarica negli anni passati ed attualmente la realizzazione dell’inceneritore.

ADR: In proposito posso aggiungere che negli anni passati don Cesare aveva manifestato chiaramente la sua opposizione alla realizzazione della discarica in ciò sostenendo quel comitato di cittadini che io con altri del borgo avevamo fondato; in particolare mi riferisco al comitato per la tutela ambientale del quale io faccio parte così come Solazzi Loreto, Menegatti Rolando Favoriti Vittorio – attuale presidente della circoscrizione – Gomiero Valerio, Paolo Bortoletto e svariati altri”.

Queste dichiarazioni non vennero, però, approfondite nel corso delle indagini. E’ anche vero che altri abitanti del luogo affermarono la sostanziale estraneità di don Cesare Boschin alle attività del comitati antidiscarica. In tempi più recenti Gatto ha ulteriormente rafforzato le sue dichiarazioni in diversi articoli di stampa.

Gli investigatori esclusero completamente anche la pista della criminalità organizzata.

Carmine Schiavone
Carmine Schiavone, il primo pentito del Clan dei Casalesi

Michele Coppola – residente all’epoca dei fatti a Borgo Montello, a ridosso della discarica – non è stato mai interessato dalle indagini, pur essendo già all’epoca un soggetto molto conosciuto nella zona ed essendo nota alla polizia giudiziaria la detenzione di diverse armi da fuoco (fatto registrato, come già detto, nelle banche dati delle forze di polizia fin dagli anni ’80). Anche il successivo arresto di Coppola nell’ambito dell’inchiesta sul clan dei casalesi “Spartacus” (avvenuto il 5 dicembre 1995) non spinse gli inquirenti ad approfondire un eventuale coinvolgimento del clan nell’omicidio. Nulla è accaduto neanche dopo le dichiarazioni di Carmine Schiavone del marzo 1996, davanti a quelle stesse forze di polizia delegate alle indagini.

L’inchiesta appare per alcuni aspetti lacunosa. Nel fascicolo non sono presenti attività tecniche o analisi di tabulati telefonici (ad esempio una analisi del traffico telefonico di don Cesare Boschin avrebbe potuto fornire indicazioni importanti) e le indicazioni, anche se parziali, fornite da alcuni testimoni su una eventuale pista investigativa riconducibile ai traffici illeciti di rifiuti non venne seguita fino in fondo. 

A distanza di oltre due decenni dai fatti appare oggi difficile riuscire a ricostruire gli eventi. La figura di don Cesare Boschin, in ogni caso, è nel tempo divenuta una icona della lotta alla criminalità mafiosa. Dunque sarebbe in ogni caso auspicabile riconsiderare quelle indagini, chiuse dall’autorità giudiziaria, per tentare di ricostruire almeno il contesto, ascoltando anche i tanti collaboratori di giustizia che hanno già illustrato fatti relativi al sud del Lazio.

Nel 2016, Stefano Maccioni, l’avvocato della famiglia Boschin, riesce insieme a Luciano Boschin (nipote del parroco) a far riaprire il caso, con nuovi elementi come le tracce sul nastro adesivo usato dal killer, le macchie di sangue su un asciugamano (quando due mesi fa Chi l’ha visto è venuto a Borgo Montello, ha esibito delle foto di un asciugamano con un Pierrot disegnato sopra che sarebbe appartenuto a Boschin) e il momento del decesso (che andrebbe spostato indietro di alcune ore). Questi aspetti inducono la procura di Latina ad accogliere l’istanza del legale, ma dopo le prime fasi di indagini, la Pm Dott.ssa Simona Gentile della Procura della Repubblica di Latina chiede l’archiviazione.

 

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