PROCESSO ALBA PONTINA: L’AVVOCATO ESTORTO E LA PAURA DI PRONUNCIARE IL NOME “DI SILVIO”

Campo Boario, il quartier generale dei Di Silvio
Campo Boario, il quartier generale dei Di Silvio

Processo Alba Pontina: ascoltato un avvocato vittima di estorsione, fu taglieggiato da Agostino Riccardo. Molti i non ricordo e non riconosce nelle foto nessun Di Silvio

Proseguono gli arresti in terra pontina. Giorni pieni, iniziati con la contestazione mafiosa al Clan Travali e proseguiti con la chiusura di un delitto irrisolto: l’omicidio mafioso di Massimo Moro, avvenuto 11 anni fa, il primo di una lunga scia di sangue nell’ambito nel cosiddetta guerra criminale pontina.

Eppure, dopo le indagini e gli arresti, e commenti di tutti a cercare di capire se Latina sia ancora stretta tra Clan mafiosi che se la contendono, l’escussione in Aula di un avvocato di origine campana che nel 2016 fu estorto dall’attuale collaboratore di giustizia Agostino Riccardo vale più di qualsiasi pensosa analisi socio-mafiologica.

Gianfranco Mastracci
Gianfranco Mastracci

L’avvocato, che a quanto pare non esercita più la professione, è stato interrogato dal collegio difensivo, chiamato a raccontare la sua vicenda. Una storia tremenda, accaduta a Latina e iniziata con un’aggressione che lo stesso avvocato avrebbe subito da Gianfranco Mastracci, pregiudicato, legato ai Travali, gravitante nella zona di Latina Scalo e già condannato in Appello nel troncone romano del processo Alba Pontina. Dopo l’aggressione, il legale, impaurito da un soggetto oggettivamente violento, chiede la protezione di Agostino Riccardo e Renato Pugliese, e da lì, per lui, inizia un incubo che porterà l’avvocato a trasferirsi prima a Roma e poi persino fuori dal Paese.

Interrogato quest’oggi, nell’udienza del processo di mafia che vede alla sbarra Armando “Lallà” Di Silvio, la moglie, le figlie e alcuni congiunti (più Tiziano Cesari), l’avvocato ha risposto visibilmente nervoso, emotivamente provato, per di più davanti ad alcuni componenti della famiglia nomade presenti in Aula tra cui anche Federico Arcieri (imputato) e “Gianni” Di Silvio, rispettivamente cognato e fratello del boss di Via Muzio Scevola. Molti i non ricordo e un particolare che non può passare inosservato: nell’album fotografico che gli è stato sottoposto, l’avvocato ha riconosciuto solo i due pentiti Renato Pugliese e Agostino Riccardo.

Agostino Riccardo
Agostino Riccardo

Alle domande della Procura su chi fosse il padre di Renato Pugliese, l’avvocato non riusciva proprio a rispondere e, solo dopo essere stato incalzato dal pm, ha pronunciato le due parole che, arresti o non, ancora incutono timore a Latina e provincia: “Di Silvio”.

Uno spaccato minimo quest’udienza che, però, restituisce il clima a cui si erano ridotti a vivere persino professionisti come il legale escusso quest’oggi. “Ho commesso un errore a fidarmi” – ha detto l’avvocato che aveva accettato di seguire la pratica di un sinistro a carico di un cittadino rumeno portata a lui da Agostino Riccardo. Solo che l’ex affiliato al Clan Di Silvio voleva la sua “ricompensa” e non ha mollato l’osso arrivando anche a presentarsi a casa dell’estorto e al suo studio legale tanto da pretendere di telefonare da lì all’avvocato estorto, in quel momento assente dal lavoro. Tutta la famiglia del legale precipitò in uno stato d’ansia e i soldi, alla fine, furono spediti tramite bonifico, con l’aiuto della sorella del legale.

Il professionista di oggi, infatti, ha subito un’estorsione da circa 500 euro ma a più riprese e con metodi che spiegano bene cosa significhi cadere nella rete della malavita: una, due, tre, quattro richieste fino a che non le ricordi neanche più tanta è la paura di un soggetto come Riccardo che all’epoca – e su questo l’avvocato ha risposto confusamente e senza ammetterlo – era legato al Clan Di Silvio di Campo Boario dopo essere stato un affiliato del Clan Travali. “Sto da venticinque anni sulla strada“, diceva Riccardo all’avvocato in una intercettazione captata dagli investigatori al momento delle indagini.

Via Muzio Scevola, Campo Boario
In Via Muzio Scevola (nella foto), c’era il quartier generale dei balordi di Campo Boario. Qui, la famigghia e i sottopanza (gli affiliati) si vedevano per progettare estorsioni e traffico di droga. La stessa casa di Lallà nella via era adibita a centro di spaccio dove si recavano, giorno e notte, i consumatori

E quando l’avvocato non ce la faceva più e non poteva più pagare, Riccardo sbottava: “Tu sei un truffatore e mi devi dare i soldi…e se non mi dai i soldi, io ti vengo a cercare per tutta Latina…puoi andare pure alla Questura e ai Carabinieri…io ti vengo a cercare dentro la Questura e dai carabinieri perché io mi chiamo Riccardo Agostino e non sono l’ ultimo arrivato…hai capito che non sono l’ultimo arrivato io? Io non sono l’ultimo arrivato.. io non so come questi quattro drogatelli con cui te la fai tu…io sono una persona educata…io sono 25 anni che sto in mezzo alla strada…Io sono 25 anni che sono in mezzo alla strada…io non sono l’ultimo arrivato…io metto il cazzo in bocca a te e a tutta la…e tutta la razza tua…degli amici tuoi…i parenti tuoi…io non ho problemi con nessuno…io ti vengo a prendere fino a Napoli…io non ho problemi con nessuno…io voglio i soldi miei…né di più, né di meno…per le truffe e le tarantelle che fai tu…perché tu sei solo un truffatore“.

Dietro il carico di queste minacce l’affiliazione ai clan malavitosi, solo che oggi, come detto, l’avvocato ha detto di non ricordarsi di nessun Di Silvio: lui conosceva, di vista, solo Pugliese e Riccardo.

Prossimo udienza: 23 marzo.

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