Tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso nel noto ristorante di Latina “Giovannino”: domiciliari per Antonio Fusco detto “Zì Marcello”
Il terzo collegio del Tribunale di Latina, composto dai giudici La Rosa-Mongillo-Ciccone, ha concesso la misura meno afflittiva dei domiciliari, ripetto al carcere, per Antonio Fusco detto Zi’ Marcello, imputato insieme a Mirella Salvadori, nel processo per tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso, ai danni dei gestori del ristorante “Giovannino” in amministrazione giudiziaria perché rientrante in una costola del maxi procedimento antimafia denominata “Assedio” (l’operazione che ha portato allo scioglimento per mafia del Comune di Aprilia).
La misura, su istanza degli avvocati difensori Pasquale Cardillo Cupo e Leonardo Palombi, è stata accolta dal Tribunale di Latina all’esito dell’ultima udienza del processo che si è svolta lo scorso 11 settembre quando hanno testimoniato lo chef e una dipendente del locale “Giovannino”, i quali hanno raccontato delle pressioni subite da Salvadori e Fusco per indurli a mettersi in malattia così da lasciare in difficoltà il noto ristorante sul lungomare di Latina.
Secondo il Tribunale, il quadro cautealre si è affievolito “in considerazione dello stato del procedimento, essendo state sentite le persone offese e l’amministratore giudiziario, con conseguente cessazione del pericolo di inquinamento probatorio”. Al momento, “permane il solo pericolo di reiterazione del reato, che può essere adeguatamente garantito con la più gradata misura degli arresti domiciliari”.
Tuttavia, motivano i giudici che lasciano ai domiciliari Fusco, il pericolo di reiterazione del reato resta “in ragione della personalità dell’imputato, soggetto a cui è contestata la vicinanza al cosiddetto “clan Forniti” di Aprilia a cui sarebbe riconducibile”. Fusco va ai domiciliari anche perché “le modalità esecutive” del fatto contestate non sono sintomatiche “di una personalità violenta, come emerso pacificamente dall’esame delle persone offese”.
Questo processo, come accennato, deriva dalla maxi indagine antimafia denominata “Assedio” che, il 3 luglio 2024, ha portato a numerosi arresti, tra cui l’ex sindaco di Aprilia, Lanfranco Principi. A costituirsi parte civile l’associazione antimafia “Antonino Caponnetto”, assistita dall’avvocato Licia D’Amico.
Lo scorso 11 settembre, è stato ascoltato come testimone lo chef che lavorava da “Giovannino”. Un testimone chiave che ha riferito agli inquirenti delle contestate pressioni per mettersi in malattia dopo che il ristorante era stato sequestrato. L’uomo, in aula, ha spiegato che il suo referente era Mirella Salvadori, assistita dall’avvocato Vincenzo Buffardi.
Finito in carcere lo scorso novembre 2025 per la tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso, Antonio Fusco, 63 anni, detto “Zì Marcello”, dopo aver visto confermata la misura cautelare dal Riesame di Roma, si è rivolto alla Cassazione chiedendo l’annullamento dell’ordinanza per violazione di legge e vizio della motivazione. La Corte Suprema si è pronunciata dichiarando inammissibile il ricorso presentato dall’avvocato Pasquale Cardillo Cupo contro l’ordinanza del Riesame, lasciando Fusco in carcere. La co-imputata Salvadori, invece, si trova ristretta agli arresti domiciliari.
Tra i motivi del ricorso di Fusco vi era la presunta inattendibilità delle dichiarazioni dello chef di “Giovannino” sull’incontro avvenuto con Fusco e l’altra indagata Mirella Salvadori, smentite da riscontri esterni, tra cui le dichiarazioni della stessa Salvadori e dell’avvocato Silvestro Carbone (a sua volta indagato per la tentata estorsione), e l’accertamento dell’assenza all’incontro dell’avvocato Francesco Vasaturo, inizialmente destinatario della misura cautelare della sospensione dal lavoro e, dopo circa una settimana, completamente scagionato per aver dimostrato la sua totale estraneità ai fatti. In sostanza, come ricorda la Cassazione, era stato indicato dallo chef perché “come presente in luogo dell’altro professionista”.
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La vicenda, come noto, prende le mosse dal sequestro del noto ristorante “Giovannino” sul lungomare di Latina, messo sotto sigilli e in amministrazione giudiziaria nell’ambito del secondo troncone apriliano dell’inchiesta “Assedio”. Fusco, peraltro, è imputato anche nel processo Assedio bis
Tra i sequestri eseguiti da Polizia e Carabinieri, a febbraio 2025, spiccava, per l’appunto, il ristorante che si trova a Foce Verde. Un locale che secondo la DDA aveva attirato l’interesse della cosca di Patrizio Forniti. L’imprenditore apriliano Marco Antolini, insieme ad Antonio Fusco detto “Zi’ Marcello” (entrambi imputato nel processo antimafia “Assedio”), sono accusati di aver assunto di fatto la titolarità delle quote della società che gestisce il noto ristorante. I due, secondo la DDA, già nel 2019, avrebbero lasciato solo fittiziamente la proprietà alle due donne che gestivano il ristorante, investendo 200mila euro anche attraverso la società apriliana Plastic srls. Fusco, peraltro, all’epoca dei fatti, che risalivano al 2019, doveva eludere la misura di prevenzione subita con il procedimento penale “Alba Pontina”, in cui era accusato di favoreggiamento al Clan Di Silvio di Latina (in Appello è stato assolto).
Il cuoco ha confermato che Antonio Fusco detto Zì MArcello veniva spesso al ristorante e gli fecero capire che aveva interessi sul ristorante: “Lo conoscevo come imprenditore in precedenza. Era un frequentatore che veniva spesso e quando veniva si mettevano tutti sull’attenti. C’era un occhio di riguardo da parte di tutti al ristorante”.
LE ACCUSE – Secondo le accuse, “Zì Marcello” avrebbe acquistato dal titolare storico il locale, esprimendo la volontà di non comparire mai. Dopodiché sarebbe figurato nella qualità di dipendente. Sempre Antolini e Fusco, in ragione del bisogno di eludere la misura di prevenzione di “Zi’ Marcello”, sono accusati di aver attribuito fittiziamente alle due donne indagate – Debora Violato e Maria Cristina Temperini. – la titolarità delle quote della società Plastic srls di Aprilia. In questi passaggi ritenuti artificiosi, viene indagata anche la terza donna: Francesca De Monaco che avrebbe ceduto le sue quote a Debora Violato. La società veniva utilizzata per la gestione indiretta di “Giovannino”. In sostanza il ristorante conosciutissimo a Latina era diventato il luogo dove Fusco e Antolini spadroneggiavano, tanto che lo stesso Antolini (che si sarebbe defilato già nel 2019 dalla gestione del locale), in una delle intercettazioni di “Assedio”, si vantava di aver regolato due situazioni che non gli aggradavano.
“Uno dei motivi che avevano spinto Fusco, gravato di rilevanti precedenti giudiziari, – spiega la Cassazione – a non comparire negli atti formali di acquisto delle quote della società titolare dei rapporti con i dipendenti del ristorante consisteva nel suo timore di poter essere destinatario di misure di prevenzione patrimoniali”.
L’indagine che ha portato all’ultimo arresto di Fusco e al processo odierno è stata svolta dai Carabinieri del Nucleo Investigativo di Latina, con il coordinamento della Direzione Distrettuale Antimafia di Roma, e si è sviluppata tra il marzo e l’aprile 2025, traendo origine dall’attività info-investigativa sviluppata dai militari dell’Arma sul territorio.
Le investigazioni hanno consentito di ricostruire come Zì Marcello, nonostante ristretto agli arresti domiciliari, abbia utilizzato un permesso regolarmente concessogli, per avvicinare le vittime ed invitarle a licenziarsi quali dipendenti di un’attività commerciale in amministrazione giudiziaria, offrendogli in cambio lo stesso stipendio che avrebbero percepito lavorando.
Fusco, che poi subì l’aggravamento della misura in carcere, poiché sorpreso dall’attuale Procuratrice aggiunta di Latina, Luigia Spinelli, in un negozio di abbigliamento, riuscì, assistito dall’allora suo legale, l’avvocato Vasaturo (successivamente ha revocato la sua assistenza dopo essere stato ingiustamente tirato in ballo nella vicenda di estorsione da Giovannino), ad ottenere la misura meno afflittiva dei domiciliari. A fine novembre scorso, invece, il 63enne fu arrestato in carcere in ragione dell’ordinanza relativa alla tentata estorsione. Ai domiciliari anche la “socia” Mirella Salvadori.
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L’obiettivo di Fusco e Salvadori, secondo gli inquirenti, sarebbe stato quello di ostacolare l’attività ormai sottratta e tornare in controllo di essa. I Carabinieri e la DDA sono convinti che gli indagati si sarebbero avvalsi della forza evocativa e intimidatoria data dalla loro vicinanza al clan Forniti di Aprilia. Senza contare che Fusco si sarebbe adoperato mentre si trovava agli arresti domiciliari per via dell’ordinanza di “Assedio”, eseguita a luglio 2024, che portò agli arresti del clan Forniti, dell’allora sindaco di Aprilia, Lanfranco Principi, e al commissariamento per mafia del comune del nord pontino.
Salvadori avrebbe fatto resistenza nei confronti dell’amministratrice giudiziaria nel consegnare il telefono aziendale e le chiavi di accesso alle pagine social del ristorante, tanto che è stato riattivato dalla nuova amministrazione un nuovo profilo. Fatto sta che il locale ha iniziato sin dalla primavera 2025 ad andare bene. Il problema è che passato appena un mese dopo dall’inizio del nuovo corso quando Fusco, il legale e Salvadori – così come ha raccontato lo chef del ristorante all’amministratrice giudiziaria – si sarebbero presentati sotto casa sua per chiedergli di mettersi in malattia per tre settimane, promettendogli di pagargli comunque lo stipendio: in questo modo la nuova amministrazione, come confermato dallo stesso cuoco sentito a sommarie informazioni, si sarebbe trovata in grosse difficoltà.
Lo chef, pur con le insistenze della Salvadori, aveva detto loro di trovarsi bene con l’amministratrice giudiziaria e di non aver intenzione di prendersi giorni di malattia. Ma gli ostruzionismi si sarebbero esplicitati anche nel mandare al ristorante clienti polemici, come un amico di Salvadori che, lamentandosi del conto, avrebbe poi recensito negativa su Tripadvisor.
Ad ogni modo, la stessa amministratrice giudiziaria, nel relazionare alla DDA, ha evidenziato che prima del sequestro si sono concretizzate diverse anomalie nella gestione del ristorante. Basti pensare che la Plastic, una delle due società, insieme all’Hakuna Matata, a controllare il locale, sarebbe stata esposta per 56mila euro con l’Inps. Inoltre, a gennaio ’25, i Carabinieri di Latina hanno trovato violazioni in materia di salute e sicurezza sui luoghi di lavoro, tanto da comportare l’emissione di un provvedimento di sospensione dell’attività di ristorazione. La Plastic, inoltre, non avrebbe mai tenuto le scritture contabili, né registrato le fatture di acquisto e i corrispettivi emessi per l’attività d’impresa. Di più, non sarebbero stati redatti i bilanci di esercizio dal 2019 al 2023 e le dichiarazioni dei redditi sarebbero state presentate con valori pari a zero.
Le ingerenze sullo chef sono state ben descritte dalla presunta vittima: “Il fatto di essere stato avvicinato da Fusco mi ha spaventato, proprio perché Fusco è indagato insieme a soggetti mafiosi di Aprilia e ho pensato che loro avrebbero potuto facilmente individuare la mia abitazione e risalire alla mia famiglia“. Nessuna minaccia esplicita, sottolineava il Gip Patrone, riportando anche alcune pronunce della Cassazione: è stato sufficiente il condizionamento ambientale riconducibile ai legami evocativi con il clan Forniti.
Anche la maitre del locale fu avvicinata da Mirella Salvadori, ricevendo la stessa richiesta: mettersi in malattia per creare disagio all’amministratrice giudiziaria. La maitre fece capire alla Salvadori che l’avrebbe assecondata, in realtà: “non l’avrei mai fatto”; tuttavia, la donna ha spiegato agli inquirenti di essere preoccupata: “Mi sento come se stessi lavorando in un locale dove non dovrei esserci”.
È lo chef, ad ogni modo, a dire con nettezza agli inquirenti di avere paura dopo aver incontrato Fusco, Salvadori e l’avvocato: “Sono rimasto scosso dall’accaduto perché leggendo i giornali si parlava di mafia“. Secondo la DDA, l’avvocato si sarebbe presentato all’incontro con lo chef non solo per fornire un sostegno legale a Fusco e Salvadori, piuttosto per sollecitare l’uomo ad accettare l’invito dei due a mettersi in malattia. Lo chef, secondo la ricostruzione degli investigatori, avrebbe riconosciuto sull’album fotografico mostratogli dai Carabinieri l’avvocato di Latina. Un riconoscimento sbagliato: non era Vasaturo, ma Carbone.
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