MAZZETTE E APPALTI: INDAGATI ANCHE SIMEONE (FORZA ITALIA), AMATO (SOCIETÀ A MINTURNO) E L’EX DIRIGENTE DEL COMUNE DI FORMIA

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Giuseppe Pino Simeone
Giuseppe "Pino" Simeone

Un’inchiesta nata nel 2014 che vedeva indagate 40 persone e che arriva nel giugno 2020 con l’avviso di conclusioni d’indagine: tra i 9 coinvolti il consigliere regionale formiano di Forza Italia Giuseppe Simeone

Al centro dell’inchiesta anche l’Autorità Portuale Civitavecchia-Fiumicino-Gaeta dal momento che l’avviso di fine inchiesta è arrivato all’ex Presidente. Le indagini sono state coordinate dalla Procura di Roma e hanno interessato la Capitale, il litorale romano e il sud pontino. Per lo più, gli episodi risalgono agli anni 2011-2012-2013 e vedono al centro delle attenzioni degli inquirenti una figura che ha occupato per anni le cronache locali: Carlo Amato, imprenditore di San Cipriano d’Aversa, con una società basata a Minturno oggetto di interdittiva antimafia. A fare clamore sicuramente il coinvolgimento dell’ex Presidente dell’Autorità Portuale, ormai da tempo con la stessa carica a Palermo.
Negli episodi sono evidenziati dagli investigatori situazioni di corruzione e turbative nelle gare d’appalto.

Ad ogni modo, non è peregrino pensare che di questa inchiesta molto sia stato ridimensionato dal momento che quella iniziale, risalente al 2014, vedeva come indagati 40 soggetti. Certamente, un altro peso e un’altra efficacia, sopratutto perché pare si annunciasse dirompente per alcuni assetti politici e imprenditoriali nel sud pontino.

GLI INDAGATI – Contestati dalla Pm di Roma Luigia Spinelli (con un passato alla Procura di Latina) episodi di mazzette e appalti. 9 gli indagati a cui è pervenuto l’avviso di conclusione dell’inchiesta, preludio al possibile rinvio a giudizio, nonostante, come vedremo alla fine, c’è che si sente molto sicuro di superare indenne qualsiasi accusa.

L’imprenditore 60enne di San Cipriano d’Aversa, ma residente a Casapesenna, Carlo Amato.
L’ex Presidente dell’Autorità portuale Civitavecchia-Fiumicino-Civitavecchia, ad ora Presidente dell’Autorità Portuale di Palermo, Pasqualino Monti 46 anni di Ischia.
Il consigliere regionale, 63 anni, nato a Sperlonga, ma formiano, Giuseppe “Pino” Simeone.
Il 68enne Luciano D’Orazio di Marino (Roma), titolare della società Impre.dor srl.
Il 67enne originario della provincia di Cosenza Dante Novello, Dirigente Regione Lazio, Area Concessioni Demaniali e Pianificazioni dei Bacini Idrografici.
La 59enne Raffaella Pepe, Dirigente Regione Lazio, Direzione regionale Protezione Civile, Presidente della Commissione della gara d’appalto per l’affidamento dei lavori di “sistemazione idraulica del Fosso delle Frattucce” nel Comune di Acuto (Frosinone).
Marco Acciari, 56 anni di Roma, funzionario della Regione Lazio.
Marilena Terreri, 67 anni, ex Dirigente del Comune di Formia.
Ferruccio Bonaccioli, 71 anni di Bracciano (Roma), capo dell’ufficio Gare e Contratti dell’Autorità Portuale di Civitavecchia-Fiumicino-Gaeta.

Pasqualino Monti
Pasqualino Monti

È chiaro che, passati diversi anni dai fatti contestati, i ruoli che ricoprivano gli indagati non sono più vigenti. Ad esempio, il consigliere regionale e Presidente della Commissione Sanità, Giuseppe Simeone, da sempre braccio destro del leader regionale e provinciale di Forza Italia Claudio Fazzone, rientra nell’inchiesta per un episodio in qualità di consigliere comunale di Formia.

Secondo gli inquirenti, Simeone, all’epoca nell’assise del municipio formiano, accettava la promessa di 10mila euro da parte di Carlo Amato, imprenditore e titolare delle società Icem srl e Somes Srl, per compiere atti contrari al proprio doveri d’ufficio, consistiti nel favorire la società dell’uomo d’affari in futuri procedimenti di aggiudicazione di lavori pubblici presso il Comune di Formia e in relazione a una concessione avente ad oggetto un’area all’interno della città. Un’ipotesi di corruzione che vede il reato contestato dalla Procura di Roma nei confronti del politico formiano aggravato poiché il fatto ha come oggetto la stipula di contratti nei quali è interessata l’amministrazione di appartenenza, ossia il Comune di Formia. Una vicenda risalente al gennaio 2013.

Altro episodio che riguarda la città di Formia è quello riferibile all’ex Dirigente Marilena Terreri, quando era Dirigente del Comune (di cui Latina Tu si è già occupata, vedi link di seguito). Sempre Carlo Amato, l’imprenditore che è al centro di questa inchiesta, è il protagonista dell’episodio contestato. Terreri, con più azioni esecutive di uno stesso disegno criminoso, accettava, secondo gli investigatori, per sé o per terzi, la promessa di somme di denaro e altre utilità da parte dell’imprenditore residente a Casapesenna per compiere atti contrari ai propri doveri d’ufficio ossia l’aggiudicazione di future gare d’appalto a società e imprese a lui riconducibili. Secondo la Procura di Roma, l’ex Dirigente Terreri dapprima accettava la promessa di soldi e altre utilità afferenti al pagamento dei manifesti per la campagna elettorale di Sandro Bartolomeo, ex sindaco di Formia, e all’epoca dei fatti candidato sindaco alle elezioni amministrative del 2013, e in seguito riceveva, per conto di altri, il pagamento indiretto di quasi 3mila euro destinati alla società L.I.P. srl, con sede a Latina.

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L’inchiesta, come anticipato, si era praticamente conclusa nel 2014 grazie al lavoro dei Carabinieri del Comando Provinciale di Latina coordinati dalla Procura di Roma (pm Maria Cristina Palaia, ora alla Direzione Distrettuale Antimafia). Fu la medesima Procura a chiedere al Gip del Tribunale di Roma misure cautelari per 40 persone. Una richiesta di cui però non si seppe più nulla. Ora, l’inchiesta è stata ultimata a distanza di 6 anni dal sostituto procuratore di Roma Luigia Spinelli.
Al centro dell’indagine sicuramente la figura dell’imprenditore Carlo Amato la cui società Icem srl con sede a Minturno fu oggetto di un’interdittiva antimafia emessa il 21 novembre 2013 dalla Prefettura di Latina, su richiesta della Prefettura di Crotone, in ragione delle indagini svolte dai Carabinieri sui lavori per il porto in località Le Castella, nel Comune di Isola Capo Rizzuto. I militari avevano appurato che ad eseguire i lavori da 960mila euro non era la società di Minturno, ma esclusivamente personale e macchine da cantiere di società calabresi ritenute riconducibili a cosche di Crotone e della provincia calabra.

Le autorità ritennero che la Icem, subappaltando i lavori, aveva consentito alla criminalità organizzata di condurre i lavori e portare a compimento l’affare. La Icem, in sostanza, fu ritenuta contigua alla ‘ndrangheta e per questo fu ravvisato il pericolo di infiltrazione mafiosa.
Un’interdittiva pesante che fece perdere all’azienda l’appalto per i lavori al porto di Anzio e quello per la sistemazione del litorale di Minturno.
Lavori di peso; tuttavia la società non dovette rinunciare ai lavori a Formia per il “completamento e ammodernamento della darsena del Porto Caposele” e quelli per la “sistemazione della banchina del porto ed interventi di adeguamento e messa in sicurezza della zona portuale, anche con la creazione di un punto di pronto soccorso .

Intanto, in una nota, il consigliere regionale Pino Simeoni dichiara: “In relazione agli articoli di stampa relativi all’inchiesta della Procura di Roma, posso dire di essere totalmente estraneo ai fatti; allo stato, non sussiste alcuna richiesta di rinvio a giudizio; solo nei giorni scorsi, per mezzo del mio difensore ho potuto presentare una memoria in cui ho avuto per la prima volta l’occasione di evidenziare la mia assoluta estraneità alla vicenda. Sono fiducioso nel lavoro della Magistratura e sono certo che presto sarà chiarito ed appurato ogni aspetto della vicenda e la totale assenza di ogni mio coinvolgimento rispetto a quanto emerso in questa indagine. Mi auguro che si proceda celermente, affinché non permanga alcun dubbio sulla correttezza della mia condotta. Penso soprattutto a un vecchio adagio che recita così: “La verità ha il passo lento, ma quando arriva illumina”.

Certamente la verità ha un passo lento, come scrive il consigliere formiano, ma anche questa inchiesta non ha avuto quello che si può chiamare un andamento da galoppo. A testimoniarlo le posizioni degli altri indagati “salvati” dalla mannaia della prescrizione.

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