LA TRAGEDIA DI WILLY: UNA MORTE NATA NELLE PALESTRE DELL’ODIO

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Willy e i suoi aggressori
Willy e i suoi aggressori: domenica, i Bianchi sono stati arrestati in flagranza dai Carabinieri di Colleferro. Un'ora dopo dal pestaggio che ha portato alla morte del 21enne Willy a Colleferro, uno dei due fratelli postava su Facebook un video (ora rimosso) con alcune scimmiette

Omicidio di Willy Monteiro Duarte: per il ragazzo di Paliano barbaramente pestato e deceduto a Colleferro nella notte tra sabato e domenica scorsa, due Comuni della provincia pontina annunciano due iniziative

Eppure la politica ha omesso, non interessata, da decenni il tema della violenza sociale e urbana, lasciata alla fredda cronaca e alle inchieste post tragedia. Emerge ancora una volta il decisivo “contributo” di pratiche sportive, che nulla hanno a che vedere con la nobiltà degli sport da combattimento, in palestre e centri spesso punto di incontro tra prepotenza, criminalità e comportamenti da bulli. Il tatuaggio una religione, il machismo un sentire comune, l’amico malavitoso un lasciapassare.

Erano bulli con bulli, per difendere gli amici quando li chiamano” – così Alessandro Bianchi, il maggiore dei fratelli ora incarcerati dopo la morte di Willy. Parole che, secondo lui, dovrebbero sgravare dal carico delle accuse i fratelli minori perché – questa è la logica – “loro non se la sarebbero mai presa con uno più piccolo“. Per precauzione, Alessandro ha chiuso il risto-bar che gestisce dopo la valanga di minacce e insulti a mezzo social subiti dalla famiglia Bianchi. Certo è che se il fratello maggiore voleva nelle sue intenzioni difendere gli arrestati, ha fatto solo peggio ammettendo un fatto che tutti sanno tra Artena e Colleferro: quei due erano dediti alla violenza e l’ideologia sottesa, mutuata da social e video, è da gang. Qualcuno mi disturba, allora chiamo i picchiatori. Niente di più terribile, humus per cui si costruiscono anche carriere criminali.

La morte che sta facendo scandalizzare tutta Italia, quella di un tranquillo ragazzo di 21 anni che sognava di diventare cuoco e aveva la passione dell’AS Roma, arriva anche in provincia di Latina. Ad essere indagati per omicidio preterintenzionale, aggravato dall’aggressione per futili motivi, sono, come noto, in cinque. Di quattro di loro, ormai i nomi sono stati effigiati da Aosta a Palermo: si tratta di Marco e Gabriele Bianchi, rispettivamente di 24 e 26 anni, Mario Pincarelli 22 anni e Francesco Belleggia di 23 anni.

I primi due, i fratelli Bianchi, come sta emergendo nelle ultime ore, sono praticanti di MMA (Mixed Martial Arts), uno sport di contatto il cui regolamento consente l’utilizzo di tutte le tecniche sportive delle arti marziali (muay thai, judo) e del combattimento (lotta libera, grappling, pugilato, kickboxing).

Li chiamavano la banda di Artena, i Bianchi, e già in molti, palesatisi dopo la tragedia di Willy, dicono che prima o poi doveva succedere considerata la violenza delle loro azioni, tra scorribande ed esibizioni di prepotenza nei luoghi della movida. Senza menzionare alcuni precedenti per rissa.

I Comuni di Cori e Sermoneta, i più vicini dal punto di vista geografico al luogo del massacro, hanno voluto dimostrare vicinanza alla famiglia e costernazione per ciò che è accaduto a due passi da loro. A Cori, il sindaco Mauro De Lillis ha annunciato la revoca della licenza alla frutteria di Gabriele Bianchi: “La morte del giovane Willy ha sconvolto tutti – ha detto il primo cittadino – Una violenza inaudita, intollerabile , che non può essere accettata. Sapere che uno dei quattro assassini abbia frequentato la nostra Città fa crescere in noi, ancora di più, la rabbia di fronte a questo atto così deplorevole e un forte sentimento di condanna a questa violenza. Per quello che può contare è stato avviato il procedimento di revoca della licenza della Frutteria e auspichiamo che al più presto giustizia sia fatta. La nostra più profonda vicinanza alla famiglia di Willy“.

Peccato che, pochi mesi fa, Gabriele Bianchi è stato persino intervistato dalla Rai per l’apertura della medesima frutteria a Cori. Il giovane veniva preso come esempio di coraggio per aver investito in un’attività commerciale durante la pandemia: “Non ho avuto paura di aprire questa attività anche perché ci credo molto“. Episodi che accadono anche nella seconda città del Lazio, a Latina, come, ad esempio, il gestore di palestra con incarichi in associazioni di categoria, rappresentato dalla stampa locale che omette i suoi precedenti penali e i suoi rapporti col maggiore narcotrafficante della provincia di Latina. Anche lui, si capisce, ritratto dalla Rai come un eroe ai tempi del Coronavirus.

Ad ogni modo – questo è il senso della suddetta digressione – Gabriele Bianchi era un violento anche quando era stato tratteggiato come un “coraggioso dell’imprenditoria”, possibile che nessuno se ne fosse accorto? Nessuno poteva impedirgli di intraprendere un esercizio commerciale, ma addirittura scambiarlo come vessillo di coraggio è segno di ipocrisia e cecità. Persino il padre della compagna, il politico Salvatore Ladaga (Forza Italia, storico coordinatore a Velletri per il partito di Berlusconi), si dice rassegnato una volta intervistato da Il Fatto Quotidiano: “Il padre di mio nipote non doveva proprio starci a quell’ora lì, con una compagna incinta. Non possiamo dire che siamo vittime, perché non posso nemmeno pensare cosa stanno passando i genitori di Willy. Ci prenderemo in faccia, con dignità, la m…che ci arriverà“. Silvia Ladaga, sua figlia, è la fidanzata incinta al quarto mese di Gabriele Bianchi e lavora come segretaria nel gruppo di Forza Italia in Regione Lazio, alle dipendenze del capogruppo Giuseppe Simeone

Gabriele Bianchi e Silvia Ladaga

Meglio non capire, meglio non trattare certi temi, meglio sorvolare sul fatto che la morte di Willy è figlia bastarda delle palestre più spinte dove si allenano giovani ragazzi al culto della violenza scambiata per forza. L’odio per il dubbio, vero motore degli uomini forti, e la venerazione per la certezza, patetico drappello degli ignoranti. E ciò avviene e avveniva anche nella provincia di Latina dove intere generazioni di picchiatori sono cresciute nelle palestre locali

Anche il Sindaco di Sermoneta Giuseppina Giovannoli ha voluto far sentire la vicinanza del Comune che amministra, scrivendo un post dall’abusato titolo “Siamo Tutti Willy“: “Sono senza parole, provo solo un profondo sconforto e tanta tristezza per una giovane vita spezzata in modo così terribile: ucciso di botte a 21 anni a Colleferro, a due passi da noi, per aver tentato di difendere un amico dalla violenza del “branco”. Siamo tutti Willy Monteiro Duarte. Per questo anche il Comune di Sermoneta ha aderito all’iniziativa lanciata da Anci Lazio e, nel giorno dei funerali di Willy, listerà a lutto le bandiere del Municipio. Un gesto piccolo ma che può far sentire tutta la vicinanza della nostra comunità e la condanna per questa vita spezzata in maniera gratuita, violenta, inutile“.

Per carità niente di deprecabile, solo dovere. Anzi stanco dovere. Il punto è che dei temi della violenza dei ragazzi, spesso in limine con la criminalità locale di strada tra spaccio ed estorsioni, la politica non vuole occuparsene. Si preferisce farlo solo a tragedia avvenuta, con stucchevoli dichiarazioni.
E questa è per Willy e quelli come lui una tragedia che si aggiunge alla tragedia.

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