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INTERESSI E CONFLITTI DELLA CAMERA DI COMMERCIO DI LATINA, LA FIGURACCIA SUL LODO SECI

in Attualità/Cronaca

“Seci il tuo nuovo socio in affari. Un sostegno innovativo alla crescita dell’impresa pontina”. Con queste parole si presentava la nuova creatura plasmata dalla Camera di Commercio di Latina nel 2001, allora presieduta da Vincenzo Zottola, e detenuta dallo stesso ente camerale per il 98,6%, pari a 18mila e 600 euro del capitale sociale complessivo di 18mila e 931 euro, la Seci, che sta per Società per l’E-Commerce e per l’internazionalizzazione della Provincia di Latina. I restanti soci sono il Cna, Confesercenti, la Confederazione agricoltori di Latina tutti con quote irrisorie da 37,86 euro ciascuno e la federazione provinciale dei coltivatori diretti di Latina con una quota di 18,93 euro (statuto aggiornato al 2014). L’ente doveva occuparsi di “promozione del commercio, sviluppo di investimenti, internazionalizzazione”, definendo direttamente dal sito della Camera di Commercio che Seci è un sistema di servizi mirati a disposizione delle imprese che operano in provincia di Latina e di quelle aziende che intendono investire in questo territorio. La SECI Latina S.p.A. consortile nasce con l’intento di assistere le aziende della provincia di Latina erogando una serie di servizi mirati a soddisfare le necessità dell’imprenditore”. 

L’impegno doveva durare per almeno 49 anni, ovvero fino al 2050, eppure già dopo pochi anni, dal dicembre 2007, la società è in liquidazione e amministrata dal liquidatore Raffaele Avallone. Pochi mesi, diventati anni e la Seci resiste ma lascia alle sue spalle non pochi disastri, come accaduto nel caso della controversia con il Consorzio Agroalimentare della Provincia di Latina, presieduto da Stefano Paone. Insomma nata per dare una mano alle imprese, la Seci si afferma come un fallimento e un ostacolo alle attività pontine. Nel caso del Consorzio Agroalimentare, dicevamo, costituito da numerose aziende agricole della provincia di Latina, questi imprenditori decidono di stipulare un contratto con la società Seci che, come da statuto fondativo, avrebbe dovuto supportare le aziende nel loro percorso di internazionalizzazione. Senza entrare nel merito della qualità del servizio offerto, dopo due anni di collaborazione, e come previsto dal contratto sottoscritto, cessa la fornitura dei servizi della Seci al Consorzio agroalimentare. Ciò nonostante la stessa Seci continua a emettere fatture per 55mila euro circa, facendo chiaramente sorgere un contenzioso giudiziario, perché lo stesso Consorzio ritiene che le fatture siano ingiustificate ed emesse dopo la cessazione del contratto e quindi dei servizi offerti, perciò nulle. Così si finisce in tribunale a Latina, ma prima di entrare nel merito della vicenda è lo stesso tribunale che fa presente alle parti che il contratto stipulato, nel caso di un contenzioso, prevede la risoluzione di una lite nella forma del lodo arbitrale. Si tratta di una misura alternativa alla giustizia ordinaria, affidata a un soggetto terzo e imparziale, e che ha valore vincolante per le parti.

E qui sorge l’enorme conflitto di interessi della Camera di Commercio di Latina. Perché infatti la clausola arbitrale prevista dal contratto affida a un soggetto nominato dalla Camera di Commercio l’incarico di dirimere l’eventuale controversia. La stessa Camera di Commercio che detiene la quasi totalità della Seci, la società parte in causa della controversia. E infatti il 31 marzo 2016 l’avvocato Adelindo Marangoni, designato dalla Camera arbitrale della Camera di commercio dà ragione alla Camera di Commercio, riconoscendo all’ente camerale “la complessiva somma di €55.753,65 oltre interessi, così come nella parte motiva indicati, sino a quello dell’effettivo soddisfo; condanna il Consorzio agroalimentare a rifondere alla soc. consortile Seci Latina in liquidazione, a titolo di spese e compensi nella procedura, la somma di € 3.100,00 oltre I.V.A. e C.A. come per legge. Le spese del procedimento arbitrale, così come liquidate con ordinanza emessa in data 24 febbraio 2015, pari ad € 2.140,00 comprensive di I.V.A. e C.A., al netto della ritenuta di acconto, a titolo di compenso per l’arbitro unico e ad € 450,000 oltre I.V.A., a titolo di spese della presente procedura arbitrale, sono poste definitivamente a carico del Consorzio agroalimentare, che è tenuto a corrispondere alla soc. consortile p. az. Seci Latina in liquidazione, la quota parte, pari alla metà di dette somme, avendo la stessa proceduto a versare la restante parte”.

Gli avvocati Francesco Ferraro e Daniele Lancia

Ovviamente in una tale situazione conflittuale, di imparziale e terzo, come dovrebbe essere un giudice e un suo giudizio, c’è ben poco e perciò il Consorzio agroalimentare, difeso dallo studio legale Ferraro&Lancia, ricorre alla Corte d’Appello di Roma che in questi giorni ha depositato le motivazioni di una sentenza dell’ottobre dello scorso anno, con la quale “annulla il lodo impugnato, lodo emesso inter partes, pronunciato in Latina il 31 marzo 2016 e sottoscritto dall’arbitro in pari data e condanna la soc. consortile p. az. Seci Latina al rimborso, in favore del Consorzio agroalimentare, delle spese processuali del presente giudizio, che si liquidano d’ufficio istituto bancario complessivi in € 6.200,00 a titolo di compenso onnicomprensivo, oltre ad € 759,00 per spese ed oltre al rimborso forfettario delle spese, computato secondo quanto previsto dall’art. 2 comma 2 Decreto del Ministero della Giustizia 10 marzo 2014 n.55 e successive modificazioni, nonché agli oneri accessori legali, compresi quelli fiscali”.

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