In cinquant’anni la città ha perso oltre tremila residenti mentre la sua provincia cresceva del 50%. I dati di un arretramento che non è solo demografico
di Beniamino Gallinaro
C’era una volta una città di 23.379 anime. Era il 1981, Gaeta era al suo picco storico, le fabbriche lavoravano, i militari americani animavano i bar del porto, il Consorzio industriale prometteva sviluppo. Quarant’anni dopo, al censimento del 2021, quella città conta 19.598 residenti. Ne ha persi quasi quattromila. E non ha smesso di perderli: al 31 dicembre 2024 erano già scesi a 19.137.
Non è una storia di crisi improvvisa. È la storia di un declino lento, costante, quasi silenzioso — registrato nei libri anagrafici con la precisione del notaio, ignorato o sottovalutato dalla politica locale per decenni. Un declino che i numeri, letti con attenzione, rendono oggi impossibile da non vedere.
Il paradosso della provincia che cresce
Il dato più sorprendente non è la perdita assoluta di popolazione. È il confronto con il territorio circostante. Negli stessi cinquant’anni in cui Gaeta perdeva il 12% dei suoi residenti rispetto al picco del 1981, la Provincia di Latina cresceva del 50,8%. Non un’altra regione, non un’altra Italia: la stessa provincia, gli stessi chilometri quadri, lo stesso contesto macroeconomico.
Anche i comuni confinanti del Golfo raccontano una storia diversa. Formia è passata da 27.286 a 35.188 residenti (+29%). Minturno da 15.247 a 19.726 (+29,4%). Gaeta è l’unico dei tre in declino demografico strutturale. Questo dato solo basta a escludere le spiegazioni geografiche o macroeconomiche: le stesse condizioni di contesto hanno prodotto esiti radicalmente diversi.
I tre comuni del Golfo a confronto (base 100 = 1971): Formia e Minturno crescono del 29%, Gaeta perde il 12%. Fonte: ISTAT/Tuttitalia
| I numeri chiave 19.598 residenti al censimento 2021 (–11,6% dal 1971) · 82 nascite nel 2024, minimo storico · 314,5 anziani ogni 100 giovani · 41% di abitazioni vuote · età media 50,2 anni · saldo migratorio interno –351 in sette anni |
Indice demografico normalizzato (base 100 = 1971): mentre Gaeta scende a 88,4, la Provincia di Latina sale a 150,8 e l’Italia a 109. Fonte: ISTAT/Tuttitalia
Le fabbriche che non ci sono più
Per capire il declino di Gaeta bisogna partire da ciò che non esiste più. La vetreria AVIR, fondata nel 1909, fu per settant’anni il cuore industriale della città: fino a 400 dipendenti, un intero quartiere costruito attorno agli operai venuti da Piemonte, Toscana, Campania. Chiuse nel 1981 — anno del picco demografico — lasciando un vuoto che non è mai stato riempito.
Dopo di lei, negli anni successivi, la raffineria e il deposito ENI, Italcraft — cantiere navale d’eccellenza che negli anni Settanta costruiva imbarcazioni per la Marina Militare italiana —, la Panapesca. Su cinque grandi insediamenti industriali, oggi sopravvive solo Pozzi Ginori, acquisita dal gruppo svizzero Geberit, che ha investito 13 milioni di euro e conta 360 dipendenti: l’unica storia a lieto fine in mezzo alle macerie.
Ogni posto di lavoro manifatturiero perduto porta con sé un moltiplicatore occupazionale nell’indotto e nei servizi. Quei posti non sono mai tornati. Al loro posto è rimasta un’economia di rendita e stagionalità: bar e ristoranti pieni d’estate, città silenziosa d’inverno. Una struttura che non trattiene i giovani.
Una città che invecchia tre volte più in fretta
Nel 2002 a Gaeta c’erano 137,7 anziani ogni 100 giovani. Un dato già preoccupante. Nel 2025 quel rapporto è salito a 314,5: più di tre anziani per ogni giovane. L’Italia nello stesso periodo è passata da 127 a 207: un numero già grave, ma quasi la metà di quello di Gaeta.
L’età media della popolazione è passata da 42,2 anni nel 2002 a 50,2 anni nel 2025. In poco più di vent’anni, otto anni in più. Per ogni cento giovani che entrano nel mercato del lavoro, ne escono 187 per pensionamento. Le scuole chiudono classi. I medici di base vanno in pensione e non vengono sostituiti. Il commercio del centro storico si svuota.
E le nascite: 82 nel 2024, il dato più basso mai registrato. Nel 2002 erano 171. In vent’anni si sono dimezzate. Contro 245 decessi nello stesso anno, il saldo naturale è di –163: ogni anno Gaeta perde per via biologica quasi duecento residenti in più di quanti ne acquista.
Indice di vecchiaia: Gaeta (rosso) supera 200 nel 2012, sette anni prima dell’Italia. Nel 2025 raggiunge 314,5. Fonte: ISTAT/Tuttitalia
Chi parte e chi arriva: il racconto del saldo migratorio
I dati del saldo migratorio 2019–2025 offrono la fotografia più precisa e recente di ciò che sta accadendo. Ogni anno, mediamente, cinquanta residenti italiani scelgono di andarsene — verso Roma, verso il Nord, verso altri comuni. Vanno in cerca di lavoro stabile, di università, di prospettive che Gaeta non riesce a offrire.
In parallelo arrivano residenti stranieri: +207 nel periodo 2019–2025. Non abbastanza da compensare. Gli stranieri residenti sono oggi 837, il 4,4% della popolazione — meno della metà della media nazionale (8,9%). Gaeta non ha saputo attrarre nemmeno l’immigrazione straniera che ha sostenuto la crescita demografica di molti comuni della sua stessa provincia.
Il 2025 segna un’accelerazione che preoccupa: il saldo migratorio interno tocca –92, il peggior dato dell’intera serie. Il totale è –62: quasi tre volte peggiore della media degli anni precedenti. Se questa non fosse un’oscillazione ma una tendenza, Gaeta potrebbe scendere sotto i 18.000 residenti entro la fine del decennio.
Il confronto con Formia e Minturno è istruttivo. Formia perde anche lei residenti italiani (–336 in sette anni, quasi identico a Gaeta), ma li compensa con un saldo estero di +815 — quattro volte quello di Gaeta. Minturno va ancora meglio: +180 di saldo interno, l’unico dei tre che attrae più italiani di quanti ne perda. Le ragioni di questa divergenza meritano un’analisi specifica che va oltre i dati disponibili, ma l’accesso ferroviario diretto — la stazione di Formia-Gaeta e quella di Minturno-Scauri sulla linea Roma–Napoli, mentre Gaeta non ha stazione sul proprio territorio — è certamente un fattore strutturale rilevante.
Saldo migratorio totale 2019–2025: Gaeta (rosso) perde residenti, Formia (blu) e Minturno (verde) ne guadagnano. Fonte: elaborazione su dati ISTAT
Il paradosso delle case vuote
C’è un dato che più di ogni altro racconta la contraddizione di Gaeta: il 41% delle abitazioni al censimento 2021 risultava non occupato da residenti. Su circa 15.600 unità abitative, quasi 6.400 vuote. La media nazionale è del 27,2%, quella del Sud del 32%.
Questo dato smentisce l’idea che Gaeta perda abitanti perché mancano le case. Le case ci sono, in abbondanza. Il problema è che molte sono seconde case tenute per il turismo estivo, eredità non abitate, immobili di chi è emigrato e non ha venduto. Una città con il 41% di abitazioni vuote non ha un problema di spazio: ha un problema di condizioni — economiche, occupazionali, di servizi — che rendano conveniente abitarci tutto l’anno.
Paradossalmente, Minturno ha ancora più case vuote: il 45,9%. Eppure Minturno cresce demograficamente. Il che conferma che il tasso di abitazioni vuote non è la causa del declino, ma un suo sintomo — insieme ad altri fattori che vanno cercati altrove.
Il suolo consumato, il paesaggio perduto
Mentre la popolazione scendeva, il cemento avanzava. I dati ISPRA 2025 indicano che il 18,24% della superficie di Gaeta è impermeabilizzata: uno dei valori più alti sulla costa pontina. Si è costruito nella speranza che più case portassero più residenti e più turisti. Il risultato è stato più case vuote e un paesaggio — costiero, collinare, marino — progressivamente eroso.
Gli oliveti sui Monti Aurunci, già decimati dall’assedio piemontese del 1860-61 che distrusse centomila piante, sono stati progressivamente abbandonati con la fine dell’agricoltura familiare. I versanti franano. Le spiagge di Gaeta continuano a soffrire degli effetti di decenni di cementificazione del retro-costa. Il modello di sviluppo ha consumato il paesaggio naturale senza capitalizzarne il valore.
Perché è andata così
Il declino di Gaeta non ha una causa sola. Ha un sistema di cause che si sono rinforzate a vicenda nel tempo.
La deindustrializzazione ha tolto il lavoro stabile senza che nulla lo sostituisse. La rendita militare — la presenza della Marina Militare italiana e della 6ª Flotta USA — ha funzionato da ammortizzatore che ha rallentato il declino senza invertirlo, e ha anzi mascherato per anni la fragilità strutturale dell’economia locale. La marginalizzazione istituzionale ha privato il Comune di voce in capitolo sul porto — il secondo porto laziale per volumi, gestito da un’autorità con sede a Roma — e sul Consorzio industriale, poi assorbito nel Consorzio Lazio.
Il turismo balneare, che avrebbe dovuto essere la risposta, ha invece alimentato un mercato immobiliare speculativo e un’occupazione stagionale che non trattiene nessuno. E il circolo vizioso demografico-fiscale ha fatto il resto: meno residenti, meno base imponibile, meno risorse per servizi, meno attrattività, meno residenti ancora.
Ma forse la chiave di lettura più importante è questa: il declino di Gaeta non era inevitabile. Se la sua stessa provincia è cresciuta del 50,8% nello stesso periodo, le risorse territoriali c’erano. Se Minturno attrae italiani e Formia attrae stranieri, il problema non è il contesto: è qualcosa di specifico a Gaeta — nelle scelte fatte, in quelle non fatte, nella classe dirigente che ha governato il territorio.
Che fare: non è troppo tardi
Un report che si limita a descrivere il declino senza indicare direzioni di uscita sarebbe sterile. I dati non sono una condanna: sono la premessa per scelte diverse.
Gaeta ha asset che molte città italiane in declino non hanno. Un porto funzionante. Un patrimonio storico e paesaggistico di straordinario valore. Una tradizione manifatturiera ancora viva (la ceramica Geberit, la cantieristica navale). Una posizione sul mare del Golfo che è un bene non riproducibile.
Le priorità sono chiare, anche se non facili. Riprendersi la governance del porto: il Comune deve avere un ruolo formale nelle decisioni dell’Autorità di Sistema Portuale. Creare lavoro che non finisca a settembre: potenziamento della cantieristica navale, sviluppo di un turismo culturale destagionalizzato, riconversione delle aree dismesse — l’ex ENI, la Caserma S. Angelo — in hub produttivi e incubatori. Mobilitare il patrimonio abitativo vuoto: non lasciarlo dormire come rendita speculativa, ma attivarlo come leva per attrarre nuovi residenti stabili.
E soprattutto: costruire alleanze di territorio — con i comuni del Golfo, con la Provincia, con la Regione — per portare ai tavoli europei una proposta credibile, non solo richieste di fondi. La programmazione europea offre strumenti concreti per la transizione ecologica, la rigenerazione urbana, l’economia del mare. Il problema non è la mancanza di strumenti: è la mancanza di progetti.
“Anatomia di un declino” — dice il titolo di questa ricerca. L’anatomia serve a capire dove si è rotto qualcosa. Non è una diagnosi di morte. È la premessa necessaria per una terapia. I numeri sono stati detti. Ora tocca alla politica.
Così, in una nota, Beniamino Gallinaro, attivista del Golfo di Gaeta.
