Estorce il “datore di lavoro” e lo sequestra per farsi dare i soldi che gli doveva: condanna confermata per Tommaso Anzaloni
La Corte di Cassazione, respingendo il ricorso presentato dall’avvocato difensore Luca Scipione, ha reso definitiva la condanna per estorsione a carico del 39enne Tommaso Anzaloni, originario del napoletano ma trapiantato tra Roma e Nettuno.
Con la sentenza del 19 marzo 2025, la seconda sezione penale della Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di Anzaloni contro la sentenza con cui il 10 ottobre 2024 la Corte di assise di appello di Roma ha confermato la sentenza della Corte di assise di Latina che lo ha condannato a 5 anni di reclusione per estorsione e lesioni.
Nel nuovo ricorso giudicato dalla sesta sezione del Palazzaccio si chiede che la Cassazione corregga l’errore di fatto consistente nell’escludere (qualificandolo come mero mediatore, figura che si limita a mettere in contatto le parti) che la vittima abbia avuto un ruolo nel rapporto di credito che Anzaloni vantava nei confronti della MKG s.r.l. nonostante che abbia agito come procacciatore di affari (figura che percepisce una provvigione dal proponente il contrasto), come risulta dalle testimonianze di tre persone escusse in primo grado. Il ricorso, però, va dichiarato inammissibile, con conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali, in quanto “i giudici del merito hanno chiarito, con motivazione adeguata e conforme a principi di diritto, che la vittima era completamente estranea al rapporto di credito che Anzaloni vantava nei confronti della MKG, tenuto conto che la vittima non era socio di tale società e non rivestiva alcun incarico in essa”.
Il processo di primo grado si è concluso due anni fa, il 23 gennaio 2024. Ad essere imputato, per l’appunto, Tommaso Anzaloni. Un processo particolare che si è celebrato senza la parte offesa, poiché deceduta a inizio 2023, e quindi non più in grado di poter sporgere denuncia. Particolare che, come si vedrà, ha avuto un certo peso sull’esito finale della sentenza. I reati contestati in capo ad Anzaloni erano il sequestro di persona a scopo di estorsione con l’aggravante mafiosa.
A settembre 2023, era stato esaminato dall’allora Pm della Procura/DDA di Roma, Luigia Spinelli, proprio l’imputato, assistito dagli avvocati difensori Luca Scipione e Stefano Alberti. Davanti al collegio presieduto dal giudice Gian Luca Soana, a latere il collega Paolo Romano e la giuria popolare, l’uomo aveva fornito la sua versione, spiegando di aver colpito con una gomitata Marcello Nuti, la parte offesa deceduta, perché era disperato: doveva ricevere per alcuni lavori edili la somma di 1300 euro che mai gli era stata pagata.
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Il Pubblico Ministero Luigia Spinelli, al termine di una veloce requisitoria, aveva chiesto per Anzaloni la pena di 5 anni di reclusione: veniva chiesta la condanna per l’estorsione con l’aggravante del 416 bis (mafiosa), escludendo però il reato del sequestro poiché, dopo l’entrati in vigore della Legge Cartabia, tale reato non è più procedibile d’ufficio da parte delle Procure, ma deve essere necessariamente denunciato dalla vittima. Nuti, come detto, è morto a inizio 2023 e non aveva mai denunciato Anzaloni per l’episodio contestato.
L’avvocato Scipione aveva invece spiegato, nella sua arringa, che non solo quello del sequestro, ma anche l’altro reato contestato avrebbe dovuto essere improcedibile, poiché non si trattava di estorsione, bensì di esercizio arbitrario delle proprie ragioni. Un reato che, al di là della “Cartabia”, è sempre stato procedibile su querela di parte. Il legale aveva chiesto l’assoluzione perché il fatto non sussiste e in subordine la riqualificazione del reato di estorsione in esercizio arbitrario delle proprie ragioni, dunque non procedibile.
Al termine di una camera di consiglio durata oltre due ore, la Corte d’Assise si era pronunciata, condannando Tommaso Anzaloni alla pena di 5 anni, 1 mese e 10 giorni, oltreché a 1700 euro di multa e l’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Il Tribunale, però, aveva escluso l’aggravante mafiosa.
Una vicenda violenta e inquietante che aveva avuto come teatro la città di Aprilia. L’arresto del 39enne Tommaso Anzaloni passò sotto traccia in provincia, eppure, ad agosto 2022, le Squadre Mobili di Roma e Latina, coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia capitolina, avevano portato a termine il fermo dell’uomo in una vicenda dai contorni truculenti.
L’allarme alla Polizia lo diede una donna tra le lacrime avvertendo il 112 che un collaboratore della loro azienda era stato stato sequestrato. La vittima del sequestro di persona, secondo gli inquirenti, fu rilasciata dopo essere rimasta cinque ore in balia di Anzaloni. Non solo il sequestro ma anche le botte che avevano ridotto l’uomo in condizioni molto gravi. Il viso completamente tumefatto, la cui immagine sarebbe stata inviata da Anzaloni ai responsabili dell’azienda in cui lavorava per chiedere soldi in cambio del riscatto.
E dalle indagini era emerso che il sequestratore del manager lo aveva precedentemente minacciato di morte, con una serie di messaggi sul telefono: “Te devo spanza’, sei finito. Dietro de me c’è tutta la scissione di Napoli, ricorda che dietro di me ce ne stanno duemila”. Un rimando alle guerre di camorra tra “ufficiali” e scissionisti che era costata ad Anzaloni la contestazione del 416 bis, poi non riconosciuta dal Tribunale di Latina.
Il movente del pestaggio e del sequestro, secondo gli atti d’indagine, andava ricercato in alcuni lavori di ristrutturazione di un villino ad Anzio, in via Giusti, per cui era previsto il superbonus 110, che erano stati affidati ad Anzaloni, titolare di una ditta individuale di ristrutturazioni edili e che a suo dire non era stato pagato. I fatti sono avvenuti tra Roma, Aprilia, Latina e Nettuno.
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