DIRTY GLASS, RICCARDO: “IANNOTTA AVEVA I SOLDI PER UNA GUERRA”. IN AULA IL RACCONTO DELLA VITTIMA DI ESTORSIONE

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Agostino Riccardo
Agostino Riccardo

Dirty Glass, il processo che vede imputato l’imprenditore di Sonnino Luciano Iannotta prosegue: a parlare il collaboratore di giustizia Agostino Riccardo

È ripreso il processo – dinanzi al terzo collegio del Tribunale di Latina, composto dai giudici La Rosa-Mongillo-Ciccone -, denominato “Dirty Glass” con l’esame del collaboratore di giustizia, Agostino, il quale, secondo l’accusa, insieme all’altro collaboratore di giustizia Renato Pugliese e Luciano Iannotta, quest’ultimo in qualità di mandante, avrebbe compiuto una estorsione ai danni del rappresentante della Ferrocem Prefabbricati di Latina (una società riconducibile alla galassia imprenditoriale dell’imprenditore di Sonnino, Iannotta) a cui chiesero di pagare 80mila euro.

Agostino Riccardo, come noto, ha riempito tante pagine di verbale parlando di Luciano Iannotta, difeso dall’avvocato Mario Antinucci, e dei suoi rapporti indicibili con i clan rom di Latina. Il processo, come noto, deriva dalla maxi inchiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Roma, rappresentata oggi dal pubblico ministero Francesco Gualtieri.

A luglio scorso, Pugliese aveva ragguagliato sulla estorsione commessa ai danni di Vincenzo Cosentino (non indagato) originario della provincia di Catania, il quale, secondo Iannotta, era debitore con lui di 80.000 euro – invece, secondo Cosentino, lui trattenne una cifra di 84mila euro proprio perché non era stato pagato per la sua attività manageriale. Pugliese aveva spiegato, più generalmente, delle modalità con cui entrò in contatto con Luciano Iannotta: sia lui che Agostino Riccardo sarebbe stati mandati dall’imprenditore di Sonnino da Umberto Pagliaroli, il figlio del patron dell’ex azienda che si occupava di vetri, entrata nell’inchiesta “Dirty Glass” in quanto Iannotta è accusato di bancarotta. Secondo l’accusa nell’indagine della DDA di Roma e della Squadra Mobile di Latina, Iannotta, in concorso con altri imputati, si sarebbe procurato un ingiusto profitto recando un pregiudizio ai creditori della Pagliaroli Vetri.

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Riccardo, prima di entrare nel merito del processo, è stato chiamato a ripercorrere brevemente la sua storia criminale dal pubblico ministero Francesco Gualtieri, chiarendo ancora una volta i motivi della sua decisione di collaborare con lo stato: “Ero stufo di commettere reati e di trovarmi in mezzo alla stessa gente degli ambienti criminali”.

Su Iannotta, Riccardo è netto: “Lo conosco bene Luciano Iannotta, sin dal 2016. Io e Renato Pugliese stavamo commettendo estorsioni su Latina e provincia e facevamo la campagna elettorale per Gina Cetrone a Terracina. Fu Pagliarol a dirmi che Iannotta gestiva al Pagliaroli Spa, la società che si occupava di imbottigliamento e di vetri. Andammo dal padre di Umberto Pagliaroli, per suo conto, a chiedergli 50mila euro. Si presentò Luciano Iannotta, in difesa di Franco Pagliaroli e ci disse che lui era il diavolo e io gli chiesi di farmi capire: ci disse che la Pagliaroli spa era roba sua. Cercò di aggredirmi, ci fu quasi una colluttazione, non si è messo paura di me e Renato. Noi gli dicemmo prima che eravamo della famiglia Di Silvio”.

Riccardo prosegue il racconto e specifica altri dettagli: “La prima volta andammo a Fossanova e lì parlammo con Franco Pagliaroli che disse che comandava Luciano Iannotta e noi gli chiedemmo comunque 50mila euro. Lui, che stava insieme alla figlia, si mise paura e ci rispose che lui non aveva più niente e che la società era di Luciano Iannotta e a lui dovevamo chiedere. Dopo poco venne Luciano Iannotta con l’auto in azienda e disse che era tutto suo e non si poteva fare niente. Il giorno dopo, lo incontrammo e Iannotta ci portò a Capocroce, all’Atlantis. Ci disse che dovevamo lasciare stare Franco Pagliaroli. Ci fece un regalo da 4mila euro e dopo iniziammo a fare estorsioni per conto suo. Era il 2016″. La prima sarebbe stata compiuta ai danni di due fratelli di Monterotondo”.

“Quando Iannotta ci diede i 4mila euro e ci disse: “Voi ragazzi qui non ci dovete venire più, io ve li do perché qui io ho tanto da perdere. Io ho in ballo cento milioni di euro con la famiglia Pagliaroli e ci disse di lasciarli stare. Dopo quei soldi, Iannotta ci disse che dovevamo andare dal padre di Pagliaroli per fargli vedere che il problema lo aveva risolto lui e così abbiamo fatto. Voleva apparire come er mammasantissima, cioè come quello che aveva apparato il problema. Inoltre, ci fece vedere tutte le cifre della Pagliaroli”. In seguito a questo episodio, Iannotta “ci ha fatto fare lavori importanti”. Anche Riccardo conferma quanto detto da Renato Puglise: “Doveva fare il padrino al battesimo al figlio di Gianluca Di Silvio. Lui conosceva tutti: riconobbe Renato Pugliese come il figlio Costantino “Cha Cha” Di Silvio. Conosceva Luigi Ciarelli, il fratello di Carmine Ciarelli, il capo indiscusso di Latina”.

Riccardo conferma anche la circostanza riferita da Pugliese, ossia di quando sarebbe stato aiutato da Iannotta per un debito di una partita di droga con Luigi Ciarelli.

“Dopo i primi incontri, cominciammo a fare le estorsioni per Luciano Iannotta. Una volta ci passarono un lavoro su Monterotondo dove c’erano una serie di persone vicine a lui”. Iannotta avrebbe aperto le porte anche alla megavilla: “C’erano gli struzzi, una pista d’acqua. Mi disse che il porto di Sperlonga era suo e aveva il Terracina Calcio. Aveva i soldi per fare una guerra”.

Riccardo racconta nel dettaglio l’estorsione ai danni di Vincenzo Cosentino che si sarebbe spaventato: “Iannotta ci fece un bonifico di soldi perché avevamo portato a termine il nostro lavoro. In tutto mille euro”. La somma sarebbe stata data con l’interposizione dell’imprenditore di Latina, Franco Cifra, che avrebbe retrocesso i soldi dopo aver ricevuto il bonifico. Ad ogni modo “io tornai più volte da Cosentino e mi facevo dare 200 euro a botta. Non solo io tornai, anche Renato Pugliese. Poi Cosentino, ad un certo punto, ci disse di smetterla perché avrebbe denunciato e fatto arrestato tutti quanti”.

Il collaboratore parla anche di Nathan Altomare, imputato nel processo: “Era vicino a Gianluca Tuma e mi ha fatto dare la campagna elettorale per un personaggio di cui non posso fare il nome perché è oggetto di indagine”.

Nel corso del contro-esame dell’avvocato Antinucci esce fuori anche il nome di Alessandro Agresti, per cui in questi giorni la Procura di Latina ha chiesto l’arresto, sequestrandogli il suo imperio milionario di supercar e immobili: “È uno che ricicla i soldi con le auto. Chiesi a lui 50mila euro dopo avergli dato uno schiaffo. Dal momento che era vicino a Renato Pugliese, lui mi aggredì e litigammo. Per un po’ io e Renato non ci parlammo, era il 2013”.

Sulla presunta colluttazione tra lui e Iannotta, Riccardo chiarisce: “Ha provato a rompermi addosso una sedia. Non mi ha mai corcato di botte. Se mi avesse dato uno schiaffo, gli avrei sparato”.

Dopo la fine del lungo controesame dell’avvocato Antinucci, l’imputato principale Luciano Iannotta puntualizza sulla conoscenza dei due collaboratori di giustizia Agostino Riccardo e Renato Pugliese: “Io li ho conosciuti a luglio 2016 e quel giorno li ho aggrediti. Pagliaroli venne da me e mi chiese aiuto e io non mi sono sentito di abbandonarlo. A me non interessava apparire e io mi sono adoperato per rimettere in sicurezza la sua azienda”. Iannotta punta il dito sul figlio di Pagliaroli, Umberto: “Voleva fare una estorsione a suo padre perché voleva togliere 50mila euro a me”. Poi ammette: “Io feci loro il bonifico e poi basta”. Infine rivendica: “Ho spaccato la sedia in testa a Riccardo”. Iannotta l’avrebbe fatto per difendere Franco Pagliaroli. In soldoni, Iannotta spiega di aver avuto rapporti con Pugliese e Riccardo, bonificandogli soldi in due occasioni, per difendere “un vecchio di 80 anni (nda: Pagliaroli)” e un “caro amico (nda: Luigi De Gregoris)”. Per il resto, Iannotta ha ribadito, come in altre dichiarazioni spontanee rese nelle scorse udienze, di aver difeso la Pagliaroli e i suoi creditori.

Ad essere esaminato anche Vincenzo Cosentino, che sarebbe stato vittima della estorsione da parte di Pugliese e Riccardo, per conto di Iannotta. “Ho fatto sempre il ragioniere e all’epoca dei fatti lavoravo presso lo studio di Fontenova. Conobbi Pugliese e Riccardo che si presentarono a casa mia chiedendo del denaro. Si sono presentati dicendomi che li mandava il signor Luciano Iannotta e io arei dovuto restituire il denaro. A loro ho dimostrato con documenti e fatti che quel denaro non dovevo restituirlo e ho fatto presente che quella società era fallita”.

Esaminato dal pm Gualtieri, Cosentino ricostruire la vicenda: “Ero a conoscenza che fossero persone poco gestibili e irrispettosi della legge. Riccardo mi disse che era qualche giorno che mi cercavano. Sapevo che appartenevano alla famiglia Di Silvio, leggendo tre giornali al giorno. Io ho incassato 84mila euro per aver venduto le quote della Ferrocem e nessuno poteva reclamare quel denaro. Ho convinto loro che il mandato che avevano avuto era fasullo. A quel punto mi hanno detto che loro avevano avuto delle spese e ho chiesto loro quanto era il compenso per aver agito. Mi hanno chiesto 2mila euro. Ero stato intimorito e per questo decisi di chiudere la questione subito, pagando”.

Dopo aver versato quei mille euro, Pugliese e Riccardo si ripresentarono altre volte per chiedere soldi: “Io telefonai a Fontenova e gli dissi di quello che stava avvenendo, dicendo che sarei andato alla Procura della Repubblica”. In un’altra circostanza, “m diede fastidio una volta che alle dieci di sera stavano suonando insistentemente a casa. Fu mia figlia a casa ad avvertirmi e la feci portare via. Chiamai Renato Pugliese e gli dissi che non avevano avuto rispetto”. Infine, ci fu un ultimo avvertimento: “Dissi loro che ero molto arrabbiato e da quella volta non vennero più”.

Dopo quanto accaduto, “Iannotta mi chiamò e mi disse che io gli avevo fregato 84mila euro dalla vendita della Ferrocem. In quel momento ero amministratore della Ferrocem Presagomati”. Cosentino, che ammette di essere stato amministratore fittizio, racconta di essersi rifiutato di rispondere ad una domanda di Iannotta che gli chiese se fosse stato interrogato dalla Questura di Latina.

Il testimone ha relazionato sulla sua attività di amministratore per conto di altre persone, come, ad esempio, il commercialista Paolo Fontenova “che mi disse che non voleva avere a che fare con Iannotta”. Quando Cosentino vendette le quote ricavando 84mila euro, trattenne i soldi perché era da tempo che reclamava i soldi per la sua attività: “Fatturai tutto e esposi anche al figlio di Fontenova se gli risultava che io avessi lavorato per compiti congrui ai soldi che avevo trattenuto. Lui mi rispose: “Enzo, ti sei preso pure poco”.

Il processo riprenderà il 17 aprile e l’8 maggio quando verrà esaminato uno degli investigatori, all’epoca in servizio alla Squadra Mobile di Latina, che ha partecipato alle indagini.

IL PROCESSO “DIRTY GLASS” – Un processo di rilievo, scaturito da una indagine imponente della Direzione Distrettuale Antimafia di Roma e della Squadra Mobile di Latina, che, come scritto in questi anni più volte, è arenato, tanto che nell’ultima udienza (non) celebrata a settembre, lo stesso presidente del terzo collegio del Tribunale di Latina, Mario La Rosa, ha esclamato la frase inequivocabile: “Dire che è bloccato è poco”.

Ad essere imputati, oltreché all’imprenditore, Luciano Iannotta, ci sono quelli che, dalla Direzione Distrettuale Antimafia e dalla Squadra Mobile di Latina, sono ritenuti essere i suoi sodali di un tempo, tra affari, malavita, criminalità organizzata e persino servizi segreti: Luigi De Gregoris, Antonio e Gennaro Festa, i carabinieri Alessandro Sessa e Michele Carfora Lettieri, Pio Taiani e Natan Altomare. Parti civili l’associazione antimafia “Antonino Caponnetto” e, per l’appunto, la curatela fallimentare della società “Global Distribution”.

I reati contestati, a vario titolo, sono molteplici: in materia fiscale e tributaria, violazioni della legge fallimentare, estorsione aggravata dal metodo mafioso, intestazione fittizia di beni, falso, corruzione, riciclaggio, accesso abusivo a sistema informatico, rivelazioni di segreto d’ufficio, favoreggiamento reale, turbativa d’asta, sequestro di persona e detenzione e porto d’armi da fuoco. Senza contare che uno dei reati più gravi contestati – il sequestro di persona – è già saltato per via della Legge Cartabia. Una legge che prevede la non procedibilità nel caso in cui non vi sia una querela della vittima, in questo caso delle due vittime.

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