DIRTY GLASS, IL TRIBUNALE MANDA GLI ATTI IN PROCURA: IANNOTTA OLTRAGGIOSO CON LA CORTE

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Luciano Iannotta
Luciano Iannotta

Operazione Dirty Glass, il processo che vede imputato l’imprenditore di Sonnino Luciano Iannotta prosegue

È ripreso il processo – dinanzi al terzo collegio del Tribunale di Latina, composto dai giudici La Rosa-Mongillo-Ciccone -, denominato “Dirty Glass” con il proseguo dell’esame del rappresentante della Ferrocem Prefabbricati di Latina (una società riconducibile alla galassia imprenditoriale dell’imprenditore di Sonnino, Iannotta), Vincenzo Cosentino, vittima di estorsione degli attuali collaboratori di giustizia Renato Pugliese e Agostino che gli chiesero di pagare 84mila euro. Il mandate di quell’estorsione, secondo la DDA, è Luciano Innotta, il principale imputato del processo.

A inizio udienza, l’avvocato difensore di Iannotta, Mario Antinucci, fa rilevare di come, per fatti inerenti al Ferrocem e in particolare modo la somma in questione di 84mila euro, il testimone ha patteggiato una pena per bancarotta e sconta una ulteriore condanna non ancora definitiva, entrambe disposte dal Tribunale di Latina. Il testimone sarebbe anche indagato per procedimento connesso. Eccezioni che il pubblico ministero della DDA di Roma, Francesco Gualtieri, chiede di rigettare, anche in ragione del fatto che l’esame del testimone è già ampiamente iniziato nella scorsa udienza. Dopo una camera di consiglio di circa mezz’ora, il Tribunale ha rigettato le eccezioni, dichiarando la posizione del testimone più prevalente come persona offesa che indagato o giudicato per procedimento connesso.

A luglio 2025, Pugliese aveva ragguagliato sulla estorsione commessa ai danni di Vincenzo Cosentino, originario della provincia di Catania, il quale, secondo Iannotta, era debitore con lui di 80.000 euro – invece, secondo Cosentino, lui trattenne una cifra di 84mila euro proprio perché non era stato pagato per la sua attività manageriale. Pugliese aveva spiegato, più generalmente, delle modalità con cui entrò in contatto con Luciano Iannotta: sia lui che Agostino Riccardo sarebbe stati mandati dall’imprenditore di Sonnino da Umberto Pagliaroli, il figlio del patron dell’ex azienda che si occupava di vetri, entrata nell’inchiesta “Dirty Glass” in quanto Iannotta è accusato di bancarotta. Secondo l’accusa nell’indagine della DDA di Roma e della Squadra Mobile di Latina, Iannotta, in concorso con altri imputati, si sarebbe procurato un ingiusto profitto recando un pregiudizio ai creditori della Pagliaroli Vetri.

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Nella scorsa udienza Vincenzo Cosentino ha confermato di essere stato vittima della estorsione da parte di Pugliese e Riccardo, per conto di Iannotta. “Ho fatto sempre il ragioniere e all’epoca dei fatti lavoravo presso lo studio di Fontenova. Conobbi Pugliese e Riccardo che si presentarono a casa mia chiedendo del denaro. Si sono presentati dicendomi che li mandava il signor Luciano Iannotta e io arei dovuto restituire il denaro. A loro ho dimostrato con documenti e fatti che quel denaro non dovevo restituirlo e ho fatto presente che quella società era fallita”.

Esaminato dal pm Gualtieri, Cosentino ha ricostruito la vicenda: “Ero a conoscenza che fossero persone poco gestibili e irrispettosi della legge. Riccardo mi disse che era qualche giorno che mi cercavano. Sapevo che appartenevano alla famiglia Di Silvio, leggendo tre giornali al giorno. Io ho incassato 84mila euro per aver venduto le quote della Ferrocem e nessuno poteva reclamare quel denaro. Ho convinto loro che il mandato che avevano avuto era fasullo. A quel punto mi hanno detto che loro avevano avuto delle spese e ho chiesto loro quanto era il compenso per aver agito. Mi hanno chiesto 2mila euro. Ero stato intimorito e per questo decisi di chiudere la questione subito, pagando”.

Dopo aver versato quei mille euro, Pugliese e Riccardo si ripresentarono altre volte per chiedere soldi: “Io telefonai a Fontenova e gli dissi di quello che stava avvenendo, dicendo che sarei andato alla Procura della Repubblica”. In un’altra circostanza, “m diede fastidio una volta che alle dieci di sera stavano suonando insistentemente a casa. Fu mia figlia a casa ad avvertirmi e la feci portare via. Chiamai Renato Pugliese e gli dissi che non avevano avuto rispetto”. Infine, ci fu un ultimo avvertimento: “Dissi loro che ero molto arrabbiato e da quella volta non vennero più”.

Dopo quanto accaduto, “Iannotta mi chiamò e mi disse che io gli avevo fregato 84mila euro dalla vendita della Ferrocem. In quel momento ero amministratore della Ferrocem Presagomati”. Cosentino, che ha ammesso di essere stato amministratore fittizio, ha raccontato di aver risposto ad una domanda di Iannotta che gli chiedeva se fosse stato interrogato dalla Questura di Latina: “Dissi che la Squadra Mobile stava facendo accertamenti sulla Ferrocem”.

Il testimone ha relazionato sulla sua attività di amministratore per conto di altre persone, come, ad esempio, il commercialista Paolo Fontenova “che mi disse che non voleva avere a che fare con Iannotta”. Quando Cosentino vendette le quote ricavando 84mila euro, trattenne i soldi perché era da tempo che reclamava i soldi per la sua attività: “Fatturai tutto e esposi anche al figlio di Fontenova se gli risultava che io avessi lavorato per compiti congrui ai soldi che avevo trattenuto. Lui mi rispose: “Enzo, ti sei preso pure poco”.

Oggi, 17 aprile, Cosentino ribadisce che alla Ferrocem entravano flussi di denaro consistenti da migliaia di euro e che, nel giro di poco, venivano girati a fornitori di cui lui non conosceva l’esistenza: “Erano società cartiere – dice Cosentino – Iannotta aveva la capacità di polverizzare i soldi”. E sulla Ferrocem: “Ero un prestanome di quella società per conto di Fontenova e Iannotta”. Dopo la fine dell’esame del pm Gualtieri, è iniziato un lungo contro-esame della difesa di Iannotta, composta anche da un altro legale. Ore di domande che hanno tentato di far emergere l’inattendibilità del testimone e la compartecipazione alle operazioni che venivano fatte da Iannotta, cercando di far cadere l’assunto che il medesimo Iannotta disponesse di diversi prestanome per amministrare la sua galassia societaria.

Dopo il contro-esame, Luciano Iannotta ha rilasciato le ormai solite dichiarazioni spontanee, spiegando di aver aiutato la Ferrocem quando il proprietario effettivo si era ammalato. Alla fine delle sue dichiarazioni, di nuovo Iannotta annuncia querela contro qualcuno: stavolta il bersaglio è il testimone appena finito di ascoltare, Vincenzo Cosentino. Secondo Iannotta, inoltre, a Perugia, per via delle sue denunce, ci sarebbero fascicoli d’indagine aperti contro poliziotti, giudici e pubblici ministeri. Alla fine, il presidente del collegio del Tribunale, Mario La Rosa, ha disposto la trasmissione delle dichiarazioni in Procura per quanto riguarda Vincenzo Cosentino accusato di diffamazione da Iannotta, ma soprattutto ha disposto che le stesse dichiarazioni dell’imputato siano trasmesse alla medesima Procura, in relazione alla parte in cui Iannotta “vuole che in quest’aula sia ripristinata la legalità per valutare l’oltraggiosità”.

Il processo riprenderà il prossimo 8 maggio quando verrà esaminato uno degli investigatori, all’epoca in servizio alla Squadra Mobile di Latina, che ha ha avuto un ruolo centrale nell’informativa finale.

IL PROCESSO “DIRTY GLASS” – Un processo di rilievo, scaturito da una indagine imponente della Direzione Distrettuale Antimafia di Roma e della Squadra Mobile di Latina, che, come scritto in questi anni più volte, è arenato, tanto che nell’ultima udienza (non) celebrata a settembre, lo stesso presidente del terzo collegio del Tribunale di Latina, Mario La Rosa, ha esclamato la frase inequivocabile: “Dire che è bloccato è poco”.

Ad essere imputati, oltreché all’imprenditore, Luciano Iannotta, ci sono quelli che, dalla Direzione Distrettuale Antimafia e dalla Squadra Mobile di Latina, sono ritenuti essere i suoi sodali di un tempo, tra affari, malavita, criminalità organizzata e persino servizi segreti: Luigi De Gregoris, Antonio e Gennaro Festa, i carabinieri Alessandro Sessa e Michele Carfora Lettieri, Pio Taiani e Natan Altomare. Parti civili l’associazione antimafia “Antonino Caponnetto” e, per l’appunto, la curatela fallimentare della società “Global Distribution”.

I reati contestati, a vario titolo, sono molteplici: in materia fiscale e tributaria, violazioni della legge fallimentare, estorsione aggravata dal metodo mafioso, intestazione fittizia di beni, falso, corruzione, riciclaggio, accesso abusivo a sistema informatico, rivelazioni di segreto d’ufficio, favoreggiamento reale, turbativa d’asta, sequestro di persona e detenzione e porto d’armi da fuoco. Senza contare che uno dei reati più gravi contestati – il sequestro di persona – è già saltato per via della Legge Cartabia. Una legge che prevede la non procedibilità nel caso in cui non vi sia una querela della vittima, in questo caso delle due vittime.

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