Arrestati i presunti mandanti dell’omicidio di Fabrizio Piscitelli, alias Diabolik, noto capo ultras della Lazio ucciso al parco degli Acquedotti di Roma il 7 agosto del 2019. Il mandante apicale, come noto, sarebbe Michele Senese, storico capo dell’omonimo clan: secondo gli inquirenti avrebbe dato il via libera preventivo all’uccisione di Piscitelli.
Per il gip sarebbe stata un’azione con metodo mafioso finalizzata ad agevolare il clan Senese, “padrone” nell’area in cui il delitto è stato consumato. All’origine, un accordo tra diversi gruppi criminali romani, volto a tutelare i rispettivi interessi nel traffico di droga, in particolare nella zona della Tuscolana, a sud-est di Roma.
Con Senese sono finiti così in carcere altri nomi noti della criminalità romana: in primis Leandro Bennato che avrebbe pianificato la logistica dell’omicidio e scortato il killer Raul Esteban Calderon a bordo di uno scooter rubato. Per il delitto, però, Calderon è stato assolto in Corte d’Appello.
Il ruolo di gancio e mandante, secondo le indagini, sarebbe stato ricoperto da Alessandro Capriotti, noto broker di cocaina. Sarebbe stato lui a fissare un appuntamento fittizio con Piscitelli presso la panchina del parco di via Lemonia alle 19 del 7 agosto 2019, attirandolo nel luogo prestabilito. Lì l’assassino gli si avvicinò fingendosi un runner e lo uccise con un colpo di pistola alla testa.
Il contrasto tra Alessandro Capriotti e il gruppo capeggiato da Piscitelli risalirebbe a due distinte truffe commesse da Capriotti (soprannominato “il Fornaro” o “il Miliardero”) nell’acquisto di cocaina da fornitori albanesi nel 2016 e nel 2018. Piscitelli, legato proprio al gruppo albanese, entrò nella vicenda chiedendo con la forza il pagamento di un debito non onorato di 300mila euro. Il 23 febbraio 2019 a Rocca di Papa, Arindi Boci ed Enea Carka, su mandato di Piscitelli, avrebbero poi commesso un attentato intimidatorio con colpi di Kalashnikov contro la porta d’ingresso della villa di Capriotti, dove in quel momento c’era sua figlia minorenne. A quel punto, Capriotti avrebbe chiesto a un altro nome noto della mala romana, Giuseppe Molisso, l’uccisione del rivale. Dopo l’omicidio di Diabolik i suoi “fedelissimi”, legati a loro volta all’albanese Elvis Demce, avrebbero cercato vendetta, tentando di uccidere Molisso e Bennato, insieme ad altre persone a loro vicine.
A dare importanti conferme al quadro criminale è un personaggio che non ti aspetti. Si tratta del 37enne pontino, Nabil Salami, arrestato nell’operazione antimafia “Assedio” e genero del boss apriliano Patrizio Forniti. Parlando in carcere, a Lecce, con Vincenzo Senese, figlio del boss Michele Senese, l’apriliano accoglie le confidenze del potente rampollo della camorra romana e dimostra di essere a suo agio con ciò che è successo a Fabrizio Piscitelli detto “Diabolik”.
Nabil Salami, di origine marocchina, ma nato a Cori, per poi trasferirsi prima a Latina e infine ad Aprilia, è un personaggio piuttosto radicato nella malavita pontina, forte del suo legame con il boss Patrizio Forniti. Specializzato nel riciclaggio d’auto e imputato in diversi processo, tra cui quello imponente di “Assedio”, Salami parla a tu per tu con Vincenzo Senese. Intercettato dice a Senese: “Diabolik se lo sono bevuto”. Fabrizio Piscitelli, infatti, sarebbe stato ucciso perché aveva deciso di violare le regole non scritte dello smercio di droga, non pagano la quota ai Senese. Diabolik avrebbe violato le regole a causa del fatto che, in quel momento, Giovanni De Salvo, uomo fidatissimo di Senese, si trovava in carcere. Anche Salami ammette, spiegando di aver dato soldi a De Salvo: “Io gli ho dato 250mila euro, però 80mila euro portameli subito che glieli devo alla moglie”. Per moglie si intende la moglie di Michele Senese che, pur seppellito in carcere, continuerebbe a ricevere soldi a palate dai diversi narcos dell’area romana, pontina e oltre. Nel corso del dialogo intercettato tra Vincenzo Senese, Nabil Salami e un altro detenuto, il filgio del boss conferma: “O paghi o mori”.
I legami di Vincenzo Senese con l’area apriliana erano emersi, peraltro, nel filone romano di Assedio, nell’ambito del quale è stato rinviato a giudizio. inoltre, già nell’inchiesta antimafia “Tritone”, veniva alla luce l’interessamento di Fabrizio Piscitelli per un locale ad Anzio. L’ultrà della Lazio e narcotrafficante si sarebbe rivolto alla locale di ndrangheta di Anzio/Nettuno dopo un tentativo di estorsione presso il bar che deteneva ad Anzio, il “Marron Five”.
