Fontana Formia

DAL CLAN ZAGARIA AI DOMICILIARI “FACILI”, LA CAMORRA SCEGLIE FORMIA

in Giudiziaria

Il 47enne, originario di San Cipriano D’Aversa, Carlo Fontana, dovrà rimanere in carcere e non potrà tornare agli arresti domiciliari nell’appartamento dove si trovava in affitto a Formia, nei pressi della stazione, e nel quale stava scontando una pena confermata in Appello a 4 anni e 6 mesi di reclusione. L’uomo era stato arrestato dai carabinieri del Ros e dagli agenti della squadra mobile di Caserta nel marzo del 2016 per associazione camorristica al clan dei casalesi, nel gruppo del Boss Michele Zagaria.

A sinistra Giovanni Garofalo e a destra Giuseppe Garofalo

La Corte di Cassazione ha ritenuto inammissibile il ricorso proposto da Fontana per tornare ai domiciliari e, con una sentenza arrivata nel marzo scorso, ha dunque confermato l’aggravamento della misura cautelare decisa dal Tribunale di Napoli nell’ottobre del 2017. E questo perché secondo la Corte, a Formia, Fontana stava scontando una pena piuttosto comoda, e comunque senza alcun rispetto per le restrizioni. Infatti l’uomo era solito allontanarsi dalla propria abitazione, andare a comprare il giornale e fermarsi a parlare con altre persone, come e quando voleva senza autorizzazione. Tutto documentato in video e foto effettuate da altri cittadini formiani con il proprio telefono cellulare.

Lo stesso Fontana e i suoi difensori hanno proposto il ricorso alla Suprema Corte, affermando che la data riportata dai file digitali non era quella di creazione dello stesso file bensì quella generata dal sistema operativo di gestione dei download, e che quindi le uscite documentate erano invece corrispondenti alle autorizzazioni ottenute. Tuttavia la Corte ha precisato che La discrasia evidenziata dalla difesa è stata ritenuta irrilevante al fine di mettere in discussione la data di creazione dei filee, quindi, l’accertamento della data delle riscontrate violazioni, accertamento che nell’ordinanza del 13 ottobre 2017, e nella precedente ordinanza del Tribunale, era stato fondato sia sulla prova dichiarativa, costituita dalle dichiarazioni rese al riguardo dalla vicina del Fontana, autrice delle riprese e delle foto, sia sulla compiuta verifica che, in relazione alle date così ricostruite, non risultavano autorizzazioni del Fontana ad allontanarsi dall’abitazione ove era ristretto”.

Fontana – che si trovava agli arresti domiciliari in un appartamento di proprietà dell’ex consigliere comunale formiano e dirigente dell’Msi, l’avvocato Franco Melisurgo (il figlio Giulio è un chirurgo di fama mondiale autore di una delicata operazione a Silvio Berlusconi) – era stato arrestato nel 2016 perché ritenuto incaricato per conto di Giovanni e Giuseppe Garofalo, di cui era cognato, di gestire il monopolio dei centri scommesse e delle videolottery tra Casapesenna, San Marcellino e Trentola Ducenta. Carlo Fontana era gestore di una serie di società nel settore delle scommesse per conto del clan, il quale, grazie ad imprenditori e commercianti legati al boss Michele Zagaria, controllava sale giochi e centri scommesse, imponendo loro in esclusiva, le slot machines in alcuni Comuni della provincia di Caserta. Ricostruzione che ha portato a un decreto di sequestro preventivo di beni mobili e immobili per un valore di circa 1 milione di euro. Inoltre, durante le indagini, nell’abitazione di Fontana (non a Formia) dove questi viveva insieme alla moglie Maria Maddalena Garofalo, sorella appunto di Giuseppe e Giovanni, gli inquirenti hanno trovato una dettagliata contabilità sulle entrate e le uscite di bar, sale da gioco e centri scommesse, ma anche altri dettagli del patto stretto col clan, come quello per il quale l’uomo doveva corrispondere ad Attilia Zagaria, moglie di Giovani Garofalo per cui lavorava, nonché sua cognata, la somma di circa 3 mila euro al mese.

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