CLAN CIARELLI, IL TESTIMONE ERA PRESENTE MA NEGA: “FORSE AVEVO BEVUTO ED ERO SU DI GIRI”

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Il profilo Facebook Purosangue Ciarelli con cui Carmine detto Prochettone avrebbe inviato messaggi intimidatori alle vittime di usura ed estorsione

Clan Ciarelli: altre testimonianze in Tribunale, ad essere ascoltati diverse vittime del sodalizio di origine rom

Un processo che, come tutti quelli in cui sono coinvolti i clan cittadini di Latina, presenta involontarie scene grottesche con testimoni che, pur di non ammettere di avere avuto paura, arrivano a dire di essere stati ubriachi sul luogo di lavoro. È successo oggi, 27 ottobre, davanti al collegio presieduto dal Giudice Gian Luca Soana – a latere i giudici Velardi e Coculo -, dove è ripreso il processo presso il Tribunale di Latina che vede sul banco degli imputati quasi tutti i maggiori appartenenti del clan del Pantanaccio: i Ciarelli.

Archiviato il rito abbreviato che si è celebrato davanti al giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Roma che ha emesso la condanna a 9 anni per il giovane rampollo più violento del clan, Roberto Ciarelli, figlio di “Furt”, a Latina sono sfilati diversi testimoni interrogati dal Pubblico Ministero Valentina Giammaria (in sostituzione temporanea del Pm Luigia Spinelli) e contro-esaminati dal collegio difensivo composto dagli avvocati Montini, Forte, Carradori, Vittori, Vasaturo, Farau, Nardecchia, Coronella e Palmiero.

Il processo, come noto, è quello derivante dall’operazione “Puro Sangue” della Direzione Distrettuale Antimafia di Roma e della Squadra Mobile di Latina finalizzata a giugno 2022, che contesta al clan Ciarelli (e ad altri soggetti slegati dal sodalizio rom o comunque membri di altre congreghe mafiose) reati aggravati dall’associazione mafiosa. Sul banco degli imputati, ci sono personaggi di rilevante caratura criminale come Carmine Ciarelli detto “Porchettone” e suo fratello Ferdinando Ciarelli detto “Furt”. Tra i reati più rilevanti varie vicende di estorsione, violenza privata, danneggiamento, usura. Dieci in tutto gli episodi estorsivi raccolti dagli investigatori e finiti nel processo.

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Nel processo con rito ordinario, alla sbarra ci sono dieci degli arrestati, inclusi Carmine e Ferdinando “Furt” Ciarelli. Gli altri sono Manuel Agresti, Matteo Ciaravino, Antoniogiorgio Ciarelli, Ferdinando “Furt” Ciarelli, il 25enne Ferdinando Ciarelli, Ferdinando Ciarelli detto “Macu”, Pasquale Ciarelli e Rosaria Di Silvio. 

Meglio iniziare dalla fine per una udienza fiume iniziata la mattina e finita nel pomeriggio. A testimoniare un giovane che ha lavorato per un solo giorno presso uno dei locali della movida pontina, proprio nella zona pub.

Il ragazzo è stato chiamato a testimoniare perché ha visto direttamente una prepotenza compiuta da Roberto Ciarelli, la cui posizione è stata già stata giudicata col rito abbreviato a Roma. Una circostanza che ha fatto sì che la difesa contestasse proprio la testimonianza del giovane: non doveva proprio essere chiamato, hanno sostenuto gli avvocati. Ad ogni modo, se la testimonianza del ragazzo non servirà molto ai fini processuali, è esemplificativa di un certo modo/mondo latinense.

Non fa una piega il ragazzo. Quando il Pm gli chiede se ricorda qualcosa di quel giorno, lui dice che è andato tutto bene e hanno finito con gli altri colleghi di pub davanti a una birra. E sulle violenze messe in atto da Roberto Ciarelli, che è entrato nel locale prendendo un cocktail (“Schiava, famme sto cocktail e zitta”, avrebbe detto alla barista), per poi prendere a calci il titolare? Niente, il ragazzo non ricorda niente.

E quando il Pm gli mostra un video (quello delle telecamere della video-sorveglianza interne al locale) in cui c’è proprio lui che assiste alla scena violenta, il giovane quasi imbambolato afferma: “Ero su di giri, avevo bevuto”. Alla domanda del Presidente del collegio, Gian Luca Soana, che gli chiede se sul luogo di lavoro si poteva bere, il ragazzo risponde che durante quella giornata, essendo in un pub, il titolare offriva ai dipendenti i drink. “Chissà quindi gli avventori come stavano”, commenta sardonicamente il giudice.

Insomma, quasi disarmante come testimonianza che, sotto la patina di una scena obiettivamente comica, nasconde la paura di dover raccontare fatti che riguardano un giovane violento come il 27enne Roberto Ciarelli il quale, da anni, ha terrorizzato una generazione. La sua, quelle che oggi ha tra i 20 e i 30 anni.

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Prima di questa testimonianza imbarazzante, avevano parlato diversi altri testimoni, come la madre di Massimiliano Tartaglia, altro soggetto noto alle cronache giudiziarie per vicende di spaccio di droga, la quale ha spiegato di come dovettero pagare, insieme alla figlia, il debito contratto dal medesimo Tartaglia: “Gli abbiamo dato 2500 euro, loro avanzavano una somma e volevano il doppio, il triplo”. A pretendere i soldi, Pasquale Ciarelli detto il “cinesino”.

Tuttavia, come spesso capita, anche la signora ha spiegato che no, loro non avevano paura: “Abbiamo pagato chiedendo un prestito a una finanziaria, ma mio figlio non ha mai avuto problemi con i Ciarelli“. Un gesto quasi naturale, istintivo, quello di minimizzare. È così in questo processo, così come in quelli dei Di Silvio, dei Travali eccetera.

A parlare in qualità di testimone anche Paolo Dalla Libera, altro soggetto noto con precedenti per droga e truffe. La casa della madre di Dalla Libera, a Borgo Santa Maria, fu destinataria di un attentato a giugno 2020: raggiunta da alcuni spari. Secondo gli inquirenti, il fatto è riconducibile a Manuel Agresti, denunciato da Dalla Libera insieme a Renato Pugliese, Paolo Peruzzi e Andrea Pradissitto per una estorsione compiuta addirittura nel 2007.

Una ritorsione bella e buona per la Procura, non per Dalla Libera che pur confermando gli spari ha spiegato che non ha mai avuto problemi con Agrresti il quale era sì presente nel momento delle minacce patite 16 anni fa, ma non era aggressivo. Questa è stata la versione di Dalla Libera il quale, tuttavia, dopo essere finito in carcere per questioni di droga, non se la passò molto bene.

“All’inizio, nel carcere di Cassino, mi volevano tutti bene, poi arrivò un biglietto in cui c’era scritto che io ero l’infame che aveva fatto arrestato Pugliese, Pradissitto, Peruzzi e Agresti e da lì iniziò l’inferno”. Dalla Libera fu picchiato dagli altri detenuti che gli sputavano addosso e gli spegnevano le cicche di sigaretta sulle braccia. Mesi di incubo che, però, secondo il testimone, non furono provocati da Agresti, imputato per gli spari a casa della madre. E chi aveva scritto quel biglietto? Mistero.

Successivamente, ad essere ascoltati, anche i titolari dello stabilimento balneare di Terracina “Rive di Traiano nel quale, a giugno 2020, il 25enne Ferdinando Ciarelli, avrebbe commesso, secondo l’accusa, i reati violenza privata e danneggiamento. Il giovane avrebbe minacciato un addetto alla vigilanza: “Tu non sai chi sono io…vado a prendere il fucile e gli sparo…mi devi chiedere scusa in ginocchio perché se non lo fai ti sparo con il fucile…la tua famiglia piangerà un morto“. I fatti non furono denunciati dalle vittime, evidentemente assoggettate dalla fama criminale del nome Ciarelli; così come non furono denunciate le circostanze per cui Ferdinando Ciarelli, dopo aver picchiato un uomo presente nello stabilimento, avrebbe preso a calci una fioriera danneggiandola.

Infine, a testimoniare, il rappresentante legale di una società edilizia che, secondo l’accusa, è stato estorto da Carmine Ciarelli, Pasquale Ciarelli, Ferdinando Ciarelli detto “Furt” e Antoniogiorgio Ciarelli. A fronte di un contesto obiettivamente ostico, l’uomo, oggi, ha negato di essere stato minacciato, né ha avuto paura. “Mia moglie la prese a ridere quando mi chiesero dei soldi”. Solo che, gli ricorda l’accusa, lui e la stessa moglie erano soliti andare via da Latina, anche senza meta, pur di non trovarsi nella stessa città dei Ciarelli.

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