CHIOSCHI MAFIOSI, I TESTIMONI SMEMORATI. UNO DI LORO SI DÀ DEL MATTO: “HO DICHIARATO COSÌ PERCHÈ ERO FUORI DI TESTA”

Il banner della campagna contro la nuova assegnazione del primo chiosco partita nel 2016. Come noto il primo chiosco è stato gestito per anni dalla famiglia Zof
Il banner della campagna contro la nuova assegnazione del primo chiosco partita nel 2016. Come noto il primo chiosco è stato gestito per anni dalla famiglia Zof

Primo chiosco sul lungomare di Latina, il processo antimafia prosegue con l’esame di altre vittime dei comportamenti della famiglia Zof

Prosegue il processo, dinanzi al primo collegio del Tribunale di Latina, composto dalla terna di giudici Sinigallia-Brenda-Naldi (due giudici su tre sono cambiati), che ha all’oggetto principale le minacce per il predominio dei chioschi sul lungomare di Latina e, in subordine, alcuni episodi di estorsioni e spaccio di droga consumatisi a Latina. Il processo deriva dall’indagine della Squadra Mobile di Latina coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia. Undici gli imputati: Alessandro, Fabio e Maurizio Zof, Giovanni Ciaravino, Davide Facca, Corrado Giuliani, Franco Di Stefano, Alessio Attanasio, Pasquale Scalise, Ahmed Jeguirim e Christian Ziroli.

Parte civile il Comune di Latina per tre capi d’imputazione in cui sono contestati reati (per turbativa d’asta col metodo mafioso) agli imputati principali: Alessandro e Maurizio Zof. Il collegio difensivo è composto dagli avvocati Giancarlo Vitelli, Alessia Vita, Sandro Marcheselli, Stefano Iucci, Giovanni Codastefano, Luca Amedeo Melegari, Francesco Vasaturo, Giovanni Capozio, Marco Lucentini e Moreno Gullì. A rappresentare l’accusa è il pubblico ministero della Direzione Distrettuale Antimafia di Roma, Francesco Gualtieri.

A luglio è iniziato il processo, che pone al centro le intimidazioni dei Zof nei confronti dei concessionari balneari sul lato B del lungomare di Latina, con l’escussione di diversi testimoni, gestori e partecipanti alle gare per la concessione dei chioschi. Lo scorso 11 novembre, sono stati ascoltati alcune persone che si sono interessati alla gestione dei chioschi sul lungomare. Testimonianze zoppicanti, infarcite di “non ricordo” e opacità, frammista a omertà, rispetto alla famiglia Zof e alla loro capacità intimidatoria. Il processo è continuato lo scorso gennaio con l’escussione di altri concessionari di chioschi sul lungomare di Latina, tra cui l’ex assessore della Provincia di Latina, Giuseppe Pastore. Anche oggi, i testimoni non hanno ricordato, sminuendo la capacità intimidatorio della famiglia Zof.

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Il primo a testimoniare nella giornata di oggi, 10 marzo, uno chef che gestisce un ristorante sul lungomare di Latina, il quale aveva partecipato insieme a due imprenditori, poi rinunciati, alla gara per la concessione del primo chiosco di Latina, quello afferente al progetto “Latinadamare” e per tanti anni ad appannaggio della famiglia Zof. L’uomo ha detto solo di aver avuto un litigio nel 2013 con Alessandro Zof e Giovanni Ciaravino presso il locale “I Gufi” di Latina: “Fu una ragazzata, presi due schiaffi e finì lì”.

Per quanto riguarda il bando per il primo chioscho, lo chef ha spiegato di aver collaborato per un breve periodo con i due imprenditori, dopodiché si è defilato cominciando a gestire unicamente il suo attuale ristorante. Sia lo chef che il secondo testimone, imbeccati dal pubblico ministero, hanno detto di aver sentito solo dai giornali che ci co sono stati alcuni problemi sull’assegnazione. Per tutti e due erano “cose lette sul giornale, al massimo voci di popolo”. Fatto sta che il secondo testimone, imprenditore nel settora balneare, rinunciò insieme all’ex assessore Pastore al primo chiosco: “Io personalmente non ho avuto minacce in relazione al primo chiosco”.

Il terzo testimone di giornata è un uomo che è stato estorto per un debito di droga in ben tre circostanze da diversi imputati del processo. Il pm Gualtieri nota che il testimone trema: nella scorsa udienza non si è presentato e ha subito l’accompagnamento coattivo dei Carabinieri. Davanti a lui c’è Ciaravino: è l’uomo che lo avrebbe picchiato selvaggiamente, tanto che prima di essere esaminato il medesimo Ciaravino si è alzato e si seduto al primo banco degli imputati, di fianco al suo avvocato.

Lo scorso gennaio, tra i testimoni ascoltati anche la madre e la ex comapgna dell’uomo estorto per il debito di droga contratto con Alessandro Zof e Corrado Giuliani. Tra i capi d’imputazione, la stessa vittima sarebbe stata estorta anche da altri due imputati e in distinte circostanze: Franco Di Stefano e Giovanni Ciaravino.

L’uomo ammette di essere stato tossicodipendente di cocaina, e in parte hashish e alcol e di aver contratto debiti. “Ho cercato di pagare i miei debiti lavorando. Quando uno fa uso di cocaina, si sente perseguitato e alcune volte anche se non c’era pressione, mi sentivo minacciato. Quando mi sono disintossicato, ho pensato che fossi stato esagerato”.

Ma il pm Gualtieri contesta le dichiarazioni rese dal testimone alla Squadra Mobile: “Ho contratto debiti per decine di migliaia di euro con diversi soggetti e questi hanno aumentato quanto gli dovevo”. Ma il testimone, oggi, nega: “Ero droga e ho esagerato”. Nessuna accusa nei confronti dei suoi possibili aguzzini. “Ho avuto dissidi con le persone con cui ho contratto i debiti. Ma non ricordo episodi in cui sono stato aggredito”. Una versione completamente asimmetrica con quanto dichiarato dalla ex companga.

“È successo che una volta da Acqua e Sapone, Franco Di Stefano mi diede uno schiaffo, ma lo fece per una risposta sbagliata che ho dato io, non per la droga”. Il pm Gualtieri gli contesta quanto da lui raccontato alla Squadra Mobile: l’uomo dichiarò, a ottobre 2021, di di essere stato schiaffeggiato da Di Stefano per un debito di cocaina, mentre stava attendendo la ex compagna che faceva compreae nel negozio. Il testimone nega, pur sollecitato dal pubblico ministero.

Dopodiché, una mezza ammissione. “Una volta venne Corrado Giuliani e mi chiese soldi che dovevo ad Alessandro Zof, in relazione alla droga”. Alla Squadra Mobile, l’uomo dichiarò che il debito da 600 euro era lievitato a 1500 euro. Ma il testimone tende sempre a ribadire che “all’epoca ero fuori di me”, eppure, rispetto a circostanze sollevate dal pm, dice di non ricordare niente.

In un altro frangente, il testimone dichiarò alla Polizia che “Giuliani mi contattò mentre lavoravo a Ventotene e mi disse che dovevo restituire i soldi e fare il bravo”. Tuttavia, oggi, 10 marzo, l’uomo non ricorda nulla. Il pubblico ministero continua a ricordare al testimone le sue dichiarazioni alla Squadra Mobile, in cui spiegava che aveva smesso di acquistare droga da Giuliani perché era solito aumentare le richieste di denaro: “Ma io oggi non ricordo nulla, ero fuori di testa, sono stato anche arrestato per violenza domestica. Giuliani veniva da me per difendermi, ci sono cresciuto insieme. Io sono vittima di me stesso, non di altre persone”. Praticamente, Giuliani da imputato diventa una sorta di difensore del testimone. Una versione dei fatti completamente diversa, tanto che il testimone ai poliziotti aveva dichiarato di aver avuto paura di Giuliani, il quale avrebbe smesso solo perché “aveva paura di essere denunciato”

Anche per Zof, il testimone nega che lui lo abbia mai intimidito per il debito di droga “lievitato a 3mila euro”. Oggi, il testimone dice: “Forse Alessandro era arrabbiato, ma lo era perché non gli rispondevo al telefono”. Alla Squadra Mobile, l’uomo disse che “motivava le sue richieste di denaro perché stava per essere arrestato”; senza contare che “Giuliani mi fece intendere dell’appartenenza al clan a Latina sia suo che di Alessandro Zof”. Ma nell’udienza odierna, il testimone si dà del matto da solo: “Sono dichiarazioni di uno che stava fuori di testa”. L’unica circostanza che ricorda il testimone è che un uomo, non imputato, gli aveva prestato 1900 euro con un tasso di restituzione al 20%: “Mi fece pure spogliare perché aveva timore che avessi i microfoni. Temeva che lo stessi mettendo in mezzo e dovetti cambiare anche scuola a mio figlio perché continuava a minacciarmi”.

Per quanto riguarda un episodio capitato nella casa sul lungomare nel 2016, il testimone ammette che fu raggiunto da Giovanni Ciaravino, creditore di soldi: “Venne da me, era incazzato e scoppiò una rissa”. Nella scorsa udienza, la ex compagna aveva raccontato che l’uomo era stato picchiato selvaggiamente da Ciaravino. “Non ricordo che cosa voleva. Forse mi aveva dato del “fumo” che non avevo pagato”. Oggi, l’uomo spiega: “Conoscendo Giovanni, non si era arrabbiato per i soldi, ma perché non rispondevo al telefono. Non mi ha mai minacciato”. Le dichiarazioni rese alla Polizia furono di tutt’altro tenore, in quanto l’uomo aveva detto di temere che Ciaravino facesse male a lui e alla sua famiglia. Il testimone ribadisce: “Sono dichiarazioni di uno che stava fuori”.

In quella circostanza, datata 2016, Ciaravino, dopo che il testimone si era rifiutato di andare con lui, lo picchiò in casa, davanti alla ex compagna e a suo figlio. L’unica ammissione è di averle prese, dal momento che “Ciaravino è altro e robusto”. Ma sui motivi di tanta violenza, la chiusura del testimone è totale, pur ammettendo di aver pagato il debito con Ciaravino. Un debito imprecisato di cui il testimone non ricorda: “Non so se 80 o 1000 euro”.

Il testimone ribadisce, anche quando contro-esaminato dagli avvocati Vasaturo e Codastefano, che anche quando fu ascoltato dalla Squadra Mobile: “Ero fatto come una bestia. Le dichiarazioni che ho reso erano frutto dei mostri che avevo in testa”.

Finita la lunga testimonianza dell’ex tossicodipendente, è stata la volta di un carrozziere vittima, secondo la DDA, di un’estorsione da parte di Maurizio Zof, il gestore storico del Topo Beach e padre di Alessandro Zof. Secondo l’accusa, la moglie di Maurizio Zof avrebbe portato in carrozzeria, ubicata a Tor Tre Ponti, una Smart bianca, mettendo a disposizione un’altra auto da cui prelevare i pezzi di ricambio. Ne sarebbe nato un contenzioso sui soldi da versare per il servizio. Maurizio Zof avrebbe costretto i due carrozzieri, padre e figlio, ad omettere la richiesta del saldo del prezzo dei lavori di riparazione e delle spese sostenute per il trasferimento della seconda autovettura presso una ditta di autodemolizioni. Il carrozziere pagò 180 euro che, però, non gli furono mai rimborsati da Zof. “Io quei soldi non li ho più chiesti perché non mi andava di mettermi negli impicci”. E ancora, raccontando di quando arrivò in carrozzeria Maurizio Zof accompagnato da un’altra persona: “Ci fu qualche parola tra lui e me. Lui mi diceva se lo conoscevo, ma io non lo conoscevo. Eravamo entrambi alterati”.

In realtà, il carrozziere alla Polizia aveva raccontato tutt’altro: “Mi minacciò e disse che poteva spaccare tutto. In tale contesto, l’uomo si scagliava contro mio figlio e io, impaurito, mi sono messo in mezzo. Lui però ha continuato”. Sollecitato dal pm, l’uomo rintuzza e dice: “Non lo so, non ho tempo di ricordarmi queste cazzate. Le sue minacce, se l’ha dette, erano parole per l’aria. Alla fine non mi ha più dato i 180 euro, né io glieli ho più chiesti per quieto vivere”.

Ad essere esaminato anche il figlio del carrozziere, anche lui vittima delle minacce di Maurizio Zof. Il giovane ha confermato che non furono richiesti 180 euro per non avere i problemi con gli Zof.

Il processo riprende il prossimo 12 maggio con l’esame di altri testimoni della pubblica accusa. Calendarizzata sin da ora un’altra udienza a giugno.

IL PROCESSO E LE INDAGINI – A giugno 2024 furono in tutto dodici gli avvisi di conclusione indagine per il procedimento penale che il 30 gennaio 2024 si è concretizzato in otto misure cautelari nei confronti di altrettante persone per i reati di turbata libertà degli incanti ed estorsione aggravati dal metodo mafioso, diversi episodi di detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti, nonché per trasferimento fraudolento di valori.

Al centro dell’indagine sui chioschi, portata a termine dalla Squadra Mobile di Latina, il primo chiosco sul lungomare di Latina, lato Rio Martino, denominato ex Topo Beach; indagando gli investigatori hanno fatto emergere anche alcuni episodi di spaccio ed estorsione slegati dagli interessi della famiglia Zof sul litorale del capoluogo.

Ad essere raggiunti dall’avviso di garanzia anche gli unici a finire in carcere (per gli altri misure di domiciliari) lo scorso 30 gennaio: il 31enne Ahmed Jegurim e il 30enne Christian Ziroli che, però, non hanno nulla a che vedere con le trame che si sono svolte dietro l’assegnazione del primo chiosco sul lungomare di Latina: vale a dire il noto “Topo Beach” che, nel 2016, con l’avvento dell’amministrazione Coletta, fu rimesso a gara, dopo decenni. Per i due trentenni accuse di spaccio ed estorsione nell’ambito del mercato della droga.

Ai tre Zof sono contestati reati aggravati dal metodo mafioso, in ragione del legame che soprattutto Alessandro Zof, secondo la DDA, ha con il clan Travali/Di Silvio. Zof, come noto, è stato assolto nel processo Reset insieme a tutti gli altri imputati del clan Travali/Di Silvio accusati di aver messo in piedi un’associazione mafiosa dedita al narcotraffico.

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