ALLE PORTE DI GOMORRA: SANGUE, DROGA, ARMI E LATITANZA SUL LUNGOMARE DI SCAURI

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Dove finisce la finzione comincia la realtà. A pochi giorni dall’inizio della quarta stagione della celebre serie televisiva “Gomorra”, realtà e fantasia si mescolano nel Basso Lazio, e così, là dove sono state girate le scene delle ultime puntate della passata edizione, tra la spiaggia di sassolini e alcune attività commerciali, la violenza brutale dell’omicidio Campanale, e il contesto nel quale questa si è manifestata, si riconfermano elementi immancabili sulla scena a Scauri di Minturno, e sempre più frequentemente irrompono in una calma solo apparente, al pari della fiction che, da decenni, il giornalista e scrittore, Roberto Saviano, prima con l’omonimo best-seller e poi con il film, ha deputato a mezzo di divulgazione delle storie, degli affari e dei protagonisti della camorra e delle sue molteplici ramificazioni sociali, imprenditoriali e politiche, nazionali e internazionali. Non sappiamo se l’omicidio Campanale sia collocabile in questi ambienti legati al crimine organizzato e ai suoi business, solo il processo chiarirà l’origine del debito di 1500 euro che ha scatenato la furia omicida, certo è che l’efferatezza e la facilità con cui si uccide, si spara e ci si vendica, è sempre più inquietante.

Non è evidentemente casuale allora la scelta di girare alcune delle scene di Gomorra sul lungomare minturnese, corredando il climax di agguati, violenza sanguinaria, omicidi e con gli altri topos narrativi cari al crimine organizzato nostrano. Scauri è ormai da tempo un conclamato avamposto criminale dei clan Casalesi che, a ridosso tra Lazio e Campania, hanno designato i propri luoghi di residenza e di latitanza, occupando il litorale, imbastendo i propri traffici, ed imponendo il proprio potere e la violenza camorrista ogni volta che c’è n’è stato bisogno.

A sinistra Giovanni Morlando, a destra Andrea Casciello e al centro la vittima Igor Franchini

E allora l’omicidio efferato di Cristiano Campanale, protagonista e imprenditore della “movida” formiana, potrebbe essere considerato un fatto isolato o un raptus di brutale violenza scollegato dunque dal contesto socio-criminale dell’estremo sud della Provincia di Latina dove, esattamente dieci anni fa, ci fu un altro brutale omicidio, quello del ballerino Igor Franchini, ammazzato con 43 coltellate tra Scauri e Santo Janni e il cui cadavere fu poi dato alle fiamme. Una lunga storia giudiziaria che ha portato dopo svariati processi a riconoscere in Giovanni Morlando e Andrea Casciello i colpevoli dell’assassinio: trentamila euro per la fornitura di cocaina è stato il movente secondo le undici pagine della sentenza definitiva di condanna in Cassazione. Oppure la brutale uccisione di Campanale può avere altre letture? Circostanze, tempi e modalità sono differenti dall’omicidio Franchini, però trovano degli evidenti punti di contatto nell’efferatezza del crimine, nella volontà di uccidere, nella giovane età dei protagonisti. Resta ancora un grosso punto interrogativo riguardo al prestito di circa 1500 euro non restituiti: per cosa sono stati prestati? Certi debiti, se non estinti, per certi creditori, equivalgono alla morte, spesso cruenta. 

Giuseppe Brancaccio

Sarà chiaramente la magistratura ad accertare la verità processuale, ma è forse solo un caso se la conta dei morti per omicidio volontario avvenuti a Scauri di Minturno non è più lunga. Alla lista poteva essere aggiunto anche Massimiliano Flauto, il 29enne che il 28 aprile del 2015 fu gambizzato nel proprio ristorante – La Nueva Moet – con alcuni colpi di arma da fuoco esplosi dalla pistola di Giuseppe Brancaccio – poi condannato a 7 anni – che si inceppò quando l’allora 33enne tentò di sparare (arma risultata poi rubata) anche al fratello di Flauto (AGGIORNAMENTO. A questo proposito corre l’obbligo di precisare che l’autore del raid poi condannato è proprio Giuseppe Brancaccio, come nella foto accanto, e non il fratello Carmine, come erroneamente scritto in precedenza, il quale è stato totalmente scagionato da ogni accusa risultando del tutto estraneo ai fatti in oggetto. Ci scusiamo per l’errore). Tutto a causa di una lite degenerata quasi in tragedia. Nessun debito di droga, dunque, almeno secondo quanto raccontato da Brancaccio, ma le armi da fuoco sono in troppe tasche. E anche le modalità delle aggressioni e delle intimidazioni quasi sempre ricalcano i cliché mafiosi.

I fori dei pallettoni del fucile

Pistole e addirittura fucili sparano spesso da queste parti, troppo spesso. Come accaduto anche il 7 maggio del 2016 quando l’avvocato – e allora candidato sindaco della città di Minturno – Maurizio Faticoni, ritrova dei grossi fori provocati dall’esplosione di alcuni colpi di fucile a pallettoni contro il portone di ingresso della palazzina dove si trova il suo studio professionale. Appena due mesi prima, il 19 marzo, a pochi passi, viene esploso un colpo di fucile calibro 12 contro la vetrina dell’agenzia funebre La Primula di Francesco Cifonelli. Circa un anno prima un’altra agenzia, di proprietà del medesimo titolare, situata nel vicino territorio di Santi Cosma e Damiano, aveva subito la stessa sorte e un analogo atto intimidatorio.

Eppure nonostante tutto, si può pensare che Scauri e Minturno siano un contemporaneo Far West – e per certi versi è così – ma solo per qualcuno, per altri invece è un luogo per il proprio buen retiro, dove trovare la pace e la spensieratezza, sfuggendo con relativa serenità dalle manette e dalla giustizia. Come accaduto per il 32enne Gennaro Sorrentino, affiliato al clan Moccia, scovato dopo tre mesi di latitanza proprio a Scauri mentre stava tranquillamente pescando. E proprio a poche ore da quell’arresto, per la precisione il giorno successivo, la ex presidente della commissione antimafia in quota Pd Rosy Bindi, ospite della Festa Democratica a Formia, confermò l’emergenza a carattere nazionale che il sudpontino riveste ormai da tempo, caldeggiando una maggiore attenzione della Dda di Roma sul territorio ma anche delle comunità e delle istituzioni locali.

La Commissione regionale Antimafia riunita in una sala slot confiscata ad Ostia

Un appello rilanciato da un’altra commissione antimafia, un mese fa, quella regionale del Lazio, presieduta da Rodolfo Lena (Pd), e che una della componenti, Valentina Corrado (M5S), in occasione della lunga mattinata passata dalla Dda in Comune a Formia per acquisire documenti su alcuni appalti, ha chiesto di convocare al più presto, chiedendo l’audizione dei sindaci dei Comuni del sudpontino (compresa Minturno): “Come membro della commissione regionale antimafia – ha dichiarato – credo vada ulteriormente alzata la soglia di allerta verso il basso Lazio e le sue dinamiche criminali che troppo spesso si intrecciano alla vita civile. A questo proposito devo ricordare gli immancabili riferimenti alla presenza e alla capacità criminale delle mafie nel sudpontino, riportate nelle periodiche relazioni semestrali proprio della Dda, così come i reiterati approfondimenti dell’Osservatorio regionale contro le mafie capace di disegnare puntualmente ad ogni annuale rapporto una popolata geografia dei vari e numerosi sodalizi presenti sul territorio. Il Golfo di Gaeta poi, è da molti decenni non solo luogo di confino e domicilio coatto di famiglie di spicco della criminalità organizzata campana, ma è anche teatro di ripetuti arresti, sequestri, indagini, confische: una terra di confine dove – per usare le parole dell’ex Questore di Latina Giuseppe De Matteis –, operano mafie di serie A. Basti ricordare l’omicidio del boss Gaetano Marino a Terracina, la presenza della ‘Ndrangheta a Fondi, peraltro anche confermata da una sentenza della Corte di Cassazione”.

Senza perciò voler scomodare nuovamente le cronache romanzate di Gomorra, sono soprattutto le indagini giudiziarie degli ultimi decenni a raccontarci i principali affari dei clan, la droga, la politica, le estorsioni. Scauri in un contesto temporale molto ristretto, com’è pure il territorio sul quale si estende, registra una crescente frequenza degli episodi che meriterebbero maggiori approfondimenti, confermandosi un luogo di frontiera, non solo geografica, con la vicina Campania e quell’Alto Casertano patria della Gomorra Casalese, ma anche di frontiera tra esigenze diverse, dove da un lato il crimine che la popola cerca di preservarla dai riflettori ma, dall’altro, consapevole di non poter fare a meno del rumore che provoca regolare certi conti e certi equilibri sempre più spesso necessari per stabilire o ristabilire il predominio territoriale.

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