Violentata dall’uomo che aveva affittato l’appartamento a lei e al suo compagno: entra nel vivo il processo
Sono stati ascoltati diversi testimoni nel processo, dinanzi al secondo collegio penale del Tribunale di Latina, che vede alla sbarra S.K.A. (le sue iniziali), 50enne, imprenditore originario del Bangladesh, accusato di violenza sessuale nei confronti della donna a cui aveva affittato l’appartamento. L’uomo, difeso dagli avvocati Francesco Vasaturo e Amleto Coronella, a settembre scorso, è stato rinviato a giudizio dal giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Latina, Barbara Cortegiano.
A gennaio 2025, il procedimento aveva visto un incidente probatorio, davanti al giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Latina, Giuseppe Cario, in cui aveva parlato la vittima: si tratta di una donna di 31 anni, di nazionalità indiana, la quale sarebbe stata violentata dal 49enne. La 31enne, con l’aiuto di una traduttrice, era stata chiamata a testimoniare sulla circostanza di violenza sessuale accaduto in un appartamento ubicato nel quartiere di Campo Boario, a Latina.
A svolgere l’inchiesta, coordinata dal sostituto procuratore Giorgia Orlando, è stata la Squadra Mobile della Questura di Latina che ha raccolto le prove nei confronti del 50enne del Bangladesh che aveva affittato la casa alla donna e al suo compagno che ci vivevano con una bambina di appena due anni.
Sia la 31enne che il compagno sono braccianti agricoli con regolare permesso di soggiorno e avevano trovato quella casa, a Latina, grazie al bengalese di professione imprenditore agricolo. Al che, lo scorso febbraio 2024, l’episodio era stato denunciato dalla donna dopo che i poliziotti erano stati allertati da un medico del pronto soccorso del Goretti di Latina. Una circostanza confermata da uno dei poliziotti ascoltati oggi, 3 luglio, come testimone. A parlare per primo con i poliziotti è stato il compagno della donna la quale, una volta interloquito con i medesimi poliziotti, aveva detto che si sarebbe riservata se denunciare o meno: “Era sdraiata in ospedale e la stavano curando”, ha detto il poliziotto nel riferire le circostanze di quel giorno nel febbraio 2024.
Secondo la giovane, approfittando dell’assenza del compagno, il bengalese sarebbe entrato dentro l’appartamento costringendola ad avere un rapporto sessuale, davanti al bambino di due anni che dormiva nella culla. Dopo la denuncia alla Polizia, la donna era stata condotta all’ospedale Santa Maria Goretti. Dopodiché sono scattati tutti gli accertamenti del caso tanto che è il l’uomo era finito agli arresti domiciliari, mentre al momento è colpito dalla misura meno grave del divieto di avvicinamento.
La donna, nel corso della testimonianza in incidente probatorio, aveva ripercorso le fasi di quel giorno. Finì al pronto soccorso del Santa Maria Goretti in stato confusionale e ai sanitari raccontò di non aver urlato e opposto resistenza all’uomo per non svegliare la bambina che dormiva.
Trasferitasi nell’appartamento con il nuovo compagno dopo aver perso il marito, il bengalese, che si descrive come figura vicina all’imam locale, si sarebbe recato in casa, in quanto proprietario della stessa, per fare una riparazione. È lì che sarebbe avvenuto lo stupro, sebbene la ricostruzione sia stata messa in dubbio dai legali dell’uomo in quanto quest’ultimo ha negato da sempre ogni tipo violenza, che viene contestata in maniera aggravata per la presenza del minore (la bambina che dormiva in casa).
Ad essere escussa anche un’operatrice del centro anti-violenza di Latina “Donna Lilith”, contattata nel primo pomeriggio del giorno della violenza. L’operatrice, insieme ad una collega, ha dato assistenza alla donna nella stanza rosa dell’ospedale: “La donna aveva da poco subito la perdita del marito a causa di un malore. Non era molto collaborativa ed era reticente. Ci siamo avvalse di una donna che parlasse la sua stessa lingua”. Nell’immediatezza, come conferma l’operatrice, non volle formalizzare subito la querela nei confronti di chi l’avrebbe violentata: “Lei era molto spaventata e aveva paura che le fosse tolta la bambina. La donna non riusciva a collocare la violenza, né il giorno esatto né l’ora”. La donna, come ha spiegato l’operatrice, aveva spiegato che il marito assumeva droga e lei stessa aveva subito violenze dall’uomo deceduto. Ad ogni modo, il percorso con il centro “Donna Lilith” non si è mai attivato per la reticenza della vittima.
Ad essere escusso per ultimo il nuovo compagno della donna che, all’epoca della violenza sessuale, viveva già insieme alla vittima. I due si sono conosciuti sul luogo di lavoro e tuttora vivono insieme. Il nuovo compagno ha spiegato che la donna le aveva detto di essere stata picchiata e abusata dall’imputato. Una versione fortemente avversata dalla difesa che sostiene esserci, all’origine della vicenda, un contenzioso di natura economica.
Secondo la denuncia presentata dalla donna, l’imputato le avrebbe sbattuto la testa al muro per poi abusare di lei. Una ricostruzione negata dall’uomo che sostiene di essersi trovato a Londra sicuramente quando ha ricevuto la telefonata della donna e del suo compagno che lo accusavano di aver stuprato la medesima.
Il processo riprenderà il prossimo 26 gennaio con l’esame dell’imputato e dei testimoni della difesa.
