Accusato di aver utilizzato il cellulare quando si trovava detenuto in carcere: prosegue il processo per il collaboratore di giustizia, Vincenzo Palaia
Ha deciso di collaborare con lo Stato, il 45enne di Latina Vincenzo Palaia, il quale ha ammesso di aver mentito quando fu escusso nel processo Reset di cui si discute l’Appello a Roma e da quale lui non è stato ammesso come testimone dalla Corte d’Appello, nonostante la richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia.
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Lo scorso, 21 maggio, Palaia, video-collegato dal carcere in cui è detenuto, ha iniziato il processo come imputato, dinanzi al terzo collegio del Tribunale di Latina, presieduto dal giudice Mario La Rosa, in ragione di un processo in cui gli si contesta l’accesso indebito a dispositivi idonei alla comunicazione da parte di soggetti detenuti.
Co-imputati del 45enne, anche Nadia Montini e Manuela Liuzzi, rispettivamente di 44 e 35 anni, le quali devono rispondere di aver procacciato a favore di alcuni detenuti del carcere di Latina alcuni quantitativi di droga: quasi 4 grammi di eroina e circa 3 grammi di cocaina. In tutto, rispettivamente, 10 e 11 dosi. Inoltre le due donne devono rispondere di aver introdotto in Via Aspromonte, in data 28 agosto 2020, 10 grammi di hashish e poco più di un grammo di marijuana.
Palaia, difeso dall’avvocato Manfredo Fiormonti, è accusato di aver detenuto, sempre nel carcere di Latina, un cellulare. Due i fatti contestati risalenti al 24 ottobre 2020 e al 26 marzo 2021. Monti e Liuzzi sono difese dagli avvocati Zeppieri, Mancini e Liberale.
Il processo è stato rinviato a oggi, 22 ottobre. Ad essere escussi come testimoni due testimoni di polizia giudiziaria che, all’epoca dei fatti, erano operanti della Polizia Penitenziaria. Uno dei testimoni ha spiegato che l’indagine nacque da telefonata anonima la quale riferiva che nel carcere di Latina c’erano dei telefoni detenuti irregolarmente. Da quella segnalazione iniziarono le indagini e l’individuazione di tabulati telefonici che riconducevano spesso alla compagna di Palaia. Emerse che c’era un cellulare utilizzato promiscuamente da più detenuti per ricevere telefonate dall’esterno.
L’indagine proseguì facendo emerge che, nei cassonetti della spazzatura interni al carcere e vicini al confine con l’esterno, c’erano cellulari e droga avvolta in cellophane: cocaina, eroina, hashish e marijuana. Peraltro, come riferito dal secondo dei testimoni, furono mappati anche personaggi che si aggiravano fuori dal carcere, probabilmente per lanciare la droga o i cellulari all’interno della struttura di Via Aspromonte.
A margine dell’udienza odierna, Palaia ha rinunciato a rilasciare dichiarazioni spontanee su suggerimento del suo legale. Il processo riprenderà il prossimo 11 febbraio quando si dovrebbe arrivare alla sentenza finale.
