ASSEDIO BIS, LE MANI SU “GIOVANNINO”: “MARCELLO FUSCO ERA IL CAPO”

Il ristorante "Giovannino" in amministrazione giudiziaria dopo l'operazione "Assedio"
Il ristorante "Giovannino" in amministrazione giudiziaria dopo l'operazione "Assedio"

Prosegue il processo Assedio bis: si tratta dell’operazione che, a luglio 2024, aveva portato agli arresti l’ex sindaco di Aprilia, Lanfranco Principi

È incardinato dinanzi al terzo collegio del Tribunale di Latina, composto dai giudici La Rosa-Mongillo-Ciccone, il processo bis derivante dall’operazione Assedio, l’indagine che ha portato al commissariamento per mafia del Comune di Aprilia, con l’arresto dell’ex sindaco Lanfranco Principi, e, ora, a due processi. Il primo è già iniziato presso il secondo collegio del Tribunale di Latina, mentre il secondo ha visto il suo inizio lo scorso 23 aprile.

A luglio, di fatto, si è aperto il dibattimento. Il pubblico ministero della Direzione Distrettuale Antimafia di Roma, Alessandro Picchi, ha chiesto l’ammissione delle prove e dei testimoni di lista, riservandosi su ulteriore produzione documentale.

A decidere sul rinvio a giudizio degli imputati odierni era stato il giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Roma, Paola Della Monica, che, lo scorso 22 gennaio, aveva proceduto a definire il procedimento, stabilendo per Giuseppe Carannante e Nabil Salami, che avevano chiesto di essere giudicati col rito abbreviato, rispettivamente una condanna a 3 anni di reclusione e l’assoluzione.

Il pubblico ministero della DDA di Roma, Alessia Natale, aveva chiesto la condanna a 7 anni e 4 mesi per Carannante e l’assoluzione per il genero del bosso Patrizio Forniti, Salami, riportandosi per quest’ultimo alla pronuncia della Cassazione che aveva revocato l’ordinanza di custodia cautelare in carcere per i fatti contestati (il 36enne rimane in carcere perché detenuto in ordine al primo troncone dell’inchiesta Assedio).

In tutto, sono otto gli imputati nel secondo troncone della maxi inchiesta antimafia “Assedio” che, a febbraio 2025, portò all’emissione di nuove misure cautelari, dopo l’operazione del luglio 2024.

Devono affrontare il processo “Assedio bis” alcuni di coloro che sono considerati i sodali principali di Forniti e già a giudizio, a Latina, per il filone principale: Luca De Luca, l’imprenditore Marco Antolini, Luigi Morra e Antonio Morra. Rinviato a giudizio anche Antonio Fusco detto Zì Marcello, arrestato nuovamente lo scorso 25 novembre, per una tentata estorsione al ristorante “Giovannino” di Latina in amministrazione giudiziaria proprio perché sequestrato a febbraio scorso nell’ambito del secondo troncone di “Assedio”. A processo anche Andrea Sulthan Mohamed.

Il collegio difensivo è composto dagli avvocati Francesco Mercadante, Massimo Biffa, Massimo Frisetti, Giuseppe Cincioni, Donato Felline, Fabrizio D’Amico, Marco Franco, Pasquale Cardillo Cupo, Oreste Palmieri, Massimo Frisetti, Maurizio Romagna e Andrea Manasse. Parte civile l’associazione Caponnetto, rappresentata dall’avvocato Benedetta Manasseri.

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Fusco e Antolini devono rispondere di trasferimento fraudolento di beni aggravato dal medoto mafioso. Tra i sequestri eseguiti da Polizia e Carabinieri lo scorso febbraio, infatti, spiccava il noto ristorante “Giovannino” (il locale gestito ora da un amministratore giudiziario dal Tribunale) che si trova a Foce Verde, lungomare di Latina. L’imprenditore apriliano Marco Antolini, insieme ad Antonio Fusco detto “Zi’ Marcello”, è accusato di aver assunto di fatto la titolarità delle quote della società che gestisce il noto ristorante “Giovannino”, che si trova a Foce Verde sul lungomare di Latina. I due, già nel 2019, avrebbero lasciato solo fittiziamente la proprietà alle due donne che gestivano il ristorante, investendo 200mila euro anche attraverso la società apriliana Plastic srls. Fusco, peraltro, all’epoca dei fatti, che risalgono al 2019, doveva eludere la misura di prevenzione subita con il procedimento penale “Alba Pontina”, in cui era accusato di favoreggiamento al Clan Di Silvio di Latina. “Zì Marcello” avrebbe acquistato dal titolare storico il locale, esprimendo la volontà di nn comparire mai. Dopodiché sarebbe figurato nella qualità di dipendente.

Sempre Antolini e Fusco, in ragione del bisogno di eludere la misura di prevenzione di “Zi’ Marcello”, sono accusati di aver attribuito fittiziamente alle due donne indagate – Temperini e Violato – la titolarità delle quote della società Plastic srls di Aprilia. In questi passaggi ritenuti artificiosi, viene indagata anche la terza donna: Francesca De Monaco che avrebbe ceduto le sue quote a Debora Violato. La società veniva utilizzata per la gestione indiretta di “Giovannino”.

Per quanto riguarda tali accuse, a luglio sono stati ascoltati i primi testimoni, tra cui l’ex cuoca del ristorante “Giovannino al mare”. Oggi, 16 ottobre, la lavapiatti, che ha lavorato da marzo a ottobre 2024, ascoltata come testimone ha confermato che a gestire il locale era, di fatto, Mirella Salvadori (co-imputata in un processo parallelo per tentato estorsione ai dipendenti del ristorante, insieme ad Antonio Fusco). Presente spesso al ristorante anche Antonio Fusco detto Zì Marcello. “Il mio datore di lavoro era Mirella Salvatori. Era lei a pagarmi”.

A testimoniare anche un’altra donna che ha lavorato presso il ristorante “Giovannino”. Si tratta di una cameriera che è stata dipendente del locale per due anni: “Quando sono arrivata nel locale, ho parlato con Mirella. Fu la mia amica che mi disse di parlare con lei. Contrattammo i termini del contratto e i turni di lavoro. Io mi interfacciavo con lei. C’era anche un’altra persona che mi diceva cosa fare ed era Marcello Fusco: mi dava indicazioni sugli orari di lavoro”.

Anche un altro dipendente, ascoltato come testimone, ha confermato che per essere assunto si è interfacciato con Mirella Salvadori: “Firmai un contratto”. Confermata anche la presenza abituale di “Marcello” Fusco: “Veniva a mangiare spesso, poi entrava in cucina e ci salutava”.

Testimonianza identica di un altro giovane dipendente che ha confermato di essersi relazionato con Mirella Salvadori per l’assunzione nel locale: “Era lei che gestiva gli orari di lavoro”. Su Antonio Fusco, il testimone spiega: “Molto raramente veniva al ristorante. Non veniva a dare ordini e veniva quasi come cliente, ma io sapevo che non era un cliente perché me lo avevano detto. Era stata Mirella a dirmi che era il capo. C’era un tavolo di clienti e mi spiegarono chi era Marcello. Era dato per assodato che lui era il capo. Tutti noi colleghi lo sapevamo al ristorante”.

Nel corso dell’udienza, il pubblico ministero Alessandro Picchi ha posto la questione della riunione di questo processo con quello parallello che vede sul banco degli imputati Antonio Fusco e Mirella Salvadori. Il punto è che si rischia una incompatibilità del terzo collegio del Tribunale nel caso si dovesse esprimere su un procedimento rispetto ad un altro. Ecco perché il pm Picchi ha rappresentato la volontà della riunione dei procedimenti, una circostanza già accennata nel processo che vede alla sbarra Salvadori e Fusco.

L’udienza è proseguita con l’acquisizione della testimonianza resa dall’ex funzionaria della Direzione Investigativa Antimafia nel processo Assedio. Si tratta della funzionaria che ha coordinato le indagini, soprattutto per la parte romana della maxi indagine. Il pm Picchi ha relazionato sulle due società che stavano dietro la gestione del ristorante “Giovannino”: “I soci costitutori sono tutti vicini a Marco Antolini”. L’ex funzionario ha spiegato che il vecchio gestore del ristorante non aveva nessun titolo, dopodiché sarebbe stato Antolini a costruire la sua squadra chiamando Maria Cristina Temperini a cui spiega che avrebbero preso in gestione il locale sul lungomare di Latina. A seguire, Antolini chiama Debora Violato che “sarà proprio lei, insieme a Fusco, che Antolini lascia a presidio del ristorante”.

L’ex funzionario ha rappresentato tutte le fasi operative che hanno portato al nuovo corso dello storico ristorante di Latina e i vari passaggi che hanno concretizzato la presa di possesso da parte di Fusco e Antolini.

Il processo riprenderà il prossimo 12 novembre con l’escussione di altri due testimoni dell’accusa: si tratta di Carabinieri che hanno partecipato alla maxi indagine.

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LE ALTRE ACCUSE – Ancora Antolini insieme a Carannante sono accusati di aver messo in pratica, nel 2019, un prestito usurario nei confronti di un commerciante di autoveicoli di Aprilia, tra minacce e comportamenti violenti. Gli interessi per un prestito di 30mila euro arrivano, secondo gli inquirenti, a un tasso del 30%: praticamente 9mila euro al mese. “Se entro il mese di febbraio – dice Giuseppe Carannante al titolare dell’azienda, di cui era stato dipendente – non mi saldi Marco (nda: Antolini), ti vengo a sparare io per Marco”.

Di estorsione mafiosa devono rispondere Luca Del Luca, Antonio e Luigi Morra e ancora Marco Antolini. Nelle indagini di “Assedio 2”, gli investigatori si sono concentrati sui due atti intimidatori subiti dalla Nuova Tesei Bus srl di Urbano Tesei, indagato nel primo filone di “Assedio”: una società che, come noto, ha gestito per anni il servizio trasporti pubblici, anche per la scuola, ad Aprilia. L’azienda fu vittima di due attentati: uno, a gennaio del 2020, quando fu trovata una bomba a mano sul cancello d’ingresso; l’altro, a giugno 2020, quando furono lasciati due proiettili nel parcheggio della ditta apriliana. Un episodio, quest’ultimo, che non ebbe eco mediatica tanto che Luigi e Antonio Morra, padre e figlio, legati al clan Forniti, se ne sorprendono: “La mattina sono passate le guardie, niente!”.

Immediata, dopo il primo attentato, fu la ricerca di protezione nel clan da parte di Umberto Tesei – su suggerimento dell’apparente consigliere, l’imprenditore Luigino Benvenuti, in realtà in accordo con il gruppo Forniti – che fu rassicurato. Lo si era appreso nel primo filone d’indagine. Ben presto la cosca Forniti aveva trovato il responsabile (“un deficiente che aveva fatto di testa sua”) e spiegato a Tesei che lui era uomo ben voluto, da loro e dai politici Terra e Principi. L’imprenditore, per riconoscenza, porta una somma a Luca De Luca il quale l’avrebbe messa in conto per il sostentamento in carcere a favore di Patrizio Forniti.

Nelle accuse della Direzione Distrettuale Antimafia, sono invece coloro che avrebbero dovuto proteggere Tesei i veri responsabili degli attentati intimidatori in Via Nettunense, sede dell’azienda: si tratta del boss Patrizio Forniti (che verrà processato una volta estradato) e Luca De Luca, Luigi e Antonio Morra, infine Marco Antolini. Gli attentati sarebbero stati messi in pratica proprio per costringere Urbano Tesei a chiedere protezione (come infatti avvenne) e costringerlo così a consegnare ulteriori somme di denaro al clan e in particolare a Luca De Luca, considerato negli ambienti una sorta di “prefetto” della malavita pontina. In un passaggio dell’ordinanza, viene riportata la valutazione della DDA quando “De Luca impartiva un’altra lezione di “mafia”, riferendo ai suoi interlocutori d aver liquidato bruscamente Tesei: “Gli ho detto “Levati dal cazzo…in modo da fargli capire che l’aiuto ricevuto non era scontato”. Il gruppo Forniti è accusato di avere portato in luogo pubblico, davanti alla sede dell’azienda di Urbani, una bomba risalente alla seconda guerra mondiale: il modello inglese “Mills N-36M”.

Particolarmente violento, invece, un altro contesto per cui Forniti, insieme ad Andrea Sulthan Mohamed (imparentato per parte di moglie con Forniti), sono accusati di estorsione mafiosa. Siamo ad Aprilia, mese di luglio 2021. A rimetterci un giovane che si rifiuta di continuare a custodire una autovettura Range Rover oggetto di furto per conto di Salami (più volte coinvolto in procedimenti penali di riciclaggio d’auto di lusso, ma assolto col rito abbreviato in questo filone di “Assedio”) e Mohamed, e chiede il pagamento di una somma maggiore rispetto a quella che gli era stata data. È così che Forniti e Mohamed si sarebbero presentati armati a casa del giovane “contestatore”. Patrizio Forniti, peraltro, armato di pistola con silenziatore marca Girsan, e Andrea Sulthan Mohamed armato di fucile a canne mozze presso la sua abitazione. Dopo averlo colpito al volto, i due lo inseguono per i campi, per poi costringerlo a custodire per loro conto l’autovettura.

Successivamente Forniti e Luigi Morra (che non deve rispondere di questo reato) convocheranno il giovane presso I’abitazione di Forniti, aggredendolo verbalmente. È Morra che continua a minacciarlo anche fuori dalla casa di Forniti: “A rega’ – gli dice – nun te poi permette più il lusso de fa manca ‘na cazzatella eh!…perché dopo nun ce stanno amici che reggono…guarda che stasera te toccava ‘a zuppa pesante pesante pesante pesante pesante eh!“. Tradotto: è inutile armarsi contro il gruppo Forniti per sfuggire alla spedizione punitiva.

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