MINACCE MAFIOSE, ANCHE DA DETENUTO “SAPURÒ” DI SILVIO INSULTA LE GUARDIE: “SIETE SCHIFOSI”

Antonio Di Silvio detto Sapurò
Antonio Di Silvio detto Sapurò

Dà in escandescenze dentro un locale notturno e aggredisce uno dei poliziotti intervenuti: prosegue il processo per Antonio Di Silvio detto “Sapurò”

Prosegue il processo, dinanzi al secondo collegio penale del Tribunale di Latina, composto dai giudici Zani-Trapuzzano Molinaro-Naso, per le minacce mafiose ai poliziotti da parte di Antonio Di Silvio detto “Sapurò”.

Il processo ha preso due vie: da una parte Antonio Di Silvio, difeso dagli avvocati Leone Zeppieri e Luca Amedeo Melegari, dall’altra la compagna, Stefania Buono, assistita dall’avvocato Alessandro Farau, per la quale al primo collegio del Tribunale di Latina, presieduto dal giudice Eugenia Sinigallia, è stata chiesta la richiesta di messa alla prova. Il Tribunale ha rinviato al prossimo 13 ottobre solo per la donna, la cui posizione è stata stralciata, quando si definiranno i contorni della messa alla prova con l’Uepe, Ufficio per l’esecuzione penale esterna.

Negli scorsi mesi, il Tribunale del Riesame di Roma, per due volte, ha respinto la richiesta dei legali difensori del 46enne Antonio Di Silvio detto Sapurò e confermato la misura della custodia cautelare in carcere.

Antonio Di Silvio è accusato di lesioni, minacce e resistenza a pubblico ufficiale, tutti reati aggravati dal metodo mafioso. Lo scorso 19 novembre, il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Latina, Mara Mattioli, aveva convalidato gli arresti di Antonio Di Silvio detto “Sapurò” e della compagna Stefania Buono (53 anni), disponendo per loro un’ordinanza di custodia cautelare in carcere. Il magistrato aveva riconosciuto per entrambi il metodo mafioso, tanto che il fascicolo è stato inviato per competenza al Tribunale di Roma, che tratta i reati aggravati dal 416 bis. A rappresentare l’accusa in aula il pubblico ministero della Direzione Distrettuale Antimafia di Roma, Francesco Gualtieri.

Nella notte tra sabato 15 novembre e domenica 16 novembre, in un noto locale di Latina, in Strada Nascosa, Antonio Di Silvio detto “Sapurò” – fratello di Costantino Di Silvio detto “Patatone” (in carcere da anni per l’omicidio Buonamano) e figlio maggiore di Ferdinando Di Silvio detto “Il Bello”, ucciso con un’auto bomba sul lungomare di Latina – e la compagna Stefania Buono erano stati arrestati con l’accusa di minacce e resistenza a pubblico ufficiale.

Il 45enne, mentre era all’interno del locale notturno, intorno alla chiusura della serata, si era scagliato contro la compagna. Ne era nata una lite a colpi di offese e urla, tanto che i titolari del locale avevano dovuto chiamare il numero d’emergenza 112 per sedare gli animi. All’arrivo degli agenti di Polizia della Squadra Volante di Latina, “Sapurò”, non pago di aver seminato il panico tra gestori e avventori, aveva iniziato a insultare gli operanti.

Il 45enne, nella concitazione del momento, aveva pesantemente minacciato di morte i poliziotti, arrivando anche a spingerne uno con una mano sul viso. “Sono un Di Silvio, sapete chi sono io, vi sparo in testa se venite al Gionchetto”. Persino la compagna, 53 anni, non aveva lesinato insulti ai poliziotti. Entrambi erano stati arrestati dai poliziotti, mentre “Sapurò” era stato anche affidato alle cure del pronto soccorso poiché in preda a un vero e propio raptus. Peraltro, tra le accuse, ci sarebbe anche quanto riportato da una dipendente del locale: Sapurò, infatti, avrebbe chiesto 1000 euro in cambio della protezione dei Di Silvio.

Un passato difficile quello di Sapurò, sebbene da tempo non avesse più avuto un ruolo di primo piano nella famiglia capeggiata dallo zio Giuseppe Di Silvio detto “Romolo” (suo zio), anche lui in carcere per l’omicidio Buonamano. Da giovane, Antonio Sapurò (che ora ha tatuato sul cuore la faccia del padre ammazzato, Ferdinando Di Silvio detto “il Bello”, fatto saltare in aria da un’autobomba nel 2003 sul lungomare di Latina) era spietato in quelle piccole estorsioni che ora si riassumerebbero in bullismo. Erano gli anni Novanta. Non poteva sapere che solo qualche anno più tardi sarebbe stato vittima della sua stessa violenza: nel 2006 un carabiniere in borghese gli sparò per legittima difesa davanti al Felix – la discoteca di Piazza Aldo Moro in voga in quegli anni -, perché dopo essere stato cacciato da un buttafuori, Sapurò tornò con una pistola, sparò tre colpi ma fu a sua volta raggiunto da una pallottola che lo prese all’addome, menomandolo per sempre.

Dopo l’udienza del luglio scorso in cui ha testimoniato uno degli agenti della Squadra Volante che ha riferito di essere stato colpito da uno schiaffo presso il locale notturno “Babù” in Via del Lido. “Vi metto il c…o in bocca, vi ammazzo uno a uno, sono un Di Silvio”, così l’agente della Volante ha spiegato il primo approccio di Sapurò che, alla vista dei poliziotti, in condizioni già alterate dall’alcol o di altro, aveva dato di matto. Di Silvio. e la donna, Stefania Buono, stavano litigando quando arrivarono i poliziotti.

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Uno dei dipendenti del locale, come responsabile dei barman, aveva parlato, come testimone di quella notte: “Una collega mi venne a chiamare dicendomi: “Chiama la Polizia, sta facendo un macello”. Di Silvio, infatti, avrebbe rotto a terra diversi bicchieri. Il responsabile, quella sera, aveva dichiarato che lui e altri colleghi si avvicinarono per calmarlo. Oggi, però, nega: “Non li ho visti litigare. Urlavano sì, ma io non ci sento neanche bene”. Nelle dichiarazioni di quella notte, il testimone, a differenza di oggi, aveva riferito che “Di Silvio aveva inveito contro di noi per poi iniziare a sbattere per terra i bicchieri”. Il testimone ammette oggi che Sapurò era venuto più volte nel locale. “Ho sentito che Di Silvio stava parlando con la sicurezza del locale e chiedeva 800-1000 euro. Diceva che gli era sparito il suo cuscino anti-decubito e qualcuno mi ha riferito che Di Silvio diceva che quel cuscino valeva quei soldi”. Il testimone aveva confermato le minacce profferite da Di Silvio contro i poliziotti.

A testimoniare anche il responsabile del locale, nonché organizzatore della serata. L’uomo aveva ammesso di conoscere Sapurò da tanti anni: “Ha iniziato a discutere con la compagna per il cuscino che era sparito. Ad un certo punto ho detto ad una mia cameriera di accompagnare la compagna al bagno. Dopodiché ho tranquillizzato Sapurò e quando l’ho calmato sono andato via dal locale”. Successivamente, “stavo per arrivare a casa e mi chiamano dicendomi che stava succedendo un casino. Quando sono tornato al locale c’erano già le forze dell’ordine e conoscendo Antonio Di Silvio non mi sono intromesso”.

Oggi, 6 ottobre, sono stati escussi due testimoni della difesa, tra cui il direttore del carcere di Viterbo, Daniela Minelli, in cui Di Silvio è stato recluso nel dicembre 2025. Il direttore ha speigato che da quando ha preso servizio si è interessata alle condizioni di salute del detenuto, in modo che fosse trasferito ad altro istituto penitenziario: “Ricordo che aveva patologie fisiche, in particolare difficoltà a deambulare con una gamba”. Di Silvio, secondo la testimonianza, ha avuto un richiamo nel corso di un ricovero nel reparto di medicina all’ospedale di Viterbo: “Disse delle frasi ingiuriose nei confronti del personale operante”.

Sapurò, secondo la relazione quel giorno, insultà le guardie carcerarie che lo scortavano all’ospedale: “Figli di puttana, dovete andare affanculo, dovete prendere questo (toccandosi le parti intime). Siete vergognosi, merde”. La reazione sarebbe stata originata perché Di Silvio non voleva le manette ai polsi. Il direttore ha spiegato di non avere contezza se Sapurò avesse necessità di presidi sanitari, sebbene era evidente avesse bisogno di un “caregiver”.

Il secondo testimone di giornata, chiamato dalla difesa, è stato un medico d’urgenza del pronto soccorso dell’Ospedale Santa Maria Goretti di Latina che, il 16 novembre 2025, intervenne su Antonio Di Silvio dopo le escandescenze al “Babù”. Il paziente, ha detto il medico, era sedato e non era coscienta al momento dell’arrivo nel nosocomio pontino: “Non presentava lesioni e le sue erano discrete condizioni generali. Non presentava patologie”. Il medico sottopose Di Silvo a tutti gli esami di prassi: “Fu collaborativo e non ha dato in escandescenze”.

L’ultimo testimone della difesa è il medico legale Stefano Manciocchi che ha visionato la documentazione medica su Di Silvio. Escusso dalla difesa, il medico legale ha confermato che Sapurò ha una invalidità al 100% in relazione alla gamba lesionata dagli spari di venti anni fa: “Il paziente è paraplegico e presenta delle criticità per cui è necessario un monitoraggio continuo. Si tratta di un soggetto fragile che ha bisogno di assistenza, un paziente complesso”. Secondo il medico, il paziente può fare due passi, ma sempre con l’aiuto delle stampelle.

Il processo riprenderà con l’esame imputato e la discussione delle parti (con possibile sentenza finale) il prossimo 24 novembre.

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