Omicidio a Latina: svolto l’interrogatorio per il terzo destinatario del provvedimento di fermo emesso dalla Procura della Repubblica di Latina
Si è avvalso della facoltà di non rispondere così come gli altri due co-indagati, il 21enne Gaetano Mattiuzzo, assistito dagli avvocati Massimo Frisetti e Gaetano Marino e accusato di aver partecipato all’omicidio di Ibrahim Dibba. L’interrogatorio si è svolto in carcere dinanzi al giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Latina, Paolo Romano. Mattiuzzo, come noto, è accusato del delitto insieme ai cugini Ferdinando “Pescio” Di Silvio e al sedicenne autore materiale degli spari. All’esito dell’interrogatorio, il gip Romano ha convalidato l’arresto e disposto una custodia cautelare in carcere.

Il giudice per le indagini preliminari ha sottolineato di come, quanto al pericolo di fuga, Mattiuzzo si è reso irreperibile, dimostrando di quanto possa essere alto il rischio che sparisca e avendo una “una stabile rete relazionale e logistica, capace di assicurare vie di allontanamento e luoghi di appoggio e, come detto, dalla effettiva condizione di irreperibilità dell’indagato nei giorni immediatamente successivi all’omicidio”.
Rispetto ai gravi indizi di colpevolezza, per il giudice su Mattiuzzo “non residuano dubbi in ordine alla responsabilità dell’indagato” in relazione all’omicidio commesso in concorso con “Pescio” e il sedicenne.
Ieri, 1 ottobre, è stata svolta l’autopsia sul corpo del 27enne gambiano da parte della consulente medico-legale, Maria Cristina Setacci, nominata dalle Procure di Roma e Latina. Dibba è deceduto il 16 settembre scorso dopo i colpi di pistola ricevuti contro l’addome. Intanto, emerge che alla compagna di Dibba è stata assegnata una vigilanza da parte delle forze dell’ordine, dopo le dichiarazioni rese in fase d’indagine. Una misura più blanda rispetto a quella presa per l’algerino, testimone oculare degli spari, il quale si trova in località protetta praticamente appena dopo aver dichiarato le sue sommarie informazioni alla Squadra Mobile.
Ad ogni modo, la perizia medico legale della dottoressa Setacci ha certificato che Dibba è stato raggiunto da tre colpi d’arma da fuoco, esplosi da media distanza: un colpo sulla regione ulnare dell’avambracico che ha attinto Dibba al livello del fianco destro, fermato a tre centimetri dalla colonna vertebrale. Il secondo e il terzo colpo hanno preso il gambiano nell’area lombo sacrale, causando lesioni agli organi endocavitari.
Secondo il medico legale Setacci, “l’inizio dell’azione ha visto l’aggressore sul lato destro della vittima; in questa posizione, con la vittima eretta al momento del primo sparo (antibraccio destro); dopo il primo colpo la vittima deve aver compiuto una rotazione del proprio asse corporeo verso sinistra, evidentemente in via difensiva istintiva, e sono stati sparati secondo e terzo colpo. È evidente, quindi, che al momento in cui il primo proiettile ha attinto la vittima questa doveva offrire allo sparatore il fianco destro”.
Il Gip Romano lo scrive a chiare lettere. “Novi è dubbio alcuno” che si è trattato di un omicidio volontario commesso dal sedicenne Di Silvio sceso dall’auto guidata dal cugino “Pescio” Di Silvio, al cui interno c’era Mattiuzzo. “Si è trattato, a tutti gli effetti, di un agguato teso nei confronti di Ibrahim Dibba, preceduto da una serie di sopralluoghi effettuati per rintracciare la persona offesa”. Affidabile viene ritenuta l’identificazione di Mattiuzzo ripreso, intorno alle ore 19:35, in via Cicerone, mentre scendeva dalla Kia Picanto insieme a al sedicenne e a “Pescio”. La medesima identificazione consente di riconoscere Mattiuzzo come l’individuo che, alle ore 20:16 circa, immediatamente dopo l’omicidio, ha fatto ingresso nell’abitazione di un conoscente a Campo Boario insieme al killer sedicenne. L’identificazione è riscontrata dal vistoso tatuaggio presente sul dorso della mano destra di Mattiuzzo, nonché nell’abbigliamento da lui indossato il giorno dell’omicidio e, in particolare, nella “pochette”.
Provata per il gip Romano, anche la circostanza per cui Mattiuzzo e il sedicenne, dopo essere entranti in casa del conoscente a Campo Boario, si sono interfacciati con lui per disfarsi della Kia Picanto.
Futile e per questo motivo è feroce il movente dell’omicidio. “Non può seriamente dubitarsi della levità e banalità del motivo che ha indotto il Di Silvio classe 2010, e i suoi complici, a commettere l’omicidio. La determinazione omicidiaria è, infatti, scaturita da un semplice schiaffo sferrato dalla vittima al sedicenne, peraltro quale reazione all’ingiusto comportamento di quest’ultimo, che non aveva corrisposto il compenso dovuto per un compito svolto da Dibba nel suo interesse”.
Peraltro, Mattiuzzo è considerato responsabile, insieme a Pescio, dell’azione del sedicenne Di Silvio che ha portato fuori dalla sua abitazione una pistola con proiettili calibro 9 mm corto, ossia l’arma che ha ucciso Dibba. Quello di Mattiuzzo è un “concorso morale”, “nella piena consapevolezza che l’autore materiale si sarebbe servito di una pistola”. C’è inoltre pericolo di inquinamento probatorio, in quanto il 21enne insieme al sedicenne ha posto in essere “le prime operazioni volte ad occultare la vettura utilizzata per commettere l’omicidio nonché l’arma del delitto, che non è stata, in effetti, ancora rinvenuta dagli inquirenti”.

Secondo il Gip, “risulta assolutamente palese la pericolosità” di Mattiuzzo, “il quale non ha esitato a prendere parte, con pervicacia e fredda determinazione, a un’azione omicidiaria realizzata in luogo pubblico, attraverso modalità eclatanti – con esplosione di colpi di arma da fuoco, nel pieno centro di Latina, a pochi metri di distanza dall’Università, dal Tribunale Ordinario e da una chiesa, in un orario (le 20.12 circa) nel quale le strade sono frequentate dai comuni cittadini – e per motivazioni del tutto risibili, che, peraltro, neppure lo coinvolgevano personalmente. Tale dato assume particolare rilievo, poiché dimostra la totale insensibilità dell’indagato – il quale, a quanto consta, in alcun modo era stato leso dalla vittima dell’omicidio – rispetto al “bene vita” che, in concorso con i complici già identificati e con quelli eventualmente ancora da identificare, egli ha offeso, denotando un’indole spregiudicata e senza scrupoli, desumibile anche dalla evidente freddezza e lucidità con la quale il medesimo ha accompagnato l’esecutore materiale del delitto presso l’abitazione del comoscente, al fine di approntare le prime operazioni indirizzate a far perdere le loro tracce”.
Peraltro, “la giovane età e l’assenza di precedenti penali dell’indagato, alla luce della estrema gravità del fatto, restano del tutto irrilevanti, emergendo il quadro di una personalità incline alla violenza e priva di freni inibitori, ciò che lascia presagire come analoghi comportamenti possano essere dall’indagato reiterati”.
L’ARRESTO DI MATTIUZZO – Lo scorso 30 settembre, è finita la latitanza di Gaetano Mattiuzzo, classe 2005, anche lui appartenente alla famiglia Di Silvio, ricercato dalla Polizia per l’omicidio in concorso del 27enne gambiano Ibrahim Dibba. Alle prime luci dell’alba di ieri, intorno alle ore 5.30, Mattiuzzo si è presentato spontaneamente presso la Questura di Latina, accompagnato dagli avvocati difensori.
Il 21enne è destinatario del provvedimento di fermo emesso dal Procuratore della Repubblica Gregorio Capasso e dal Procuratore Aggiunto di Latina Luigia Spinelli, nell’ambito delle indagini sull’omicidio di Ibrahim Dibba, il cittadino gambiano ucciso lo scorso 16 settembre a Latina, in viale XXIV Maggio.
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Con l’arresto di Mattiuzzo salgono così a tre i provvedimenti eseguiti dalla Squadra Mobile di Latina, guidata dal dirigente Giuseppe Lodeserto, nell’ambito dell’inchiesta coordinata dalla Procura della Repubblica di Latina e dalla Procura per i minorenni di Roma per l’omicidio consumato il 16 settembre scorso.
A Mattiuzzo è contestato l’omicidio in concorso, poiché sarebbe stato presente nell’auto Kia Picanto che da Via Virgilio si è mossa in Viale XXIV Maggio dove il sedicenne Di Silvio ha ucciso Ibrahim Dibba. Un omicidio pluriaggravato dai futili motivi e dalla premeditazione. Il movente, come noto, sarebbe stato lo schiaffo di Dibba rifilato al sedicenne nei pressi delle cosiddette torri gemelli di Via Pionieri della Bonifica il 15 settembre. Il gambiano avrebbe reagito in quel modo perché non gli erano stati pagati dei “lavoretti” illeciti commissionati dai Di Silvio. Al che, il sedicenne avrebbe sparato alcuni colpi, non riscontrati dalla Polizia di Stato. Il giorno successivo, 16 settembre, il sopralluogo dei Di Silvio al Villaggio Trieste con la Kia Picanto noleggiata e, infine, l’esecuzione dell’africano all’interno della circonvallazione, ossia nel centro di Latina.
Le posizioni più compromesse, anche con l’ausilio delle due testimonianze chiave – l’algerino testimone oculare degli spari e la compagna di Dibba, la cui versione è definita parzialmente attendibile dal gip dei minorenni di Roma – sono quelle del sedicenne autore materiale dei colpi d’arma da fuoco e di Ferdinando “Pescio” Di Silvio, cugino di secondo grado e leader del gruppo.
Ad essere indagato, al momento a piede libero, è E.E., 27enne di Mugnano di Napoli, compagno della Di Silvio a cui era intestato un comodato gratuito il noleggio della Kia Picanto. Il campano sarebbe stato alla guida intorno alle 19,30 presso il Villaggio Trieste dove i Di Silvio stavano facendo il sopralluogo prima del delitto. Non è al mometo provato, però, che fosse stato alla guida anche in Viale XXIV, ossia circa quaranta minuti dopo quando il sedicenne, scortato da “Pescio”, è sceso e ha fatto fuoco contro Dibba.
Mattiuzzo è accusato in concorso con “Pescio” Di Silvio di aver partecipato all’omicidio commesso dal sedicenne, procurandosi l’auto Kia Picanto e la pistola da cui sono stati sparati i proiettili calibro 9 mm corto. Secondo gli inquirenti, Mattiuzzo si trovava all’interno dell’auto quando alle 19,32 il mezzo si trovava al Villaggio Trieste. Il 21enne è stato inoltre ripreso dalle telecamere di videosorveglianza quando, dopo appena tre minuti circa rispetto alla consumazione dell’omicidio, è sceso dall’autovettura Kia Picanto alle ore 20.16 circa, insieme al sedicenne killer, che poco prima aveva esploso i colpi d’arma da fuoco, per dirigersi con quest’ultimo a casa di un altro uomo a Campo Boario. Quest’ultima evenienza, secondo la Procura di Latina, dimostra che Mattiuzzo era presente anche quando il sedicenne ha sparato e si trovava all’interno dell’auto.
Mattiuzzo sarebbe scesco dall’auto anche in un’altra circostanza. Alle ore 19,35 quando si trovava con “Pescio”, il sedicenne e il campano presso il Villaggio Trieste per fare il sopralluogo e cercare Dibba. A incastrare Mattiuzzo, secondo la Procura, sono le annotazioni della Squadra Mobile di Latina che ha analizzato le telecamere le quali hanno immortalato la banda sia al Villaggio Trieste che a Campo Boario nelle fasi precedenti e successive all’omicidio.
Dopo il delitto, una volta scaricati il sedicenne e Mattiuzzo presso le torri gemelle di Campo Boario, la Kia Picanto nera è ripartita con all’interno “Pescio” Di Silvio che la guidava e identificato sia dalla compagna di Dibba che dall’algerino. Tutti e tre, peraltro, così come la Di Silvio a cui era intestata l’auto a noleggio, abitano in via Pionieri della Bonifica. La macchina è stata individuata per un particolare: il mancato funzionamento della luce di stop posteriore sinistra. Dirimenti anche le registrazioni di videosorveglianza estratte dalle telecamere della ABC Latina che immortalano l’auto percorrere, dopo l’omicidio, Via Nasi e Via Pionieri della Bonifica.
Mattiuzzo è stato identificato attraverso l a comparazione del viso con le immagini estrapolate da Facebook, che lo riprendono in posa di gruppo insieme a “Pescio” Di Silvio, al fratello di quest’ultimo, Mirko Di Silvio (non indagata per l’omicidio, ma di cui è sospettata la presenza nel corso del sopralluogo al Villaggio Trieste), e al sedicenne killer. Particolare dirimente anche un tatuaggio sul dorso della sua mano destra.
Il 21enne è stato riconosciuto anche nell’ambito di un’altra indagine in corso di svolgimento e soprattutto è il figlio di Gianluca Mattiuzzo e Maria Giuseppina Di Silvio, quest’ultima sorella di Costantino “Patatone” Di Silvio, padre di “Pescio” e in carcere per l’omicidio Buonamano, e figlia di Ferdinando Di Silvio detto “Il Bello”, ucciso nell’estate del 2003 con un’autobomba sul lungomare di Latina. La madre, detta Giusi, è stata recentemente condannata a sei anni di reclusione nel processo derivante dall’operazione anti-droga “Jackson Five”. Condannato anche il nuovo compagno a sette anni di reclusione.
Gianluca Mattiuzzo, 44 anni, il padre del 21enne, è stato condannato a 12 anni nel noto processo “Caronte” che ha messo al centro la cosiddetta guerra criminale tra i Ciarelli/Di Silvio (ossi i clan rom di Latina uniti per l’occasione) e la malavita non rom latinense. Mattiuzzo senior, avendo sposato la figlia de Il Bello, fu un vero e proprio soldato per i Di Silvio e fu incaricato di uccidere colui che era stato individuato dagli “zingari” come l’autore del tentato omicidio di Carmine Ciarelli, avvenuto il 25 gennaio 2010. Come noto, dopo quel fallito attentato, derivarono i due omicidi eccellenti di Massimiliano Moro e Fabio “Bistecca” Buonamano.
Tornando all’omicidio Dibba, per gli inquirenti Mattiuzzo ha partecipato ai sopralluoghi preliminari all’omicidio, facendo anche parte del gruppo che ha compiuto l’agguato mortale. La latitanza del 21enne è durata sette giorni ossia da quando è stato emesso il fermo. Sin da principio era concreto il pericolo di fuga, dal momento che le dichiarazioni della compagna di Dibba trasmesse da Rai Tre e Lazio Tv avevano già chiarito che, a uccidere Dibba, era stato un gruppo di “zingari” di Latina.
L’arresto di Mattiuzzo chiude il cerchio su quella che è la banda la quale spadroneggia alle torri gemelle di Campo Boario, gestendo lo spaccio di crack e altre droghe e dilettandosi con i cavalli, in totale spregio delle regole. Ciò che emerge dall’omicidio è che le le nuove leve dei Di Silvio del Gionchetto sono a tutti gli effetti attive negli affari illeciti. Il delitto Dibba, commesso per un semplice schiaffo, è stato probabilmente il corollario alla loro ricercata fama criminale, vivendo nel mito di genitori, zii e parenti che, sedici anni fa, misero a ferro e fuoco la criminalità pontina con due omicidi eccellenti e una serie rilevante di intimidazioni e gambizzazioni. Aver fatto fuori un piccolo spacciatore per un affronto da niente significherà per loro, in una logica bestiale, l’affermazione della loro fama criminale, al netto che i maggiorenni rischiano l’ergastolo.
