Caporalato, è ripreso il processo che vede come imputati 18 persone. Tra di loro il caporale indagato anche con Renzo Lovato
“Venivo accompagnato da Uttam ogni giorno per andare a lavorare sui campi. Ci trasportava con un furgoncino ed eravamo in nove. Pagavamo il trasporto 5 euro e prendevamo sui campi 4,5 euro all’ora”. È questo uno dei passaggi più significativi della testimonianza di una dele vittime di caporalato nel processo con 18 imputati e sessanta testimoni che si svolge dinanzi al terzo collegio del Tribunale di Latina, composto dai giudici La Rosa-Mongillo-Ciccone.
Oggi, 16 settembre, a distanza di otto anni dai fatti, il bracciante agricolo, originario del Bangladesh, è stata chiamato a testimoniare e ha fatto il nome di Uttam, indagato anche nel procedimento denominato “Jamuna” insieme a Renzo Lovato e altre persone. Un nome, quello di Renzo Lovato, che rimanda sinistramente al caso di Satnam Singh, il 31enne bracciante indiano abbandonato dal suo datore di lavoro, il figlio di Renzo, Antonello Lovato, dopo aver perso il braccio mentre lavorava con il macchinario avvolgi-plastica all’interno della struttura di Borgo Santa Maria (Latina). Per quei fatti, come noto, il 38enne Antonello Lovato è stato condannato a 16 anni per l’omicidio doloso del bracciante.
Uttam è accusato di aver reclutato lavoratori extracomunitari per poi trasportarli sui campi in cambio di una paga da 6 euro a persona. Uttam manteneva, secondo l’accusa, i contatti con le imprese che richiedono manodopera. Uomini che il bangladese prelevava anche dal Cas di Terracina così da farli lavorare irregolarmente come braccianti agricoli, senza contratto e sfruttandoli approfittando del loro stato di bisogno. I fatti a lui imputati sono avvenuti dal gennaio al marzo 2019, sebbene almeno l’altra inchiesta che lo coinvolge con Renzo Lovato e altre 14 persone fa capire che erano vari i suoi interlocutori tra gli imprenditori dell’agro pontino.
È il pubblico ministero Marco Giancristofaro, titolare di indagine, a esaminare i tre testimoni, tutti originari del Bangladesh. Il secondo testimone di giornata ha spiegato che andava a lavorare sui campi di Umberto Cerilli: “Ero in regola e venivo pagato 4 euro all’ora per sei ore di lavoro al giorno”. L’uomo pagava l’altro caporale, Abdul Kalam, per essere trasportato sui campi: 6 euro per essere caricato da Terracina e portato sui campi da lavoro. “Pagavo la mia casa 100 euro al mese e li davo ad Abdul Kalam. Eravamo 10 persone a vivere dentro casa. I furgoni che ci caricavano ospitavano 8 persone”. Il testimone spiega che c’erano anche altri autisti che trasportavano i braccianti, uno dei quali era italiano e si chiamava “Franco”.
L’ultimo testimone spiega che a ogni mazzetto di carote da mille euro venivano corrisposti 40 euro: “Lavoravo dalle ore 7 alle 14. Mangiavo il pranzo seduto per terra”. L’uomo ricorda che quando era stato male ai polmoni non è stato pagato. “Sul luogo di lavoro, andavo via con il furgoncino di Abdul Kalam. Eravamo in dodici persone e pagavo 6 euro per il trasporto dandoli direttamente a lui. Gli altri autisti erano Franco, Giuseppe e Cesare”. Il bracciante era in regola: “Mi pagavano con un assegno. Era Kalam che me lo dava e poi andavo in banca con lui, insieme a tutti gli altri”. I braccianti portavano le mazzette di carote e Kalam, facendo i conti, li pagava. Per dormire corrispondeva l’affitto a Kalam: “100 euro al mese”.
Questo processo sul caporalato è imponente. Si tratta di uno dei tanti che si celebra presso il Tribunale di Latina, ormai diventata terra conosciuta in tutta Italia e nel mondo come epicentro dei traffici di caporali, imprenditori senza scrupoli e lavoratori sfruttati. Sono stati spremuti, secondo l’accusa rappresentata dal pubblico ministero Marco Giancristofaro, dalla solita rete di connivenze tra imprenditori agricoli italiani e caporali stranieri che sfruttano a loro volta connazionali o altri immigrati di diversa provenienza.
In tutto, gli imputati sono diciotto. Tra di loro, imprenditori di ditte che si trovano a San Felice, come Maria Lettieri e Giovanni Di Palma, o a Terracina, come Umberto Cerilli. E, ancora, alla sbarra anche gli imprenditori di Sabaudia Giuliano, Claudio e Giancarlo Cortese. Come spesso capita nei processi per caporalato, accanto agli imprenditori di ditte o coop agricole, ci sono loro, i caporali. E non può che risaltare il nome di Paul Uttam, 47 anni, nato in Bangladesh e domiciliato a Terracina. Ad essere imputati anche Abul Kalam, Abul Alamgir, Pierpaolo Di Palma, Cesare Maggi, Habib Khan, Nazrul Kazi Islam, Sohag Talukdar, Hanifa Miah, Franco Mandatori, Giuseppe Guastafierro e Masum Miah.
I testimoni ascoltati a settembre 2025 hanno confermato le paghe da fame e le condizioni di lavoro fuori ogni regola. Molti di loro hanno descritto il ruolo centrale del caporale Abul Kalam, 51 anni, bengalese, domiciliato a Terracina e pluri-inquisito.
Uno dei braccianti ascoltati come testimoni aveva spiegato con chiarezza cosa accadeva: “Lavoravamo dalle 7 di mattina alle 5 del pomeriggio. Ogni mille.mazzetti di carote erano 40 euro nell’azienda di Umberto Cerilli. La busta paga ce la dava Kalam a cui pagavamo anche il trasporto per andare a lavorare: 6 euro. I furgono venivano guidati dagli italiani. Io vivevo a casa di Kalam e pagavo 100 euro al mese. Kalam aveva un alimentari dove qualche volta facevamo spesa”.
Dello stesso tenore le altre testimonianze: “Lavoravamo sette, otto ore. Facevamo pausa pranzo con la roba che ci portavamo da casa, mangiavamo sul terreno, a terra, senza sedersi. Venivamo pagati con la busta paga, ma non riuscivo a leggerla perché non comprendevo l’italiano. L’autista ci accompagnava in banca, noi entravamo dentro e ritiravamo i soldi. Tutte le spese per casa servivano per pagare Kalam, il resto mandavamo i soldi in Bangladesh”.
Arrivare a lavorare era dura: “Il furgone era pieno, dai 18 alle 22 persone, ci sedevamo uno sopra l’altro. Il materiale per lavorare ce lo compravamo noi personalmente. C’era un altro caporale che controllava se lavoravamo bene o meno. Dopodiché, veniva riferito a Kalam che lo diceva in azienda”.
Il processo, molto difficile per via della cattiva comprensione dell’italiano da parte dei testimoni, proseguirà il prossimo 5 novembre quando verranno ascoltati altri braccianti bangladesi. Calendarizzate anche le data del 21 gennaio e del 18 marzo per due nuove udienze.
