Un sistema di relazioni tra imprese, cantieri e personaggi del clan Belforte per ottenere appalti e subappalti lungo la linea dell’Alta Velocità Napoli-Bari.
È questo il quadro che – come riportano le cronache campane – emerge dall’inchiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, coordinata dal sostituto procuratore Henry John Woodcock e dall’aggiunto Sergio Ferrigno, che ha portato la Procura partenopea a chiedere misure cautelari per 45 persone su 49 indagati complessivi. Tra di loro anche il 50enne residente a Sperlonga, Vincenzo Moriello.
Al centro dell’indagine ci sono Pasquale Belforte, 48 anni, e Camillo Belforte, cugino e figlio dei boss Domenico e Salvatore Belforte, ritenuti vertici del gruppo dei “Mazzacane” con base a Marcianise. Secondo la Dda, i due avrebbero puntato sulla società Areco Srl grazie alla collaborazione di Dante Salzillo e del fratello Raffaele, considerati concorrenti esterni al clan. Ai Salzillo viene attribuito un contributo stabile al gruppo, che sarebbe passato anche dall’ingresso nelle procedure pubbliche di imprese vicine ai Belforte, riconducibili a Francesco Giacco, Franco Manno e Gianfranco Gaudiano. Affidamenti, pagamenti, rapporti personali: un sistema che avrebbe favorito Areco rafforzando al contempo la capacità operativa del sodalizio. Per gli inquirenti, Dante Salzillo si sarebbe reso disponibile a pilotare l’assegnazione e l’esecuzione di lavori e servizi pubblici, oltre a far assumere persone segnalate dal gruppo.
Le accuse, a vario titolo, vanno dall’associazione di tipo mafioso al concorso esterno, dal trasferimento fraudolento di valori alla corruzione, dalle fatture per operazioni inesistenti alle frodi, fino ai reati sul lavoro e al favoreggiamento personale. Nell’ambito dell’inchiesta la Guardia di Finanza ha eseguito perquisizioni nei confronti dei Salzillo e di altri dieci indagati.
Negli appalti e subappalti dei cantieri riconducibili ai consorzi Nacav, Hirpinia Av e Telese, alcuni responsabili e incaricati di pubblico servizio avrebbero favorito Areco rispetto ad altre imprese: affidamenti diretti, lavori in economia, pareri favorevoli, pagamenti accelerati e subappalti concessi in deroga alle regole vigenti. Uno degli episodi coinvolge Hirpinia Av, dove sarebbero stati agevolati pagamenti preferenziali per crediti vantati da Areco, oltre un milione e mezzo di euro in quattro bonifici tra luglio e ottobre 2024. In cambio, secondo l’accusa, sarebbero stati consegnati 5mila euro. Un direttore di cantiere Nacav avrebbe ricevuto un’altra somma analoga per favorire affidamenti, subappalti e pagamenti; a un capocantiere vengono invece contestati 2mila euro e, in un altro episodio, l’assunzione di un nipote.
Le utilità non sarebbero state solo economiche. Gli inquirenti parlano di una cena, dell’uso per alcuni giorni di una Porsche Macan, di un trattorino tagliaerba, della disponibilità gratuita di un appartamento, di box natalizi, orologi di pregio e della promessa di un’automobile. Contropartite pensate, secondo la Procura, per costruire vantaggi aziendali stabili. Nel filone relativo ai materiali di cantiere, a un direttore di Hirpinia Av si contesta di aver favorito Areco anche permettendo la sottrazione di pannelli e puntelli dal sito di Grottaminarda, in cambio di almeno 3mila euro.
L’inchiesta tocca anche il fenomeno del caporalato. A Dante Salzillo e Ali Salah Ali Abdelati (di Guidonia), e per l’ipotesi di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro anche a Raffaele Salzillo, la Procura contesta l’impiego di lavoratori egiziani privi del permesso di soggiorno nei cantieri dell’Alta Velocità. La manodopera sarebbe stata reclutata e gestita tramite un intermediario, sottoposta a orari prolungati, mancati riposi, retribuzioni sotto i minimi e carenze sulla sicurezza. Anche in questo caso la Dda individua l’aggravante dell’agevolazione al clan Belforte.
Per gli inquirenti, Dante Salzillo avrebbe chiesto al gruppo Belforte una mediazione con Domenico Di Lillo perché Ali Salah Ali Abdelati trasferisse, attraverso una società a lui riconducibile, circa 300mila euro destinati all’acquisto di un immobile riservato a investitori stranieri. L’operazione sarebbe avvenuta tramite false fatturazioni; anche la provenienza del denaro è oggetto di contestazione.
Dagli accertamenti emerge un giro di fatture per operazioni inesistenti: alcune società avrebbero emesso documenti fiscali fittizi verso Areco e, dopo i bonifici, parte delle somme sarebbe tornata in contanti a Dante Salzillo, liquidità che secondo l’accusa poteva finanziare le presunte dazioni corruttive. Un episodio del settembre 2024 riguarda una fattura da 65mila euro legata a un tentativo di trasferimento di denaro all’estero; altri capi d’imputazione ricostruiscono fatture e restituzioni di contanti nel 2025 e nel gennaio 2026.
Un filone separato dell’inchiesta coinvolge Ariano Gregorio, Vincenzo Martino ed Eufemia Moccia. Secondo la Dda, Gregorio avrebbe intestato fittiziamente a Martino e Moccia le quote della società Agmoving per eludere le misure di prevenzione patrimoniali e continuare a partecipare alle gare d’appalto, comprese quelle legate alla Tav. Qui la contestazione è aggravata dall’agevolazione al clan Fabbrocino.
Per venti degli indagati il gip Federica Girardi, del Tribunale di Napoli, ha fissato per il 15 settembre l’interrogatorio preventivo di garanzia: tra loro Dante Salzillo, Raffaele Salzillo, Angelo Salzillo, Giandomenico Colella, Aristodemo Busillo, Alessio De Luca, Piero Centonze, Maurizio Ferroni, Francesco Cosentino e Ali Salah Ali Abdelati. Dovranno comparire anche Salvatore Francesco Caruso, Alessandro Cupellini, Maurizio Di Prima, Antonio Donadio, Gianfranco Fontana, Costantino Guidubaldi, Vincenzo Moriello, Alberto Sannino, Alessandro Stabile e Domenico Di Lillo.
