RISSA ALL’HOTEL BAJAMAR, GIUSTA LA SOSPENSIONE DEL LOCALE. PD: “CHI ATTACCÒ LA QUESTURA CHIEDA SCUSA”

Il Questore di Latina, Fausto Vinci, aveva deciso di sospendere per 15 giorni il locale Hotel Bajamar di Formia

Il motivo della sospensione del locale era riconducibile alla rissa di Capodanno poiché i gestori non avevano chiamato le forze dell’ordine come prevede il testo unico di pubblica sicurezza. Una versione che Roberto Sorrenti, il titolare dell’hotel smentiva: “Non solo li abbiamo chiamati alle 3.19 con una chiamata di 2 minuti, ma abbiamo anche spento immediatamente la musica e allontanato le persone, consegnando subito i video delle videocamere ai Carabinieri per individuare e fare cosi loro un Daspo Urbano”.

Il 30 gennaio 2025, era arrivata la nota ufficiale della Questura che spiegava nel dettaglio il provvedimento: chiusura temporanea del locale formiano. “Il Questore di Latina ha disposto la chiusura temporanea e la sospensione della licenza di un noto esercizio di Formia,  che nella notte di capodanno era stato teatro di una violenta rissa. Durante i festeggiamenti per il nuovo anno, intorno alle tre del mattino, era infatti scoppiata all’interno del locale una violenta lite tra gli avventori ed erano state allertate le forze dell’ordine. All’arrivo delle pattuglie, due equipaggi dell’Arma dei Carabinieri e uno della Guardia di Finanza, i responsabili si erano già allontanati ma i testimoni hanno raccontato dei disordini avvenuti poco prima,  segnalando anche la presenza di persone armate di coltelli, nonché di un noto pregiudicato del posto visto allontanarsi sporco di sangue. Gli accertamenti effettuati dai poliziotti della Divisione P.A.S.I. a seguito dei fatti, hanno fatto scattare anche i controlli amministrativi sul locale ed è emerso come questo fosse in realtà privo della prescritta licenza per l’attività di pubblico spettacolo e quindi che non potesse essere adibito a discoteca, come viceversa era stato fatto per festeggiare il veglione. Alla luce di quanto accertato e del pericolo per l’ordine e la sicurezza pubblica, è stato adottato dal Questore il provvedimento ai sensi dell’art.100 del Testo unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza, per la durata di 15 giorni”.

A partecipare alla rissa Giuseppe Romano detto “Basetta”, a maggio 2025 arrestato per tentato omicidio nell’ambito di una indagine anti-camorra. Tra i rissaioli del Bajamar anche altri pregiudicati: Francisco Parente, Roberto Zangrillo, Giuseppe Roberti, Vincenzo Zaccaria e Pietro Ticconi. Tutti e sei, con precedenti alle spalle, erano stati raggiunti dal Dacur emesso dal Questore di Latina, Fausto Vinci, a marzo 2025.

In particolare, fu proprio Romano, secondo la ricostruzione delle forze dell’ordine che intervennero sul posto, a colpire Francisco Parente e a scatenare la furia nel locale. Una rissa di cui fece le spese anche uno dei vigilantes preso a schiaffi da Giuseppe Roberto e Vincenzo Zaccaria.

Contro il provvedimento di sospensione del locale, ha fatto ricorso al Tar l’hotel Bajamar. L’esito del ricorso è stato commentato dal consigliere comunale del Partito Democratico di Formia, Luca Magliozzi.

“C’è una notizia rimasta abbastanza sotto traccia in queste settimane: il TAR ha respinto il ricorso del Bajamar e ha confermato la legittimità del provvedimento adottato dalla Questura dopo la rissa di Capodanno.

Parliamo di una vicenda grave, per la quale non ci fu soltanto la chiusura temporanea del locale, ma furono emessi anche sei DACUR nei confronti dei soggetti coinvolti, alcuni dei quali riconducibili a clan del territorio. Già questo avrebbe dovuto imporre un po’ di prudenza.

Quella vicenda poteva restare dentro il suo perimetro naturale: un’attività privata ritiene ingiusto un provvedimento, lo impugna e attende la decisione del giudice. Il problema è che non è andata così.

Su quel provvedimento abbiamo assistito a qualcosa di molto diverso: una campagna pubblica durissima contro il Questore e l’operato delle Forze dell’ordine. Una pressione mediatica contro presidi dello Stato che ha dell’incredibile.

Si è arrivati a convocare una conferenza stampa per mettere in discussione la ricostruzione di rappresentanti dello Stato. Si sono rivolti attacchi diretti a chi aveva gestito quella vicenda, insinuando dubbi pesantissimi sul loro operato arrivando, di fatto, a metterne in discussione anche la buona fede.

L’apice è stato raggiunto quando questi attacchi contro Questore e forze dell’ordine sono stati portati addirittura in Parlamento.

Attraverso il deputato di Fratelli d’Italia, Luciano Ciocchetti, è stata presentata un’interrogazione parlamentare al Ministro dell’Interno che, nei fatti, metteva sotto accusa l’operato del Questore e delle Forze dell’ordine. Una cosa enorme. Mai vista.

Talmente enorme che quell’interrogazione è stata poi fatta ritirare. Evidentemente anche a Roma, dentro lo stesso partito, qualcuno deve essersi reso conto dell’imbarazzo e della gravità di quello che stava accadendo. E qui viene il punto politico: i protagonisti di quella vicenda non sono semplici cittadini.

Da una parte Roberto Sorrenti, imprenditore, figura politicamente esposta nella vita cittadina e vicino all’area di Fratelli d’Italia, tanto da essere nominato dal Presidente Rocca alla guida della Comunità Arcipelago Isole Ponziane. Dall’altra Pasquale Cardillo Cupo, non solo avvocato della struttura, ma Presidente del Consiglio comunale di Formia

Un avvocato può difendere un cliente e un imprenditore la propria attività. Ma quando la difesa diventa un attacco pubblico alla Questura, diventa un fatto politico e istituzionale. Ed è proprio la sentenza del TAR a rendere tutto ancora più grave.

Perché il giudice conferma che il provvedimento della Questura era legittimo: non c’è stato nessun abuso e nessuna persecuzione, solo un provvedimento legittimo e fondato nel merito.

Dopo questa sentenza non resta solo una figuraccia. Resta un fatto molto più grave: in una città come Formia, dove il tema della sicurezza è particolarmente sentito, persone che ricoprono ruoli politici e istituzionali hanno contribuito a screditare pubblicamente la Questura e le Forze dell’ordine.

Si può contestare un provvedimento. Ma trasformare una vicenda privata in una campagna pubblica contro la Questura, portarla fino in Parlamento, è un’altra cosa. È un messaggio pericoloso. Significa indebolire un presidio fondamentale per tutta la comunità.

Dopo questa sentenza è evidente che si sia superato il limite. Qualcuno dovrebbe chiedere scusa alla Questura, alle Forze dell’ordine e alla città. E, francamente, non è detto che stavolta basti”.

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