“SCARFACE”, DIVENTA DEFINITIVA LA CONDANNA A 10 ANNI PER CARMINE DI SILVIO

Processo Scarface, si è conclusa la Cassazione per tre personaggi legati al clan capeggiato da Giuseppe Di Silvio detto “Romolo”

Destini diversi per tre soggetti coinvolti nel 2021 nella maxi operazione antimafia denominata “Scarface” che colpì uno dei rami del clan Di Silvio a Latina, quello stanziale al Gionchetto e capeggiato da Giuseppe Di Silvio detto “Romolo”, condannato con sentenza passata in giudicato per l’omicidio di Fabio Buonamano detto “Bistecca”, avvenuto nell’ambito della guerra criminale pontina del 2010.

A ricorrere contro la sentenza della Corte d’Appello datata 24 ottobre 2025 sono stati il numero due del sodalizio, ossia il fratello di “Romolo”, Carmine Di Silvio detto “Porcellino”, Michele Petillo e Alessandro Di Stefano, sposato alla sorella di un altro soggetto in vista, Costantino “Patatone” Di Silvio, anche lui in carcere per l’omicidio di “Bistecca”.

La Corte d’appello di Roma aveva deciso sui ricorsi presentato da Alessandro Di Stefano, Carmine Di Silvio e Michele Petillo, rispettivamente difesi dagli avvocati Oreste Palmieri, Alessandro Paletta e Alessia Vita, contro la sentenza del giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Roma pronunciata, all’esito del rito abbreviato, il 25 gennaio 2023. Ridotta la pena inflitta ad Alessandro Di Stefano, riconosciuto colpevole dei delitti di estorsione aggravata, consumata e tentata e detenzione e porto di arma da sparo, a 3 anni e 6 mesi 6 di reclusione; ridotta la pena inflitta a Carmine Di Silvio, riconosciuto colpevole dei delitti di partecipazione qualificata (ossia, con il ruolo di organizzatore) all’associazione di tipo mafioso e all’associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti a 10 anni di reclusione; infine, ridotta la pena inflitta al pusher Michele Petillo, riconosciuto colpevole del delitto di partecipazione all’associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, a 2 anni e 8 mesi 8 di reclusione.

La Cassazione ha deciso che il ricorso di Carmine Di Silvio, i cui motivi sono in parte infondati ed in parte inammissibili, deve essere complessivamente respinto; al contrario, quelli proposti da Michele Petillo ed Alessandro Di Stefano risultano fondati.

In particolare, Carmine Di Silvio (detto ‘Porcellino’ o ‘Zio Sale’) è stato riconosciuto essere il coordinatore (per le piazze di spaccio) dell’associazione finalizzata al narcotraffico, riguardante una condotta dal
settembre 2015 sino alla attualità.

Gli ermellini hanno dichiarato prescritto il reato per Petillo, mentre hanno annullato la sentenza impugnata nei confronti di Di Stefano relativamente alla determinazione del trattamento sanzionatorio con rinvio per nuovo giudizio ad altra sezione della Corte di Appello di Roma. Rigettato, come accennato, il ricorso di Di Silvio con la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Lo scorso ottobre 2025, erano caduti i reati di associazione mafiosa e associazione per delinquere semplice per altri membri del clan. Come noto, l’operazione anticrimine risalente all’ottobre 2021, coordinata dal Procuratore aggiunto della DDA romana Ilaria Calò e portata a compimento dalla Squadra Mobile di Latina, fece eseguire 33 misure cautelari, nei confronti di soggetti, a vario titolo gravemente indiziati di aver commesso reati di associazione di tipo mafioso, associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, estorsione, sequestro di persona, spaccio di droga, furto, detenzione e porto abusivo di armi, reati aggravati dal metodo mafioso e da finalità di agevolazione mafiosa.

I giudici di secondo grado, che dovevano valutare la posizione di otto imputati, erano stati investiti della decisione dalla Cassazione che aveva rinviato il precedente ricorso. Di seguito le condanne comminate per reati senza l’associazione: Giuseppe Di Silvio detto Romolo 6 anni di reclusione; Costantino “Costanzo” Di Silvio 5 anni; i figli di Romolo, Ferdinando detto “Prosciutto” e Antonio detto “Patatino”, rispettivamente 5 anni e 8 mesi e 5 anni e 6 mesi; il genero, Fabio Di Stefano, 5 anni e 10 mesi; Alessandro Di Stefano 3 anni e 6 mesi; infine, Michele Petillo, recentemente arrestato con un arsenale a Campo Boario, 2 anni e 6 mesi. Assolta Anna Di Silvio, moglie di Costanzo Di Silvio, per un episodio estorsivo. Il collegio difensivo era composta dagli avvocati Lucio Amedeo Melegari, Alessandro Paletta, Maurizio Forte, Oreste Palmieri, Alessia Vita, Alessandro Diddi, Antonino Castorina e Alessandra Campilongo.

A giugno 2025, aveva chiesto la riqualificazione del reato da associazione mafiosa ad associazione per delinquere semplice, lo stesso procuratore generale della Corte d’Appello di Roma il quale aveva svolto la requisitoria nei confronti dei soggetti la cui posizione era stata annullata in Corte di Cassazione e rinviata alla quarta sezione dell’Appello.

Come noto, infatti, a gennaio 2025, la Corte di Cassazione (quinta sezione) aveva annullato, rinviando ad altra sezione di Corte d’Appello, la condanna per associazione mafiosa a carico di alcuni degli imputati che, tramite i loro legali, avevano fatto ricorso dopo l’esito della Corte d’Appello dello scorso gennaio 2024. Il Procuratore Generale di Cassazione aveva chiesto, invece, la conferma delle condanne, ma la Cassazione aveva disposto l’annullamento per le posizioni degli appartenenti del clan del Gionchetto.

Anche l’accusa, quindi chiedeva che, per coloro i quali era stata emessa condanna in due gradi giudizio per il reato del 416bis, venissero invece giudicati solo per il reato associazione semplice. A Petillo e Alessandro Di Stefano non era contestata l’associazione mafiosa. Per Petillo l’annullamento della recidiva comportava l’assoluzione per prescrizione, essendogli contestata la partecipazione all’associazione fino al novembre 2016: per tale ragione, il reato si era prescritto a maggio 2024.

Per quanto riguarda il leader del sodalizio, “Romolo” Di Silvio, la Cassazione, rinviando alla Corte d’Appello, aveva vergato, anche nel suo caso, una sentenza che ha messo in forte dubbio l’associazione mafiosa. La Cassazione ritiene che “le deduzioni difensive colgono nel segno, non avendo la Corte di appello fatto corretta applicazione dei criteri interpretativi fissati dalla giurisprudenza di legittimità in relazione agli elementi costitutivi del delitto 416-bis”.

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Secondo gli ermellini, “la commissione da parte di alcuni membri della famiglia Di Silvio, operanti “uti
singuli” o in concorso, di condotte estorsive in danno di esercenti attività commerciali dell’agro pontino, ovvero di soggetti loro debitori, non depongono in maniera univoca per l’esistenza, tra coloro che se ne sono resi autori, di un accordo associativo espressivo di un vincolo permanente“. Non è sufficiente l’omertà, l’assoggettamento del territorio e il rimando alla fama criminale della famiglia.

Tornando agli imputati, già a gennaio 2024, la sentenza della terza sezione della Corte d’Appello di Roma aveva ridimensionato significativamente le pene di primo grado, dimezzando le condanne inflitte ai membri del Clan Di Silvio, sponda Gionchetto.

Alcuni degli imputati, condannati col rito abbreviato in primo grado, avevano scelto di accettare la proposta di concordato formulata a novembre 2023 dal sostituto procuratore generale della Corte d’Appello di Roma Marco Ardigò.

Si tratta di Simone Di Marcantonio, condannato a 4 anni in primo grado, per cui il sostituto pg ha chiesto e ottenuto una pena di 2 anni e 8 mesi; Marco Ciarelli, la cui condanna è di 3 anni e 6 mesi più multa da 1.600 euro, a fronte di una condanna in primo grado a 4 anni e 8 mesi. E ancora, Riccardo Mingozzi: condanna a 3 anni e 1 mese, contro una condanna in primo grado a 4 anni; oppure Mirko Altobelli 2 anni di reclusione col concordato, diversamente dalla condanna in primo grado a 2 anni e 8 mesi. Hanno scelto il concordato anche gli imputati Daniel Alessandrini (3 anni e 8 mesi in primo grado), Manuel Agresti (6 anni in primo grado) e Simone Ortenzi (6 anni e 8 mesi in primo grado). Per loro sono arrivate le seguenti condanne in Appello, conseguenza della proposta di concordato: per Alessandrini 2 anni e 9 mesi; per Ortenzi 4 anni di reclusione più 17mila euro di multa; per Agresti 4 anni e 5 mesi, più multa da 1.800 euro e interdizione dai pubblici uffici per 5 anni.

Aveva accettato la strada del concordato anche Riccardo Mingozzi: a dispetto di una condanna in primo grado da 4 anni, l’Appello ha ridotto la sua pena a 3 anni.

Tendenzialmente gli imputati che avevano rimediato pene minori col rito abbreviato avevano accettato il concordato che ha ridotto considerevolmente le pene stabilite dal Giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Roma, Angelo Giannetti, a gennaio 2023. Accettandolo, gli imputati si garantiscono, in alcuni casi, la liberazione da ogni misura restrittiva, già scontata o per cui mancano poche settimane alla sua fine.

Avevano rifiutato il concordato coloro i quali sono stati condannati a pene più alte come il fratello del boss “Romolo” Di Silvio, Carmine Di Silvio, oppure il figlio del capo famiglia, Antonio Di Silvio detto Patatino, condannato a 19 anni e per il quale il sostituto procuratore generale aveva proposta in concordato una pena di 14 anni.

Ad ogni modo, avevano rifiutato il concordato anche imputati condannati a pene più basse, come Costantino Di Silvio detto “Cazzariello”Alessandro Zof e Michele Petillo: rispettivamente per loro, il sostituto aveva proposto pene per 6 anni, 4 anni e 2 anni e 6 mesi.

In Appello, erano stati assolti Salvatore e Franco Di Stefano, mentre Fabio Di Stefano (condannato in primo grado a oltre 19 anni) aveva guadagno per un’accusa l’assoluzione, rimediando una pena ridotta per un altro capo di imputazione a 8 anni e dieci mesi, più multa da 8mila euro. Ridotta, invece, la pena per l’altro componente della famiglia di origine catanese, trapiantata a Latina e legata parentalmente ai Di Silvio: 3 anni e 6 mesi per Alessandro Di Stefano.

Dimezzata la pena anche per il numero due del clan del Gionchetto e fratello di “Romolo”: Carmine Di Silvio detto “Porcellino”, condannato in primo grado a 20 anni, la pena è stata ridotta a 10 anni di reclusione. Pene più lievi anche per l’altro fratello: 8 anni e 4 mesi per Costantino Di Silvio detto “Costanzo”, più una multa di 7mila euro. Ridotta la pena anche per Costantino Di Silvio detto “Cazzariello”: 4 anni di reclusione e multa da 6mila euro, oltreché alla revoca della pena accessoria all’interdizione legale.

Anche i figli del boss “Romolo” Di Silvio avevano avuto la loro pena ridotta: Antonio Di Silvio detto “Patatino” condannato a 7 anni e 7 mesi, più 7.000 euro di multa; Ferdinando Di Silvio detto “Prosciutto”, invece, ha rimediato una pena di 8 anni, oltreché alla multa da 7.500 euro. Ridotte le pene anche per Michele Petillo a 2 anni e 8 mesi, Alessandro Zof a 2 anni e 8 mesi (più multa da 600 euro) e Anna Di Silvio a 3 anni e 4 mesi, multa di 666 euro e revoca dell’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Avevano ottenuto 1.560 euro ciascuna le parti civili: l’associazione antimafia “Antonino Caponnetto”, il collaboratore di giustizia Emilio Pietrobono e il Comune di Latina.

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