Il tema ufficiale della Giornata della Biodiversità del 2026 è stato “Acting locally for global impact” (Agire a livello locale per un impatto globale).
“Un messaggio che mette in luce un principio fondamentale: il successo per arrestare e invertire la perdita di biodiversità su scala planetaria dipende fortemente dalle azioni intraprese a livello locale.
Ebbene, quale migliore occasione per il nostro Comune per ripristinare il giardino acquatico così come era stato concepito e realizzato?
L’incuria, la mancanza di controllo costante e il comportamento irresponsabile, se pur dettato dalla buona fede, di quei cittadini che vi hanno introdotto specie aliene invasive, come testuggini americane, pesci esotici etc., ha devastato l’equilibrio originale creatosi negli anni, cancellando la presenza di organismi viventi autoctoni come anfibi, libellule ed altri.
Il WWF litorale laziale auspica, perciò, da parte dell’Amministrazione comunale un intervento per ripristinare il giardino acquatico com’era nel suo impianto originale:
era il 1986 quando il responsabile del Settore Lavori Pubblici ed Ambiente, socio sostenitore del WWF, avviò la rigenerazione di quello che era una vecchia area abbandonata, acquisita dall’ente comunale e conosciuta da tutti come “area Chezzi”.
L’idea progettuale fu quella di dotare il centro urbano di un gradevole parco pubblico con caratteristiche simili a quelle dei parchi naturali e al cui interno fosse realizzato anche un giardino acquatico rigoglioso di vita vegetale e animale, anticipando così di anni quello che oggi è un fondamento indispensabile per contrastare gli effetti del riscaldamento globale e la perdita della biodiversità: creare nelle città ecosistemi naturali utili al benessere degli abitanti. In pratica, una progettazione attinente alle attuali NBS (Nature Based Solution, le “Soluzioni basate sulla Natura”), tra gli obiettivi fissati dall’Ue per contrastare il degrado ambientale e promuovere modelli di sviluppo sostenibile.
Il progetto, prevedeva la costruzione di viali con pavimentazione a secco e permeabile, aiuole, fontanelle, un pozzo per l’irrigazione, un piccolo teatro all’aperto con gradinate poggiate su un terrapieno naturale, la messa a dimora di una serie di alberature autoctone e siepi, e la creazione di due laghetti circondati da un giardino per piante di palude.
A tal proposito è utile sottolineare che, trattandosi di un’area archeologica, i lavori furono condizionati dalla Soprintendenza con il divieto di effettuare scavi al di sotto dei 40 cm dal piano di campagna e di realizzare fondazioni per manufatti in muratura.
Dunque, per creare i due laghetti e dotarli di un’adeguata profondità evitando di scavare, venne rialzato il piano di campagna con la realizzazione di una leggera zona collinare. I due invasi furono posti a quote diverse. Quello più in alto, alimentato da una cascatella d’acqua proveniente da sorgente artificiale, è collegato all’invaso sottostante da un ruscello attraversato da un ponticello in legno. In tal modo, quello a quota superiore aveva acque ossigenate e in movimento mentre quello a quota inferiore, esattamente come gli stagni naturali, era con acque ferme e melmose, vegetazione di palude e fauna tipica degli stagni (anfibi e via dicendo). Lungo il terreno di contorno degli specchi d’acqua, fu scavata una fascia perimetrale larga circa 80 cm e profonda circa trenta che fu riempita con terreno vegetale e mantenuta costantemente umida da un leggero e controllato straripamento dagli argini. Furono messe a dimora alcune piante tipiche delle nostre zone palustri (iris, ninfee etc.), prelevate dal fiume Linea e dai laghetti presenti alle pendici di Monte Leano, presso l’antica fonte dedicata alla Dea Feronia, protettrice della natura selvaggia e delle acque sorgive. Fu la scelta ideale. Dopo qualche mese dalla fine dei lavori, infatti, si creò un ecosistema perfettamente equilibrato, con la nascita spontanea di cannucce palustri e salici autoctoni e una consistente presenza di girini, rane, gamberetti di fiume, libellule e damigelle.
Per mantenere rigorosamente le caratteristiche naturali, fu evitato l’uso di qualsiasi opera di impermeabilizzazione artificiale (teli di plastica etc.) e cementizia. Venne impiegato, infatti, un prodotto naturale ed ecosostenibile: teli di bentonite derivante da un’argilla naturale di origine vulcanica che, sovrapposti a secco, grazie alla capacità di impermeabilizzazione quando idratati, vengono impiegati appositamente per evitare perdite d’acqua e per il forte potere purificante.
Non solo: per rendere più naturale possibile i due laghetti e per proteggere i teli è stato essenziale depositare sul fondo uno strato di ciottoli e di terreno vegetale, al fine di consentire lo sviluppo della vegetazione acquatica. I teli di bentonite sono serviti anche per la creazione della zona di contorno paludosa.
Il ciclo continuo che vedeva sgorgare l’acqua dalla sorgente al primo laghetto, defluire attraverso il ruscello nel secondo e ritornare di nuovo alla sorgente, avveniva attraverso una pompa sommersa che riciclava l’acqua dello stagno di arrivo e la reinviava nuovamente al punto di partenza facendola fuoriuscire in cascata per ossigenarla. Per il riempimento degli invasi e per il mantenimento del livello costante del pelo d’acqua che tende ad abbassarsi per evaporazione, fu creata una condotta idrica che, prelevando l’acqua dal pozzo del parco, fuoriusciva dalla sorgente artificiale.
Il mantenimento del livello veniva controllato attraverso il timer di una centralina ubicata nei pressi del giardino acquatico e, per circa vent’anni, tutto l’impianto ha funzionato perfettamente fino al 2007, quando la pompa sommersa nello stagno cominciò ad avere problemi di intasamento in quanto l’ecosistema creatosi incrementava la crescita spontanea di piante acquatiche e di alghe che avviluppavano ed occludevano la gabbia di protezione della pompa. Il problema fu risolto eliminando la pompa sommersa e realizzando una nuova centrale di aspirazione e pompaggio nascosta all’interno di una finta vera di pozzo adiacente ai laghetti.
Anche se allo stato attuale il giardino acquatico ha perso nel suo complesso le caratteristiche originali e non si sa se i teli di bentonite dell’area di contorno siano ancora integri, il WWF ritiene non solo possibile ma fondamentale il suo restauro. Del resto, negli ultimi tempi, è bastata la semplice ripresa del circuito dell’acqua dopo un periodo di fermo, per far tornare i due laghetti a nuova vita.
Ovviamente occorre evitare che il Comune faccia “pulizia” scavando i fondali perché le acque stagnanti e la “melma” (che costituisce il fondale naturale) creano sedimenti la cui materia organica in decomposizione genera l’ambiente ideale per la vita dei girini.
Dovrà, quindi, essere tassativamente vietato al gestore del verde eliminare dal fondo dei laghetti lo strato di ciotoli e terreno melmoso appositamente depositato, fonte di vita per tutti i microrganismi palustri”.
Così, in una nota, il WWF Litorale Laziale.
