UCCISE IL PADRE A COLTELLATE, LO PSICHIATRA: “L’IMPUTATA MI DISSE DI AVER SUBITO DA LUI ABUSI SESSUALI SIN DALL’INFANZIA”

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Accoltellato dalla figlia affetta da disagio psichico a Latina: prosegue il processo per la donna accusata del parricidio

Prosegue il processo davanti alla Corte d’Assise del Tribunale di Latina, presieduta dal giudice Mario La Rosa – a latere la collega Eugenia Sinigallia e la giuria popolare -, a carico della 40enne Aurelia Porcelli, difesa dagli avvocati Daniele Giordano e Gaetano Marino. La donna, oggi presente come in tutte le udienze in aula, è detenuta nel carcere di Rebibbia e deve rispondere del reato di omicidio volontario aggravato dal vincolo parentale per aver ucciso il 22 settembre 2024 il padre (l’uomo morì circa un mese dopoe), ferendolo con una coltellata a casa: il 67enne Guido Porcelli, di professione operaio.

A disporre il rinvio a giudizio è stato il giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Latina, Laura Morselli, al termine della camera di consiglio dello scorso 10 luglio 2025. Il Gup ha respinto la richiesta della difesa di un incidente probatorio con perizia psichiatrica. L’imputata ha già precedenti per maltrattamenti: una condanna a 1 anno di reclusione in un processo in cui le fu data la semi infermità mentale. A rappresentare l’accusa il pubblico ministero di Latina, Martina Taglione.

Oggi, 29 maggio, come testimoni della difesa, sono stati escussi i due consulenti medici della difesa. Piuttosto dirompente la testimonianza del primo consulente medico, lo psichiatra Marco Cavaricci, che ha avuto due colloqui in carcere con Aurelia Porcelli la quale le ha spiegato la sua versione dei fatti, dimostrando di essere consapevole del gesto compiuto: “Non ha avuto freni inibitori, quando ha visualizzato la figura del padre, ha impugnato il coltello e lo ha trafitto. Quando una persona borderline realizza qualcosa da fare, non ha freni”. Porcelli, per la quale il consulente medico ha confermato la diagnosi del 2016 ultimata da un’altra dottoressa, è afflitta da vizio parziale di mente su una una personalità bipolare aggravata dall’abuso di sostanze stupefacenti: fino ad una certa età cannabinoidi, successivamente cocaina.

Ad ogni modo, alla base del gesto, secondo il racconto della donna fornito al consulente medico in carcere, sarebbero gli abusi sessuali subiti dal padre “sin dall’età infantile fino all’età adulta”. Un particolare, per il quale non ci sono prove evidenti, che ha aleggiato su tutto il processo.

Il consulente medico ha riferito: “Procelli mi raccontò una storia di abusi partiti dall’età infantile fino all’età adulta, da cui sono scaturiti tutta una serie di problemi. Si ricordava di aver accoltellato il padre”. La mattina dell’accoltellamento la donna si sarebbe resa conto che il padre aveva consumato con lei l’ennesimo rapporto sessuale: “È in quel momento che ha stabilito ribellarsi e in modo impulsivo ha preso un coltello d cucina e inflitto un fendente al padre, dopodiché è tornata nella propria stanza”. Secondo il consulente medico, la donna, la sera precedente al ferimento, non si sarebbe accorta della violenza sessuale perché sotto effetto di sostanze stupefacenti.

L’imputata, secondo il consulente, ha una doppia vulnerabilità: subisce violenza sessuale e ha una infermità mentale, alla cui base vi è disturbo della personalità e psicosi affettiva, con l’abuso di droghe: “Le droghe su una personalità del genere sono come la benzina del fuoco”. Peraltro il consulente medico ha spiegato che, secondo lui, Porcelli ha una parziale incapacità di intendere e volere: i suoi impulsi sono immediati e incontrollati. La consulenza della Procura sarebbe, invece, parziale poiché non in grado di avere a che fare con tutti gli elementi della paziente/imputata. Anche i narco-test svolti su Porcelli dopo l’arresto non sarebbero stati completi, in quanto non si sarebbe cercato la benzodiazepina. Secondo il consulente medico, l’assunzione di tale sostanza avrebbe evitato che l’imputata si rendesse conto della violenza sessuale.

Ad essere escusso come secondo testimone è stato il secondo consulente della difesa, il medico legale Giuseppe Manciocchi, chiamato a esprimere un giudizio sulle cause che hanno portato al processo Guido Porcelli. Secondo il medico legale, che si è avvalso di un medico chirurgo e di un infettivologo tramite interlocuzione verbale, la causa del decesso di Guido Porcelli è uno choc settico, la stessa risultanza a cui è prevenuta la consulente della Procura, Cristina Setacci. Tuttavia, ci sarebbe stato un mancato intervento da parte dei chirurghi sulla prima lesione rivelata dalla Tac. Un deficit che, secondo la tesi difensiva, avrebbe comportato l’infezione che ha causato la morte dell’uomo, tanto che, dopo la prima operazione, il paziente ne avrebbe subite altre otto. Lo choc settico dovuto alla perforazione di un organo interno causato da arma bianca è un fatto rarissimo? La risposta del consulente della difesa, a domanda del presidente della Corte d’Assise, è netta: no, non è rarissimo.

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Il processo riprenderà il prossimo 15 luglio per escutere l’ex compagno dell’imputata. A margine, la difesa ha annunciato che farà richiesta di ascoltare il chirurgo e l’infettivologo che hanno dato supporto alla consulenza medico-legale della difesa.

L’ARRESTO DELLA DONNA – Nell’autunno 2024, dopo l’arresto, la donna si era avvalsa di non rispondere davanti al giudice per le indagini preliminari. La difesa non aveva chiesto per lei nessuna misura meno afflittiva rispetto al carcere di Rebibbia dove era reclusa, anche in ragione del fatto che, dopo il primo arresto e la fuga dall’ospedale, la donna non avrebbe avuta alcuna struttura sanitaria dove poter essere accolta.

Erano stati i Carabinieri del Nucleo Operativo della Compagnia di Roma Trionfale e della Stazione di Roma Tomba di Nerone ad arrestare lo scorso 30 ottobre, la 39enne di Latina, Aurelia Porcelli, accusata di omicidio volontario del padre morto dopo circa un mese di agonia presso l’ospedale civile “Santa Maria Goretti” di Latina in seguito al fendente all’addome scagliatogli contro dalla figlia.

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Nello specifico, una chiamata arrivata al 112, aveva permesso ai Carabinieri di rintracciare la donna a Roma, in largo Sperlonga, mentre era ospite a casa di una conoscente che era stata a sua volta denunciata per favoreggiamento; l’avrebbe infatti aiutata, ospitandola a casa sua dopo che la donna indiziata dell’omicidio del padre, era evasa dal reparto di psichiatria dell’ospedale civile di Latina, dove era sottoposta agli arresti domiciliari. I Carabinieri, con un dispositivo di sicurezza, erano entrati in casa, avevano trovato la donna evasa e l’avevano condotta presso il carcere di Roma Rebibbia.

Guido Porcelli, infatti, era stato accoltellato domenica 22 settembre dalla figlia 39enne che presenta alcuni disagi psichici. L’uomo, purtroppo, dopo circa un mese di agonia, non ce l’aveva fatta ed era deceduto in seguito alla ferita profonda all’addome che la figlia le aveva causato attraverso un un coltello da cucina. Sottoposto a diverse operazioni chirurgiche, l’uomo era morto nel reparto Rianimazione dove era ricoverato dallo scorso mese di settembre.

Aurelia Porcelli

La figlia era ufficialmente ricercata perché era fuggita dal reparto psichiatrico del Santa Maria Goretti dove era stata trasportata. Per lei, al netto dei gravi disagi psichici, era mutato, almeno nelle fasi d’indagine, il capo d’imputazione dopo la morte del padre: da tentato omicidio a omicidio volontario aggravato dal vincolo di parentela con la vittima.

Dopo la tragedia consumatasi in casa, la 39enne, che viveva in casa con il padre, era stata interrogata dal magistrato prima che evadesse dal nosocomio civile di Latina. La 39enne aveva risposto alle domande del giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Latina, Mara Mattioli, dall’ospedale civile di Latina “Santa Maria Goretti” dove era ricoverata sin da quando è stata arrestata.

La donna aveva detto di non ricordare nulla dell’accaduto e del perché avesse accoltellato il padre 67enne mentre l’uomo si trovava dentro il suo letto. Anzi, nel merito, non ricordando l’accaduto, aveva negato di aver accoltellato l’uomo, suggerendo invece che fosse stato il padre a volersi suicidare.

Il fatto di sangue era accaduto intorno alle ore 9,30, a Latina, nella zona del cimitero, in viale Kennedy. La donna aveva ferito all’addome il padre di 67 anni mentre entrambi si trovavano dentro casa.

Le cause dell’aggressione sarebbero ascrivibili alla circostanza per cui la donna era affetta da tempo da criticità psichiche molto complicate che la costringevano ad assumere farmaci. Sul posto, dopo l’aggressione, si erano recati gli agenti di polizia della Squadra Volante della Questura di Latina e gli specialisti della Polizia Scientifica per accertare con chiarezza il quadro in cui era avvenuto il fatto violento.

A soccorrere l’uomo, che perdeva molto sangue dal torace, in seguito al fendente della figlia sferrato con un coltello da cucina, erano stati gli operatori del 118 con un’ambulanza e un’auto medica che avevano valutato immediatamente il trasporto del ferito al Santa Maria Goretti. Il 118 era stato chiamato dalla moglie dell’uomo nonché madre della donna che era fuori a fare la spesa; tornando, si era accorta di quanto era avvenuto.

Nel nosocomio civile pontino, il 67enne era stato sottoposto subito a un intervento chirurgico per fermare l’emorragia di sangue. L’uomo, operato più volte in seguito, si trovava in terapia intensiva nel reparto Rianimazione, anche perché il ferimento aveva toccato organi vitali e il caso era molto delicato. Nonostante un leggero miglioramento nei giorni a seguire, il 67enne era deceduto.

La figlia dell’uomo, viste le sue condizioni, era stata trasferita, in stato di arresto disposto dal magistrato di turno della Procura di Latina, presso il Santa Maria Goretti di Latina. Prima della fuga, la donna si trovava ricoverata presso il reparto specializzato Spdc (Servizio psichiatrico diagnosi e cura).

Il coltello con cui era stato ucciso il padre era stato ritrovato dalla Polizia all’interno della camera della donna sotto un panno. Il sostituto procuratore di Latina, Giorgia Orlando, aveva nominato un medico legale, Maria Cristina Setacci, che ha svolto l’autopsia sul corpo dell’uomo.

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