Violenze sessuali aggravate e pedopornografia. Inizia il processo con rito ordinaria per la terza imputata
È la moglie dell’uomo, già condannato per violenza sessuale e pedopornografia col rito abbreviato a Roma, a dover sostenere il processo a Latina. Si tratta della grave vicenda che ha coinvolto lei, luomo e l’amante di lui, questi ultimi due condannati lo scorso 31 marzo a 10 anni di reclusione ciascuno. Di mezzo un ragazzino di 14 anni che ha subito le violenze sessuali, le cui immagini riprese sono state trasmesse all’uomo via cellulare dalla sua amante, ex stimata caposala dell’ospedale civile “Santa Maria Goretti” di Latina.
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Oggi, 16 aprile, si è aperto il processo per la donna (tuttora detenuta in carcere), difesa dall’avvocato Bendetto Faralli, dinanzi al terzo collegio del Tribunale di Latina, composto dai giudici La Rosa-Mongillo-Ciccone. La donna deve rispondere di violenza sessuale e pedopornografia. Accuse che la stessa imputata ha respinto, leggendo in aula una dichiarazione spontanea scritta, anche dinanzi al pubblico ministero, titolare dell’indagine, Marina Marra, e al padre del minorenne vittima degli abusi, costituitosi parte civile e assistito dall’avvocato Luigi Pescuma.
L’imputata, 31 anni, ha letto la sua versione dei fatti in cui ha spiegato di essere stata vittima a sua volta del rapporto perverso che suo marito aveva costruito con la sua amante (la caposala del Goretti) e lei stessa: “Ci fece firmare anche un contratto per farci accettare quella relazione a tre. I fogli firmati sono andati smarriti”. Ma il racconto della donna rivela un passato di prepotenze e abusi da parte dell’uomo “Devo fare delle precisazioni – ha detto la donna in aula – perché non ho avuto modo di farle. Ho dovuto cambiare avvocato perché il mio precedente legale indicatomi da mio marito non mi ha permesso di fare”.
“Ho conosciuto mio marito nel 2009 quando avevo 14 anni e lui 20 anni. Ci siamo messi insieme e da subito lui era geloso e morboso nei miei confronti. Un rapporto malsano, mi ha sempre tradito e io vivevo tra felicità e paura”. La coppia ha avuto tre figli e proprio per loro la donna non ha mai lasciato il marito “per salvare la famiglia”. Secondo quanto detto dalla donna, il marito “poteva fare di me qualsiasi cosa e ho accettato anche questo ennesimo tradimento”. Si riferisce naturalmente alla relazione intrecciata cob la caposala del Goretti di Latina,
Da lì “è iniziato un incubo e io non avevo il coraggioso di parlare perché temevo che mi avrebbe portato via i figli”. Successivamente a gennaio 2025, l’uomo si presentò a casa con l’amante: “Mi disse che dovevamo avere una relazione a tre e ci fece firmare il contratto. Dovevamo accettarlo. Io sono diventata succube e schiava, mente lui rispondeva col mio telefono ai messaggi che gli mandava l’amante”.
La donna tiene a precisare che “non ho mai abusato dei miei figli”. Nel corso di questa relazione, il marito le diceva che doveva “essere trasgressiva e diventare come l’altra donna. Aveva pieno possesso della mia vita”. E ancora: “Io potevo solo accudire i figli e dovevo chiedere il permesso di uscire e non potevo guardare altri uomini. Mi diceva che non ero niente. La mia colpa è di non aver detto no alle sue perversioni, ma non ho mai condiviso video. Solo una volta ho risposto in una chat con lui e lei perché ero sotto minaccia. Anche ora continua a contattarmi e cerca di manipolarmi”.
Un racconto crudo. Al contempo i parenti in aula piangono e, finita l’udienza, il presidente del collegio Mario La Rosa dà loro il permesso di poter parlare con lei.
Il processo è stato rinviato al prossimo 12 giugno quando verranno ascoltati tutti i poliziotti della Squadra Mobile che hanno partecipato alle indagini. La difesa ha chiesto che nel processo vengano ascoltati anche i due co-imputati: ossia il marito e l’amante, già condannati. L’avvocato difensore ha anticipato che verrà richiesta anche un perizia psicologica dell’imputata.
Nel rito abbreviato, il giudice per l’udienza preliminare romano, Ilaria Tarantino, ha riconosciuto il risarcimento al minorenne vittima di violenza sessuale aggravata, da calcolarsi in separata sede civile. Sospesa la potestà genitoriale per la caposala, ma non per il compagno/amante.
Ai primi del mese di marzo, erano state invocate due richieste di pena “monstre” sia per la caposala dell’ospedale Santa Maria Goretti che per l’uomo, che aveva intrecciato una relazione con lei. Il pubblico ministero Maria Perna, nell’ambito del rito abbreviato, aveva chiesto infatti pene severe per i due imputati di violenza sessuale su minore e pedopornografia: 16 anni di reclusione ciascuno e una multa di 240mila euro.
Respinta la richiesta di abbreviato condizionato all’escussione di un consulente psichiatrico per l’uomo e di un consulente psicologico per la moglie dell’uomo, il Gip Tarantino aveva invece ammesso il rito abbreviato secco. La moglie dell’uomo, entrambi di Velletri, aveva optato per affrontare l’udienza preliminare ed era stata rinviata a giudizio davanti al terzo collegio del Tribunale di Latina.
LA VICENDA – Come noto, l’infermiera e caposala del Goretti, insieme ai due coniugi di Velletri, sono accusati di pedopornografia e violenza sessuale, oltreché a diverse aggravanti tra cui quella di aver drogato il minore di 14 anni per indurlo a compiere atti sessuali e persino visite simulate nelle parti intime. Di queste due aggravanti è accusata la caposola del Goretti sospesa dall’Asl di Latina, mentre la coppia di Velletri deve rispondere dell’accusa di aver istigato questi comportamenti nella donna.
A ottobre scorso per i tre imputati, già detenuti, erano arrivate ulteriori ordinanze cautelari in carcere. La Polizia di Stato, infatti, a conclusione di una laboriosa e minuziosa attività investigativa, diretta e coordinata dalla Procura della Repubblica di Roma competente per materia (in quanto la vittima è un minorenne di 14 anni), aveva proceduto a dare esecuzione all’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa il 6 ottobre 2025 dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Roma, Simona Calegari, nei confronti dei tre accusati, già destinatari, nel giugno precedente, di analoghe misure cautelari disposte dal giudice per le indagini preliminari di Latina, Laura Morselli, su richiesta della Procura della Repubblica di Latina, in relazione agli abusi nei confronti del minore.
Si tratta, come detto, dell’uomo di 37 anni di Velletri, di sua moglie – una trentenne anche lei di Velletri –, nonché della donna di 43 anni di Latina, caposala sospesa all’ospedale Santa Maria Goretti di Latina. Tutti e tre incensurati.
Le attività investigative espletate successivamente agli arresti, comprensive dell’analisi del contenuto dei telefoni sequestrati, avevano fatto emergere ulteriori elementi a carico dei tre indagati, sia in relazione ad un ulteriore episodio di violenza sessuale aggravata in danno di minore, commesso nel mese di marzo 2025 e sino a quel momento non emerso dalle pregresse indagini, sia la realizzazione, da parte dei predetti, di materiale pedopornografico utilizzando il minore stesso.
Le ordinanze cautelari erano state notificate dai poliziotti della Squadra Mobile di Latina, guidata dal dirigente Giuseppe Lodeserto, negli istituti penitenziari dove gli indagati erano già ristretti in virtù dei provvedimenti adottati nel mese di giugno scorso dall’Autorità Giudiziaria di Latina.
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Le indagini pontine, avviate nel mese di marzo 2025, sono state coordinate dal Procuratore Capo di Latina, Luigia Spinelli e dal sostituto procuratore Marina Marra che, sulla scorta degli espliciti elementi di prova rilevati nei device degli indagati, avevano richiesto tempestivamente, al fine di interrompere al più presto l’attività criminosa, l’emissione di ordinanza di custodia cautelare al giudice per le indagini preliminari Laura Morselli la quale aveva emesso l’ordinanza che era stata eseguita a vista.
La storia sarebbe iniziata come una vicenda di maltrattamenti subiti dall’infermiera che avrebbe riportato anche in una occasione alcune lesioni e lividi. L’indagine, una volta avviata, avrebbe portato alla luce la detenzione di materiale pedopornografico da parte della infermiera e del compagno-amante, anche lui impiegato nell’ospedale nel settore delle pulizie. Ad essere coinvolta, in un secondo momento, anche la moglie dell’impiegato, indagata e arrestata anche lei per reati afferenti alla pedopornografia. Il materiale pedopornografico sarebbe stato trovato sui dispositivi cellulari e computer dei tre arrestati. Sarebbe stato il compagno-amante a picchiare la caposala che si presentava sul lavoro piena di lividi. La denuncia per maltrattamenti sarebbe partita dall’ex marito della donna, dopodiché è venuta a galla la storia delle violenze sessuali su minore e dei video pedopornografici che l’infermiera inviava al compagno-amante il quale glieli chiedeva insistentemente. I video venivano ricevuti sul cellulare della moglie dell’uomo, motivo per cui anche quest’ultima è stata chiamata a rispondere dei reati.
Una vicenda orribile tanto che la caposala, stimata da tutti nel reparto, sarebbe cambiata nell’ultimo periodo: non più lucida, tanto che sarebbe stato l’ospedale a segnalare la vicenda all’autorità inquirente, ma solo per un caso di maltrattamenti. Negli ambienti dell’ospedale la vicenda aveva destato un vero e proprio choc. La donna coinvolta, nell’ultimo periodo, aveva cambiato atteggiamento e condotte sul lavoro: dimenticanze, cambi d’umore, assenza, dimagrimento e soprattutto segni di sofferenza sul viso. Tutti elementi che avevano fatto capire a chi la circondava che qualcosa di grave nella sua vita fosse accaduto.
Il materiale pedopornografico (foto e video), peraltro, o almeno parte di esso, sarebbe stato autoprodotto dagli indagati. È questa l’ipotesi agghiacciante degli investigatori che aveva perquisito anche l’armadietto e l’ufficio della caposala la quale, una volta separatasi dal marito, aveva iniziato a frequentare il compagno amante, geometra dipendente di una ditta esterna che si occupa di pulizie e manutenzione presso l’ospedale civile.
Dopo l’arresto, tutti e tre gli indagati si erano avvalsi della facoltà di non rispondere. A differenza della caposala, i due coniugi avevano avanzato ricorso al Riesame che aveva confermato le misure cautelari. Le motivazioni alla base della decisione del Riesame che aveva respinto i ricorsi dei due coniugi erano afferenti al pericolo di reiterazione del reato da parte del 45enne in quanto le condotte contestate sarebbe state continuate. Una decisione che ha aveva sì che fosse respinta la richiesta di sostituzione di misura cautelare in carcere con quella meno afflittiva dei domiciliari. La coppia aveva fatto ricorso anche in Cassazione in merito al primo arresto, respinto anch’esso.
